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14 lug 2020

Nanda Anibaldi: " La parola e la sua valenza generativa"




ma c’è un intermezzo una pagina bianca una frazione di
                                                                     secondo in cui anche il cuore si prende una pausa; c’è
                                                                      il momento della stupefazione – magia dentro le cose
                                                                                                                      


Di nuovo attratta e affascinata dalle liriche di Nanda Anibaldi, mi ritrovo a scrivere di una poetica che non si può piegare a interpretazioni semplicistiche bensì va contemplata e goduta nella totalità di una cifra stilistica identificativa. Eleganza e distinzione oltre che tante implicazioni culturali e biografiche, trasmutano nella raffinata elegia di una poetessa abilissima a coniare parole mentre si confronta con una memoria ecoica ed iconica; l’asperità e la rugosità della vita diventano veri e propri solchi nell’anima (De rugis- Il Lavoro Editoriale, 2012), operano estreme e sottili epifanie di un umanesimo di voluta impronta.
Costante interlocutore è l’autentico legame con i luoghi e ogni loro silenziosa energia, fusione letteraria ed esistenziale di quell’intimo paesaggio avvolto nel mistero, quasi uno stato di veglia di una sovramemoria o iperemnesia poetica che dà origine a momenti salienti di un io lirico dalle scoscese altezze, tra intimità sentimentali e un gran bisogno di togliersi da un mondo rumoroso e meschino “come se dovessi riprendere i giochi interrotti/i progetti irrisolti/la spensieratezza attaccata alle siepi/affilate da forbici pietose”.
Rapita dalla memoria trasvola sopra terreni noti e ignoti, con prodigiosa cronologica concentrazione, la poetessa acuisce e amplia quel dono della visività in lei costituito e preminente, mescola immagini poetiche evocative a espressioni più concrete e quotidiane.
La dorata tenerezza del ricordo avvolge e unifica quel mondo che è ingresso nel sentimento di un sublime ove si delinea la bellezza infinita di un’eredità tradizionale di cui la Anibaldi è pregevole custode. Esistono dolori che non passano mai e ingenerano conclusioni di un universo interiore di legami unici e irripetibili “Più nessuna cosa è al suo posto/tanto da far meraviglia questo inverno di luglio”. In particolare, la silloge “Fammi sapere” (AndreaLivi Editore- ottobre 2016) ripercorre la sofferenza per la perdita del fratello Arnoldo, poliedrico artista; il dolore travolge il verso in una serie di schizzi, ritratti e scene di genere “la tua assenza è presente/quando vorrei interrogarti/e avere risposte” rendendo emblematico quel senso di esclusione e di sradicamento che l’assenza genera ma che, allo stesso tempo, non smette mai di congiungere per vocazione figurativa “[…] libero da ogni laccio/per cercare le forme e levigare la materia/dentro quell’amore senza il quale/non saresti nato”.
Un incedere brillante e originale orienta il verso in un viaggio attraverso l’anima per ricercare la verità e i perché di un distacco mai superato ed esagitato tanto da traboccare continuamente in pathos quanto più autentico e profondo di un rapporto che va oltre il legame di sangue, perché appartiene a un vissuto condiviso in ogni sua forma e sfumatura “Oggi avremmo potuto parlare d’arte/la pioggia e quest’autunno di luglio/ci avrebbero indicato che e come”. Il lessico riflette la nobiltà degli affetti, anch’essi simboli della vanità e caducità della vita “ti vedrò di nuovo camminare e venirmi incontro/per dirmi del tuo viaggio”, proposizioni interrogative che sono ancora aperte ma non esigono risposta, a esprimere il dubbio, la sospensione del pensiero. Nelle sue opere si mescolano e si alternano i due motivi essenziali della labilità e della permanenza, della vita apparente e della vita vera. Dalla stessa identità di parola e spirito la Anibaldi deduce la possibilità di una redenzione del mondo attraverso la parola; le sue liriche, ricche d’intensità emotiva e commozione estetica, accentuano la maieutica personale dell’autrice che ritroviamo in tutta la sua produzione letteraria, così come nell’opera dedicata al Natale (“Scrivere il Natale” - AndreaLivi Editore febbraio 2019) ove si conferma che il linguaggio poetico non nasce dal nulla ma si può acquisire solo dopo una ricerca costante e accurata. Tra atmosfere magiche, nostalgia e assenze, la festività del Natale è pur sempre “brivido dell’emozione”, ritorna ogni volta ad ancorare tradizioni, tracce e testimonianze di un passato riflesso nel presente seppur fugace “Non rubatemi il mio natale/pieno di assenze/sui cieli decembrini/ dove si specchia la fatica/di procedere”. Inevitabilmente il peso degli anni e le ferite dell’anima modificano la sensazione del tempo sebbene la poetessa riesca perfettamente a gestirla grazie alla caratteristica distintiva dell’ironia. Le sue fughe liriche interrogano l’immagine mentre la parola sonda l’indicibile in una versificazione che ripensa e riscrive la modernità al di là di ogni convenzione letteraria e la rappresenta nel cuore della stessa senza alcuna “ovvietà”, quale innovativo salto semantico a garanzia di autenticità e versatilità.





10 lug 2014

Recensione del libro "Temistocle Calzecchi tra Scienza e Poesia" di Marco Rotunno

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza
Ulisse - Canto XXVI dellInferno




Temistocle Calzecchi tra Scienza e Poesia (AndreaLivi Editore) è lultimo saggio tecnico-umanistico dello scrittore Marco Rotunno, ingegnere e uomo di profonda cultura, già ampiamente noto per i suoi tanti lavori letterari che, di pubblicazione in pubblicazione, hanno arricchito il nostro patrimonio linguistico-culturale sia locale che nazionale.
Ciò che innesca linteresse dellautore, al di là di uninnata attitudine alla cultura in generale, è il recente ritrovamento di un documento riguardante una conferenza dal titolo Tra scienza e poesia, svoltasi il 5 aprile 1906 a Milano presso il Pio Istituto pei Figli della Provvidenza e tenuta da Temistocle Calzecchi Onesti, fisico nonché inventore del coesore: un rilevatore di onde elettromagnetiche e tradotto nellinglese coherer da Sir Oliver Joseph Lodge.
A un primo approccio con il testo, ecco venirci incontro un genere di narrativa che al lettore potrebbe risultare rivoluzionaria o addirittura sconcertante; al contrario, lautore ci presenta una sorta di manifesto di notevole spessore culturale, laddove, con impegno e competenza particolari, affronta il tema delle due culture. Quale abitatore/abitante di quegli spazi di passione, studio e ricerca tra la cultura tecnico-scientifica e artistico-letteraria, Marco Rotunno cillustra ciceronicamente leffettivo parallelismo tra le due realtà e delinea con sottile maestria, concetti che riassumono scienza e arte letteraria nella sua forma poetica.

Lesposizione narrativa si apre con un episodio adolescenziale dellautore stesso; si affacciano alla sua memoria momenti di confronto ad evocare dialettiche su temi specifici. Sin dal primo capitolo scopriamo il fascino proprio dello stile narrativo di Rotunno. Egli infatti, si sofferma con descrizione minuziosa sullimmagine e lutilizzo di un utensile conosciuto da tutti, la forchetta: Leleganza della forchetta evocava i concetti universali di forma e funzione, che sono alla base della conoscenza del mondo, della scienza, della manualità e della tecnologia che ne consegue, dunque della qualità della vita.
Dal rapporto costante con loggetto, lautore ne trae il curioso significato della comunicazione di un qualcosa che rinvia a qualcosaltro, tra scienza dello spirito, scienza della natura e origine delloggetto in questione.
In tale descrizione che ritengo illuminante, possiamo già percepire lavvicinamento e quasi il sovrapporsi della scienza con larte poetica. Il genio scopre la verità per intuito, la controlla e lapprofondisce; il poeta la contempla con gli occhi di un fanciullo. Quale esempio migliore per affiancare uninvenzione meccanica al linguaggio figurato, ingrediente fondamentale di ogni genere di arte poetica.

Attraverso la sua scrittura chiara e sobria, estremamente fluida e costellata di riferimenti bibliografici nonché citazioni, soprattutto nella seconda parte del testo, lo scrittore dona all’esposizione fedele di ogni cenno storico vere e proprie norme stilistiche. Marco Rotunno affabula il lettore e percorre le esperienze di eminenti personalità della scienza quali Remigio Del Grosso (astronomo, insegnante e poeta) e l’Abate Don Antonio Stoppani (geologo, paleontologo e patriota italiano). In particolare di quest’ultimo ci permette di apprendere un riferimento storico che non tutti conoscono. L’Abate Stoppani, oltre a essere un noto studioso contribuì, con il suo volto impresso sull’etichetta, a rendere noto in Italia e nel mondo intero il Bel Paese, prodotto caseario dell’industria Galbani nonché tra i primi formaggi d’eccellenza italiana.
Il libro di Rotunno è sicuramente una carrellata sul mondo dellinfinito, ricchissimo di spunti tanto per uno scienziato quanto per un umanista, poiché la vera scienza è una sublime forma darte, dove creazione ed esplorazione delluniverso divengono poesia e diretta espressione dellimmaginazione di ognuno. Poche pagine per unopera ricolma di passione, un excursus di figure della nostra storia che ci avvia anche verso un recupero completo delle memorie scolastiche, affrontato con estrema leggerezza senza alcuna retorica, una traduzione letteraria dinventiva, intuizione e vera arte letteraria.
Temistocle Calzecchi tra Scienza e Poesia è unopera che consente al lettore profano di ottenere in meno parole possibili un discreto numero di conoscenze partendo da zero o quasi. Per chi ha frequentato gli studi classici sarà interessante ricordare come nel mondo antico scienza, filosofia e quindi letteratura, fossero tutt'uno; a tale proposito dovremmo riflettere sulla pregiudizievole discriminazione delle materie scientifiche e leccessiva considerazione delle materie letterarie considerate quale unica cultura possibile.
Troppo spesso la conoscenza delluomo, del suo pensiero, della sua attività spirituale e del suo comportamento si basano su credenze e valori che fanno subire alla nostra intelligenza un indebolimento, consegnandola inerme a ogni genere di inganni e di errori. La cultura tecnico-scientifica da sempre è stata notoriamente ghettizzata e diffusamente ignorata, ecco perché lo scrittore auspica un avvento definitivo di una cultura unica che contempla lintero universo: La realtà è sempre lì, davanti ai nostri occhi, ma non la vediamo, è invisibile, perché siamo stati addestrati a non vederla; siamo assuefatti ad accettare la nostra incapacità di cambiare le cose. Invece è proprio a partire da noi stessi che dobbiamo ripartire per creare un nuovo ordine culturale e sociale. Non più dunque netta separazione tra le due realtà bensì un connubio armonioso dintenti, a beneficio di un più ampio progresso socio-culturale. Manca forse la vera conoscenza, qui risiede il vero cruccio della nostra società, che sia scientifica, tecnica o letteraria. Lo scrittore insiste sulla necessità di un metodo anche didattico che possa attenersi alla logica ma anche alla creatività dellintuizione; la trasmissione per memoria di ciò che siamo prima ancora di quanto facciamo. Scienza e poesia entrambe necessitano di fantasia costruttiva e, come una sorta distinto esistenziale, dovrebbero procedere unite ed entrambe raccolte nellintelligenza e nellanima.
La nostra misura di presenza nel mondo sono bellezza e creatività, caratteristiche che appartengono allessere, pertanto a una stessa inscindibile cultura.
Temistocle Calzecchi concludeva la sua conferenza con queste parole:
Scienza e poesia, queste due creature immortali, sono esse destinate a rimanere sempre disgiunte, gelose, nemiche anche o, comprendendo finalmente essere già maturo il momento della loro unione, persuase quanto questa unione sarebbe bella e feconda, procureranno di conoscersi meglio, apprezzarsi ed associarsi per lavorare insieme ad opere nuove d’una grandezza e di una bellezza incomparabili?”. 
Credo che per Marco Rotunno il testo del documento ritrovato della conferenza di Calzecchi rappresenti solo uno stimolo a continuare il suo cammino d’ingegnere e letterato in un tutt’uno con l’universo, in cui ogni parte riflette la totalità e la bellezza di una cultura unica, senza più alcuna diversità.
L’opera nasce per abbattere il muro del pregiudizio che tuttora divide il mondo scientifico dal mondo letterario poiché, soltanto la comprensione può portare all’essere.


SUSANNA POLIMANTI
Cupra Marittima 10.07.2014