
Cinquanta giorni con mia madre (Bertoni Editore-Collana Schegge) è il quarto romanzo di GiuseppeFilidoro, medico psichiatra, psicoterapeuta e psicoanalista nonché scrittore di talento, comprovato ancora una volta, da un’opera accurata e appassionata, capace di penetrare intimamente nelle dinamiche complesse della mente e dell’animo umano.
Protagonista è il quarantaduenne avvocato Lorenzo Callisi, residente a Milano con la moglie Agata, ricca, bella e intelligente e sua figlia Giovanna, un amore di bambina di quattro anni. Sebbene sia un uomo pienamente realizzato, grazie a una bella famiglia e una carriera professionale di successo, Lorenzo vive momenti di profondi turbamenti, avvolto in una cappa afosa di insoddisfazione, di vaga tristezza, spesso indotto a ripercorrere ricordi e a rievocare eventi traumatici del passato, in particolare la mancanza di una madre, perduta quando aveva quasi due anni.
Una comunicazione da parte dei carabinieri interrompe la sua vita routinaria, lo coglie alla sprovvista; le informazioni ivi contenute stravolgono completamente una verità di fatti fino allora conosciuti, trasformandosi di colpo in qualcosa di inspiegabilmente assurdo: sua madre Maria Cavallari, vedova di Michele Callisi, è viva ed è in procinto di tornare a casa nel domicilio dell’unico erede Lorenzo Callisi…
Lorenzo si vede così costretto a rientrare in Sicilia, sua terra d’origine e, nell’antico borgo dove è nato, rivede il “ragioniere” Cosimo Merisi, fedele amministratore del patrimonio di famiglia nonché unico personaggio depositario del segreto legato all’esistenza di sua madre Maria e, per decisione del marito don Michele, ricoverata da anni nell'ospedale psichiatrico Real Casa per cause sconosciute, forse di evidente componente genetica […] una di quelle malattie strane e difficili da capire…
Fino a qualche giorno fa pensavo di essere orfano di madre, e ora scopro di averne una, segregata chissà dove e per chissà quali oscuri motivi.
Dopo quarant’anni, il destino restituisce a Lorenzo una madre per cinquanta giorni; tempo in cui si manifestano inconsci e verità, tacite o addirittura negate. Maria non riconosce suo figlio, lo ignora, aliena con la mente popolata da ombre e fantasmi, quasi del tutto inespressiva, muta […] con lo sguardo fisso nel nulla. Al contrario, sembra avere una sorta di intesa complice con il ragioniere Merisi, il cui atteggiamento premuroso svela sentimenti d’amore e di ammirazione, da sempre custoditi segretamente nel cuore.
La forma diaristica in corsivo anticipa e allo stesso tempo, con successivi intercalari, completa la testimonianza fortemente emotiva di quell’invisibile legame ancestrale che esiste tra madre e figlio, filo rosso indistruttibile nonostante un percorso reso tortuoso dal succedersi degli eventi e da una situazione alquanto paradossale.
Oltre che tenere il lettore maggiormente incuriosito e immerso in una continua suspense narrativa, l’intreccio, opposto all'ordine cronologico naturale degli eventi, offre al lettore soprattutto una visione coinvolgente della sofferenza psicologica per la perdita di un’interazione, essenziale per lo sviluppo emotivo e cognitivo della personalità adulta del protagonista […] Il vuoto che da sempre sentivo nel cuore è ora pieno di te. Il frammento mancante della mia identità è ora al suo posto, tutto è armonicamente integro e il senso della mia esistenza nel mondo è ormai ristabilito.
Rallentano e dilatano le scene, sia la caratterizzazione dettagliata di ogni personaggio coinvolto, dall’amico bibliotecario Sergio al macellaio Arturo, dal brigadiere Vito Sciuto al medico Amedeo Salice, sia la descrizione dei luoghi di cui l’autore si serve per strutturare ed esprimere al meglio cause ed effetti di emozioni e comportamenti.
Il libro rivela anche un implicito biasimo nei confronti del trattamento dell’epoca delle malattie mentali negli istituti psichiatrici, sottolineandone la disumanizzazione e l’isolamento, così come la cura medica della lobotomia, spesso considerata più dannosa che utile, in favore di una comprensione ed empatia, necessarie all’individuazione degli stati affettivi del paziente Sono stato invaso da una pena profonda che mi ha soffocato il respiro, mentre non riuscirò a distogliere lo sguardo dal quel solco, ulteriore stigma di follia a deturpare la sua antica bellezza.
Tante sono le figure del dolore; la sofferta alienazione di donna Maria, il dolore del figlio Lorenzo Callisi e la sollecitudine di Cosimo Merisi, ci avvicinano e ci fanno comprendere, oltre le porte della mente, tutto ciò che rimane inespresso e impigliato nelle pieghe più intime di vissuti e mettono in scena sul piano della scrittura, uno dei concetti principali: l’introiezione.
Ogni patimento, ogni colposa tribolazione o rimorso e persino il gesto più tragico, diventa nobile e, celato fino alla morte, si traduce in dono d’amore.
Le indiscusse capacità stilistiche nel saper amalgamare immagini e parole con espressiva armonia e straordinaria sensibilità, rendono questo romanzo eccellente, oltre che emotivamente ed intellettualmente stimolante.

Mare nel Mare è il libro-diario di Amneris Ulderigi, un caleidoscopico connubio di versi e immagini quale incantevole
intreccio di colori e forme, che danno vita a una poesia prettamente intimista
e spirituale. Amneris ha scelto il mare come simbolo di energia vitale ed è lì
che incontra la sua anima “guardare il mare/con sentimento/è guardarsi/dentro”;
l’acqua del mare, in continuo movimento, rappresenta ogni stato transitorio fra
le possibilità ancora da realizzare e le realtà già realizzate. Correttamente
si fa riferimento al mare secondo la visione junghiana, quale immagine
dell’inconscio, luogo che indaga il subcosciente dalle cui profondità sorgono
speranze, sogni ma anche mostri opprimenti come solitudine, nostalgie e dolori
affettivi “oggi/faccio fatica/a respingere/attacchi di malinconia/e la voglia
di piangere/mi annoda il respiro” il cammino di ricerca affronta ogni abisso
interiore in un alternarsi di incertezze, dubbi e indecisione,
trasformazioni, consapevolezza e rinascita. La magia del mare dà inizio a versi in omaggio alla sua anima e a ogni
altra anima in sintonia, per ricettività e sensibilità. Anima, dal greco ànemos, è vento, soffio, aura, tutto ciò
che si avverte, vive al di là dello sguardo ma non si vede. Amneris l’accarezza, la nutre e la svela,
ce ne racconta ogni suo segreto, dipingendone ogni tratto attraverso versi,
prosimetri e scatti fotografici, a simboleggiare inverni e primavere
dell’esistenza.
L’opera
che la stessa autrice definisce: «È incontro di emozioni nell’infinità senza
tempo…» è la coraggiosa ed espressiva rivelazione di un complicato percorso che
è profonda riflessione sui propri pensieri, emozioni, valori, sogni e diviene
strumento di tumulto e leggerezza insieme “cado in un dormiveglia/che non mi dà
riposo… oppure/mi sveglio viva/con la voglia /di respirare il giorno”.
La
versificazione, mai strutturata bensì volontariamente libera e spontanea, ci mostra l’essenza di una donna in grado
di intercettare la grazia e la delicatezza in ogni immagine poetica, quasi
a spogliare un’esistente bellezza, nascosta e solo camuffata da ogni nostra
inquietudine “viaggio sguardi/di bellezza” - “oggi/cerco rifugio nel sorriso di
mia madre/bella dello sguardo di mio padre/in una cornice di cielo/mi
piacerebbe affondare/nel loro abbraccio”.
Con
le sue foto, abilmente modificate, ritoccate e rielaborate con sovrapposizioni,
giochi chiaroscuro e colori, riflessi ombra-luce e diverse prospettive, la Ulderigi è in grado di influenzare profondamente
la percezione del lettore-spettatore, ne suscita l’entusiasmo e la curiosità.
Gli scatti non riguardano soltanto scenari naturali bensì oggetti solo
apparentemente banali giacché il suo
intento va ben oltre la superficialità, mira infatti a sviscerare qualunque essenza-sostanza,
quale sembianza ispirata al senso della vita, ne percepisce il respiro e ne
coglie ogni impercettibile e immanente energia.
Conoscendo
bene Amneris, anima gentile, sensibile ed elegante, posso senza alcun dubbio affermare
la validità del testo che è emozione pura, da ritenersi un vero “gioiello”
nonché opera squisitamente poetica, alla scoperta di un mondo invisibile ed emozionale,
dentro e fuori di noi, come… “paesaggi di mare che invitano a respirare
richiami di libertà, a perdersi Oltre”.

E
siamo bacio entrambi, pubblicata dalla casa editrice romana
Pagine nel 2021, è la realizzazione
di un ampio e impegnativo corpus poetico
della talentuosa Elisabetta Biondi della
Sdriscia, suddiviso in ben otto sezioni, di cui ognuna è di per sé un’opera
compiuta quale frutto di un lungo e differente percorso creativo-evolutivo.
In primis si
evince la maestria raffinata dell’umanista e la predilezione per i testi più
significativi della tradizione poetica classica nonché, procedendo a un’attenta
analisi testuale, scopriamo di essere in presenza
di una vera poíesis. Una vena
lirica che trasuda calore e passione, ora tenera e melodica, ora afflitta e
nostalgica, ora amara, delusa e pungente, è testimonianza di una ricca,
affascinante soggettività, di etica e morale solide, primo fondamentale
alimento di un componimento poetico. Le tematiche sono in relazione l’una con
l’altra nella profonda interiorità della poetessa, la sua creatività va dai
toni della poesia epica-mitologica, ai canti d’amore, dalla lirica di contenuto
civile a canti pregni di emozione e religiosità, dalla poesia intimista alla
nostalgica-romantica. La Nostra utilizza
e affida sottili emozioni al brivido del bacio, simbolo dell’unione e del
mutuo accordo e che, fin dall’antichità, ha assunto un significato spirituale. Di
fatto, il bacio non è unicamente simbolo d’amore e di passione, è anche accordo
dello spirito con lo spirito e tramite la bocca, organo corporeo del bacio, è fonte
di respiro. Come è pure con la bocca che si danno i baci d’amore, congiungendo
inseparabilmente soffio a soffio. Il simbolo del bacio lascia il segno del suo
passaggio soprattutto nella lirica-simbolica “Amore e psiche: E siamo bacio entrambi” in parte, anche
titolo della raccolta […] Ho mietuto con
te gli ultimi/baci della notte [,] con l’ardore/di chi sa che svaniranno
nell’alba. La sua poesia è personificazione benefica e rigenerante di un vissuto
particolarmente complicato e toccante, erompe da quella pesante “scorza” di fasi
alienanti intensamente sofferte, restituisce un animo temprato Ci sono istanti in cui la sofferenza/trova
in poesia ala di gabbiano/e stilla in poche gocce condensate/l’orrore del
dolore d’ore e ore. Il momento
performativo sconfigge l’oblio, riscrive il tempo dell’ispirazione, rendendolo
infinito e immortale proprio come nel canto di Orfeo, il cui mito di
cantore solitario, nei diversi aspetti ma soprattutto sotto quello dell’amante
desolato, ha sempre esercitato un grande fascino su artisti e poeti Era il tempo passato [,] /era il futuro [,] /tutti
gli istanti/ di un eterno presente…
Le
ripercussioni psicologiche di muti tormenti, la sensazione di essere sottoposti
a un eccesso di pressione e di aspettativa Il
tempo ci ha mutato e separato [,] / il tempo mi ha insegnato a ricordare/senza
più pena [:] non sono come tu/speravi [,] non ci sono riuscita o al
contrario di essere fortemente trascurati (e
non mi hai amata) […] una vita che ha
lasciato cicatrici/che tento invano di cancellare, generano fame affettiva
che non viene mai saziata. Nell’alternarsi di passato e presente, ogni verso è
un frammento di vita che si lega con immediatezza
e profondo pathos a quei temi di un’intima
e filosofica meditazione, sempre e comunque legata alle sue radici: luoghi, affetti
familiari e amicali. Livorno [,] ombra di gioventù [,] /scrigno
prezioso di affetti/ormai lontani [,] questa pioggia/ di stelle in
quest’agosto/ti illumina di sogni mai svaniti. Non mancano dediche
strettamente personali, come quella per un bimbo “Non nato” Ma sei stato amato/d’amore infinito/nel solo
tuo/essere possibilità o liriche dedicate a vittime di incidenti violenti.
Attraverso
il verso, la sua intuizione creatrice conferisce vita e verità in rivisitazione
moderna, alle passioni contagiose di personaggi mitologici e tragici, coinvolge
le capacità del genere umano di interpretare e vivere il mondo; il sentimento
amoroso si fa amore cosmico da ricevere e restituire, lontano da qualunque
violenza o sopruso. I crimini della storia pesano nell’animo, urlano il ricordo
e reclamano compassione e rispetto. La figura di Penelope rappresenta l’immagine
più che dell’amore, della fedeltà alla parola data Contando le mie rughe ora saprai/ gli anni trascorsi nell’attesa di te
[:] / oh il desiderio insaziato di averti vicino! […] mentre traspare una
profonda solidarietà con ogni anima ferita e violata nel canto di Medea, controverso
personaggio di donna abbandonata, lacerata dal più potente conflitto delle
passioni, nella sua vendetta da mostruosa e violenta diviene figura umana e
tenera Ho gridato sotto i tuoi baci [,] / ho tremato alle tue carezze/ e tu
non hai esitato a colpirmi/nuda e vulnerabile […].
Commoventi
e struggenti i versi dedicati alla fedele cagnetta Vichy che non c’è più, il
dolore per la perdita si tramuta in speranza di un dolce ‘altrove’ anche per
lei Io non so se nel cielo tu corra/nei
prati e se prato nei cieli vi sia [,] /so che hai corso per anni al mio
fianco/rendendo più lieve il fardello.
Nella
poetica di Elisabetta Biondi della
Sdriscia colpisce soprattutto la brillante abilità nell’amalgamare un
lessico amabilmente letterario con un lessico più tecnico, in particolare con
riferimento a diversi enjambements
contenuti nei testi e alle molte simbologie, che conferiscono funzioni strutturali
importanti e rendono la poesia nobile e semplice a un tempo.
I
contesti sono espressi con candore e perizia in una forma e uno stile classici;
in alcune liriche si percepisce anche vicinanza alla poesia elegiaca,
nell’analisi di se stessa e nella descrizione dei suoi sentimenti e sogni. Inoltre
e personalmente, ritengo sia presente un tono di fondo che rievoca gli autori tedeschi
del Lied, marcato è infatti il lamento struggente poetico-musicale del cantore
e della dicotomia tra amore e odio, seduzione e inganno. Elevato è il valore
connotativo, rivolto a garantire una maggiore comprensibilità del verso.
E
siamo bacio entrambi è sicuramente una silloge di grande
eccellenza, per la forza dei testi, per la ricca trama di generi, per la
squisita delicatezza nell’affrontare tematiche complesse e soprattutto, per
l’attualità di una riproposizione in versi di alcune fonti di letteratura greca,
tra gli elementi essenziali di gran parte della nostra cultura
occidentale.

La croce di carta, edita da Daimon Edizioni per la
collana Arcadia (2024) è la terza silloge del pluripremiato poeta romano Luciano
Giovannini. L’opera corredata di un’accurata prefazione dell’editore Alessandra Prospero, ci presenta un io
lirico vibrante di umana partecipazione,
dove ogni verso equivale a un abbraccio condiviso.
Importante ed emozionante al tempo stesso, il titolo svela
la diffusa metafora della croce, ne accoglie ogni significato oltre l’aspetto
storico. Consapevole della caducità e fragilità della condizione umana e della
vita, il poeta è spettatore “superstite” di un’esistenza dai valori autentici: in questo mondo vuoto e virtuale/popolato da ombre e da
controfigure, crea in sé e nel suo canto la pena e il tormento di un’umanità
incredula, che s’interroga sulla sofferenza e sul divino, di fronte alle grandi
e piccole angosce quotidiane. L’arte poetica, percepita come vera e propria
missione, è dimora necessaria per raccogliersi e divulgare “incanto di parole” che
s’insinua rispettoso nei cuori, suscitando una maggiore sensibilità verso la
condivisione: Poesia [,] tu sei la certa
salvezza [,] /la goccia di pioggia [,] /L’essenza vitale
[,] /Il mio solo strumento.
L’esperienza artistica di Giovannini è intuizione ed espressione di una chiamata interiore; si traduce in ascolto
delle voci della propria anima al fine di armonizzarle con altrettante voci che
salgono dall’universo, si fa tramite fra ciò che è umano e ciò che non lo è, benché
si ritenga, umilmente, solo un venditore ambulante di parole.
Il poeta è soprattutto un uomo
che non si limita ad osservare la parte più superficiale della “croce” ma penetra nel mistero delle miserie umane,
assegna volti reali agli affanni e ai dolori che affliggono ogni individuo;
riconosce l’impegno di una partecipata sofferenza ma si dimostra determinato ad
accettare questo grande fardello Non lascerò che questo mio
dolore/appassisca ai raggi di un timido sole/ma lo tramuterò in mille rivoli
d’inchiostro.
Il tema
centrale è il ritratto di una quotidianità, con i suoi ripetuti conflitti; inarrestabile
è il fluire del tempo […] il tempo passa e fugge/come
sottile sabbia/che scivola via dalle tue dita, riuscire a
liberarsi è esprimere il dono che si
possiede, il dono della poesia Io
cammino con le spalle piegate/dal peso di una croce di carta […] / io sono soltanto
quello che vivo [,] / io sono soltanto
quello che scrivo.
Oltre alle esperienze
personali, le liriche sono dedicate a sportivi, a vittime di femminicidio e del
sabato sera, a scrittrici e poetesse, umili ed emarginati, tutti personaggi dietro
cui si cela il vero significato della vita.
Tutti noi, di fronte al mistero della
vita e della morte, non siamo nulla: Siamo
vacillanti foglie/sul precario ramo della vita / […]
siamo solo un debole tratto di matita.
È indubbio che, secondo la tradizione
cristiana, la croce sia simbolo universale e cosmico, chiunque è destinato a
“portare la croce”, tuttavia, serve coraggio, quale unica speranza di sopravvivenza:
al di là delle sbarre/ della tua subdola
gabbia.
Al
di sopra di uno stile personalissimo di un verso intimo e raccolto, si leva una
soave e velata attesa di redenzione e rinascita, capace di manifestare flussi
di immagini metaforiche e di sentimento. Il ritmo non è mai pesante ma possiede
grazia, snellezza, leggerezza pur pieno di echi vivi aderenti alle cose e alle
persone del mondo, mondo che respira e vive in una continua ricerca spirituale
e di senso. La
scansione delle strofe, infine, è segnata talvolta da figure di ripetizione:
intere strofe o parte di esse, all’inizio, al centro o alla fine della lirica.
Chiaramente, la ricorsività
conferisce alle parole un maggiore valore significativo, mantenendo coeso il
testo.
«Per
crucem ad lucem», recita
la Sequenza di Pasqua, poiché attraverso la Croce si giunge alla luce della
Resurrezione e il buio non può vincere.
Quell’odore di resina, edito da
Castelvecchi nella collana Tasti (2024), è un romanzo psicologico di formazione
e l’esordio in chiave narrativa di Michela Zanarella, una delle maggiori
poetesse italiane della letteratura contemporanea, pluripremiata, autrice di
molteplici sillogi poetiche nonché ampiamente conosciuta per il suo costante
impegno sia nel giornalismo che nelle relazioni internazionali.
Protagonista dell’opera è Fabiola, veneta
diciannovenne, romantica e sognatrice ma
con un vissuto cosparso di esperienze scioccanti ancor più appesantite da
una delicata salute “Tanti furono gli episodi drammatici che mi videro
sofferente…” che inevitabilmente, influenzano la sua personalità, la sua idea
di sé e ogni sua relazione interpersonale, tanto da percepirsi a volte inadeguata
o insoddisfatta con familiari, amori e amicizie.
La narrazione inizia da un punto di
fuga che è un addio alla sua terra di origine, nel tentativo di rimuovere le cicatrici profonde scavate da memorie
traumatiche.
In particolare, sono due i fatti angosciosi
di cui la protagonista ci rende partecipi e che ne determinano una testimonianza diretta di ogni
implicazione psicologica: il suo primo lavoro presso un mattatoio, luogo di
dolore, sangue e morte “fantasmi come cadaveri, come carcasse penzolanti ai
ganci di una catena di macellazione!” e un terribile incidente con la bici, a
cui fortunatamente sopravvive “Una macchina bianca agganciò il manubrio e mi
fece sobbalzare in aria, facendomi cadere al centro della strada”.
Grazie al potere disarmante dell’amore, Fabiola dimostra di avere schiena di roccia; le ferite del passato
e quei pensieri intrusivi, invadenti e persistenti convivono con i profumi e i
colori, gli oggetti e le presenze dei luoghi natii “Giugno, un pino che i miei
avevano piantato nel retro della casa […] aveva un odore buono di resina, mi
rassicuravano il suo silenzio, le sue ampie braccia legnose, le pigne e
quell’odore di pulito e di fresco che avvertivo stando seduta accanto a lui”.
L’amore per Angelo prima e per Lorenzo
poi, l’aiutano a non scoraggiarsi, a stringere i denti e andare avanti, non
cedendo alle proprie fragilità bensì accettandole. I traumi segnano per sempre ma il desiderio di amore, affetto, rispetto
e protezione è più forte, nonostante il continuo bisogno di rassicurazione
e conforto o, semplicemente di ascolto, la sua anima ferita impara a convivere con i dolorosi fantasmi del passato,
certa che “Nel bene o nel male […] il nostro destino sia già tracciato!”
Come una farfalla
innamorata del vento,
si affida alla costante passione per la poesia che la salva e nel tempo, le concede
anche la conquista di un ben definito ruolo sociale.
Quell’odore di
resina è
un racconto di vita, toccante,
coraggioso e necessario che adotta tutte le sfumature psicologiche e
comportamentali della protagonista e di ogni altro personaggio coinvolto nella storia.
L’amalgama tra rielaborazione narrativa e avvenimenti reali è inframezzato da
appassionati versi di poesia, scintillanti motti di spirito e originali
osservazioni introspettive. In quest’opera, la Zanarella dona il meglio di sé,
mostra ogni sua dote di scrittrice oltre che di poetessa nonché una sfrenata passione
per la vera letteratura; precisa in ogni particolare, sottile, penetrante e
realistica anche nelle situazioni più banali, ne ricava ogni risonanza utile a
sviscerare un mondo interiore, senza alterare minimamente la veridicità dei
fatti principali. I temi dell’amore, dell’amicizia e persino della sessualità
vengono trattati con assoluta
sensibilità, delicatezza e disarmante semplicità.
Le pagine intendono essere un aiuto per
superare situazioni complesse con umiltà, misura e saggezza ma soprattutto con
fede e ascoltando sempre il cuore. Dare voce al silenzio spesso vuol dire
riparare traumi che difficilmente scivolano via, poiché la sostanza rimane e fa
male.
Non si trascura nella stesura del libro
una attenta narrazione ed una acuta critica nel rispetto della dignità e
libertà di operare serenamente le proprie scelte, pur di arrivare a costruirsi
una propria identità.
“La
vita, in fondo, è fatta di piccole cose, di rinunce, sacrifici, soddisfazioni e
traguardi. Vale la pena viverla al meglio, come un’occasione irripetibile”.

È appena uscito il nuovo libro dello
scrittore jesino Franco Duranti, dal
titolo La fermata al Caffè Centrale, edito da affinità elettive di Valentina Conti. Trattasi di una narrativa, dal punto di vista
formale e contenutistico, riconducibile a un genere letterario misto tra il Bildungsroman
e l’Erziehungsroman (romanzi di
formazione ed educazione), con evidenti caratteristiche del romanzo
psicologico. La cover del romanzo,
raffigurante una corriera stile retrò, da subito lascia intuire l’ambientazione
anni sessanta, quasi a conferire maggiore animazione a una precisa
retrospettiva culturale nonché ad uno dei tanti scenari pittoreschi del
racconto. L’incipit della fermata della
corriera, vicino al Caffè Centrale introduce il lettore e lo trasporta
all’interno dei ventinove capitoli, divisi tra i mesi di novembre e dicembre. Protagonista
è Fausto, un ragazzino di undici anni, giudizioso e bene educato il quale, a causa
delle precarie condizioni di salute della mamma, viene affidato dal padre
Renzo, alle cure della zia Flora, nubile e ancora
una donna di bella presenza nonostante i suoi cinquant’anni. Faustino, così
chiamato perché di costituzione esile e
mingherlino, ritrovandosi fuori dal
suo semenzaio… senza amici, senza mamma, senza certezze e improvvisamente
catapultato in un mondo tutto nuovo, si sente abbandonato e trascurato, piomba
in una profonda tristezza dove, in un increspato flusso d’identità, affiora un’interiorità
pagata a caro prezzo. Sebbene la zia Flora, che vuole comportarsi come una vera mamma, ma non ci riuscirà mai e
ogni altro familiare facciano di tutto per farlo sentire a casa, la mancanza
della figura guida diviene peso predominante nell’animo di Fausto. La non
presenza della mamma accanto a lui, l’allontanamento dalla sua città d’origine
e l’affidamento intrafamiliare, destano
in lui un improvviso disorientamento
nell’affrontare le delicate questioni esistenziali di un’età alle soglie della
pubertà.
Persino la
cameretta, da lui stesso definita ‘cella’, è metafora di un percorso che è mare
in tempesta, pur restando un punto di osservazione privilegiato e un porto
sicuro in cui rifugiarsi e dove Fausto avvia l’esperienza del dialogo interiore
con Dio, in attesa di risposte concrete. È lì che ogni notte l’ansia da separazione si fa via via sempre
più pungente, aumenta l’angoscia, i brutti pensieri lo assillano, mille
interrogativi lo agitano, deve conviverci ma fino a quando? Sta arrivando il
Natale, le voci sulla salute della mamma sono sempre più vaghe e Dio è ancora
percepito come assente.
Tuttavia,
se da una parte si sente solo ed inutile come
un oggetto, riluttante e privo di interesse di fronte a qualunque
situazione insolita, dall’altra, i nuovi incontri creano in lui una sorta di
esercizio di libertà, con relazioni di tipo orizzontale tra coetanei e non,
esperienze, sfide e nuove scoperte che lo portano a maturare prima del tempo. In particolare, la vera amicizia instaurata con il suo compagno di scuola Dolce, un
ragazzino di campagna di appena un anno più grande di lui, lo aiuterà a
comprendere le dinamiche di un diverso ambiente sociale, stimolando il sostegno
reciproco e una maggiore attenzione alla virtù della fragilità e della condivisione.
Il tema dell’assenza-presenza genera
il conflitto interiore di un disagio, di una soggettività frantumata e diviene centralità del romanzo.
L’arricchimento lessicale, le sequenze descrittive di personaggi, luoghi e
ambienti e la competenza narrativa nonché
l’abilità propria del Duranti nel raccontare gli eventi, con focalizzazione
interna, in maniera chiara e ben strutturata, rendono partecipe il lettore e lo
coinvolgono emotivamente.
La forte carica espressiva e l’attenzione ai particolari anche più
insignificanti mostrano l’ipersensibilità del piccolo protagonista e i suoi
opposti stati d’animo, tra presente e passato, giorno e notte, conforto e
angoscia ma forte è anche il desiderio di compiacere soprattutto i nuovi amici.
Il romanzo è una storia toccante, imperniata sulla ricchezza di contenuto che fa
riflettere dal punto di vista psicologico: fino a che limite si può sostenere
il peso dell’assenza? Ed è proprio il giorno di Natale che Fausto si ritrova di
fronte all’immagine di una mamma diversa
che non riconosce perché lei stava lì,
assente, con lo sguardo fisso rivolto alle lingue di fuoco che guizzavano nel
camino…
Il regalo che attende da parte dei suoi genitori, alla fine non ha più
senso, perché in realtà preferirebbe avere la mamma di un tempo: una donna di particolare e raffinata bellezza… gli occhi
castani, con intarsi di pagliuzze nocciola, ma con lo sguardo offuscato da un
velo di tristezza, quello stesso velo di tristezza che aleggia di continuo
intorno a lui, imprigionandolo in quel penoso distacco. Nessun bambino dovrebbe
vivere una simile esperienza, soprattutto nell’età dello sviluppo, in cui la
figura della mamma è essenziale ed imprescindibile.

Fiore nel vento,
l’ultima opera letteraria del poeta, scrittore e drammaturgo Oscar Sartarelli (Bertoni Editore- maggio
2022) è una silloge poetica appassionata e pungente, che riprende e amplia temi
molto cari all’autore: il senso del
vivere e la fugacità del tempo. L’arte poetica cattura scenari vividi ed
espressivi sull’incedere degli anni, sulla fuggevolezza delle cose belle, di un
momento intenso e di un’emozione positiva. Lo stesso titolo della raccolta
conferisce il significato più profondo delle varie fasi dell’esistenza, l’immagine
del fiore è metafora della vita, risultato dell’unione dell’essenza e del
soffio, di cui il vento è sinonimo e anch’esso fonte di vita: “Sarò fiore nel
vento e soffierò […] / per darti i miei occhi che vedono il vero”.
È
attraverso il ricordo dell’infanzia che il sapore dolce del passato torna a
farsi presente e la nostalgia di affetti vissuti e luoghi percorsi sono un
mezzo per eludere le figure temporali del divenire e dell’eternità, rendendo
più sopportabile il viaggio terreno. Nell’immenso alfabeto intessuto di ricordi,
quale unica certezza poiché già vissuti, l’io lirico si ascolta: “[…] e
ricerchi le radici del senso” mentre si
fa strada la malinconia che è timore dell’ignoto ma, allo stesso tempo, apre a visioni di fiduciosa attesa di
un luogo che è ritorno all’unità e allo stato primordiale: “La terra vivrà un
nuovo paradiso [,] / d’incenso sentiremmo buon odore [,] /crollerebbe il muro
che c’ha diviso [,] / liberi saranno pensieri e amore.”
Tutto
nasce ma tutto è effimero e destinato alla fine; un solo sentimento sopravvive
all’ansia dell’assoluto e del futuro incerto ed è l’amore, continuo e permanente, che racchiude una molteplicità di
emozioni. In queste liriche, l’autore molto spesso lo rievoca nei confronti
dei suoi familiari, degli amici, degli anziani e di chiunque soffra; con intima
armonia ne accoglie la completezza con un senso di gratitudine, pur non
dimenticando mai cosa sia l’esperienza della commozione che provoca uno stato
di vulnerabilità: “Più s’attorciglia e più manca l’aria.”
Bellissimi
gli haiku, perfettamente conformi alla percezione legata alla natura,
anch’essi simboleggiano la fragilità e la transitorietà delle cose, a
sottolineare la bellezza triste che si avverte con il trascorrere degli anni.
Nell’ultima
sezione Brandelli di sogno, scopriamo liriche che vivono alla
sospensione lirica come qualcosa di magico e illusorio, attraverso immagini
evocative e incantate, la sete di eterno è una sorta di preghiera sospirata,
l’animo poetico incontra prima l’oscurità poi la luce improvvisa, dove appaiono
voci e visi di chi non c’è più: “Il buio s’infrange ed esplode la luce.” […] “Gli
occhi sono pieni di luce/ e il fischio lascia il posto ad una soave melodia [:]
/ un sussurro d’arpa nel silenzio totale.”
L’opera
del Sartarelli rivela una maturità
poetica, armonizza la profondità del sentire con l’eleganza dello stile,
con un recupero delle forme e dei versi della tradizione. Le liriche in
prevalenza sono composte da endecasillabi e rime alternate, con un lessico a
tratti più prezioso e ricercato, in
aderenza perfetta dell’immagine alla parola.
Una
poetica che, con compassione e coraggio, accetta il divenire come forma della
vita stessa e dove l’amore, così come la luna, cresce, decresce e scompare per
apparire di nuovo, in quanto luce universale; la sua morte non è mai
definitiva: “[…] non vedrà mai nero chi ha sempre amato.”

Dalla parte del figlio
è il nuovo libro di Giuseppe Filidoro, edito da Bertoni Editore (febbraio 2023),
un romanzo psicologico illuminante e
pregevole. La narrazione si fonde con una minuziosa analisi della parte più
profonda della psiche umana, con estrema delicatezza oltre che con specifica
conoscenza. Dalle sfaccettature comportamentali di ogni protagonista, si evincono tematiche complesse di disagi
‘sommersi’ quali importanti testimonianze di indiscutibile verità. Il romanzo
individua con chiarezza e precisione il valore di equilibri familiari che
coinvolgono una coppia e il rapporto genitori-figli e di come tali relazioni si
ripercuotano su ogni singola esistenza e soprattutto, sull’immagine fornita
verso il mondo esterno.
La
scena quotidiana e rituale della prima colazione è l’incipit descrittivo della
storia, coerente e credibile, di una famiglia tradizionale composta dalla
triade padre, madre e figlio, protagonisti e narratori in prima persona. Ludovico
è un padre molto preso dal lavoro, la sua attività professionale copre la
maggior parte del tempo ed è eccessivamente esigente e meticoloso; Crystal è una
bella donna, madre e moglie premurosa e compiacente ma palesemente insicura, nel
suo tempo libero si diverte a postare le sue foto in rete; Samuele è il figlio quasi
diciannovenne, diligente e coscienzioso che ogni genitore vorrebbe avere, studente
brillante ma poco eloquente, sfuggente e
abbastanza enigmatico: “Quando ho
voglia di estraniarmi dal mondo intorno a me mi concentro sulle mie mani […]Dall’età di cinque anni ho iniziato
a superare i momenti di imbarazzo in questo modo”.
Da
subito entriamo in contatto con l’intimità di un contesto familiare riservato, apparentemente
normale e ben inserito nel tessuto sociale, come tanti altri. «La perfezione in
tutto è l’obiettivo che ognuno dovrebbe avere nel condurre la propria vita» è
il motto vigente quale simbolo di una famiglia felice. La loro esistenza scorre
pacificamente nella convivenza domestica, nel lavoro, nelle amicizie e nello
studio finché non emergono situazioni segrete e non sempre confessabili, che
trasformano quella normalità senza macchia a cui i protagonisti ambiscono, in
una realtà vulnerabile e ingannevole. In particolare, il bagaglio
emotivo e gli strascichi di una mancata affettività nel passato di Ludovico e
Crystal, ricordi e reminiscenze di traumi infantili rimossi come fantasmi ma
mai risolti, sono costantemente presenti. I pensieri, espressi sempre con
monologhi interiori, inconsapevolmente, ingabbiano in meccanismi disfunzionali
che non danno pace, condizionano e determinano ogni futura azione e personale
visione dei fatti.
Al
contrario, la personalità di Samuele, chiamato Sam, poco visibile nella prima
parte del romanzo, si concretizza solo dalla descrizione della sua camera, il
cui accesso è proibito ma dove Crystal entra comunque e di nascosto: “Mi sento
inquieta. In questa camera ci sono un silenzio e un ordine irreale […] Mi
chiedo cosa non conosco di mio figlio”. A quanto pare, Sam è un adolescente
tranquillo, non ha mai causato alcun problema ai suoi genitori, all’ultimo anno
di liceo raggiunge il massimo del profitto tanto da meritare una borsa di
studio per l’Università di Harvard. “Samuele è sempre nella sua camera a
studiare, concedendosi un’uscita solo al sabato sera con i suoi due amici, Dado
e Filippo”, entrambi soggetti strani: Dado ha un carattere un po’ ribelle
mentre Filippo è un ragazzo fragile ma Sam si trova bene con loro, li protegge
e allo stesso tempo, li domina da vero ‘capobranco’. Vanno spesso a giocare a bowling e si eccitano nel fare strike: un gioco che si dimostra
tutt’altro che strumento ludico e di divertimento.
Tutto
è ‘razionale’ nella logica delle emozioni ma l’etichetta della perfezione che
Ludovico ossessivamente pretende da se stesso, dalla moglie nonché dal figlio,
inizia a vacillare. La narrazione suggerisce che l’equilibrio familiare è
indubbiamente fittizio, esiste solo in virtù di un’illusione narcisistica della
famiglia perfetta pertanto, destinato a rompersi. Inizia tutto quando Crystal
scopre l’esistenza di un diario che Sam è solito scrivere quando si chiude in
camera: “Tutti i ragazzi hanno un diario […] Le pagine sono scritte con
caratteri insoliti[.] Le lettere maiuscole sono finemente disegnate, con orli
colorati e volute e le lettere minuscole terminano tutte con una specie di
virgola ricurva, un segno che avverto come minaccioso, non so perché”.
Secondo
la concezione pirandelliana la «trappola della forma che imprigiona l’uomo è la
famiglia» e per Sam, infatti, il suo ambiente familiare è opprimente, pieno di
ipocrisie e menzogne; le personalità dei suoi genitori sono delle illusioni: “Mio
padre e mia madre sono entrambi piuttosto insignificanti, ma in fondo mi sembra
siano buone persone”. Nei suoi scritti Sam si rivela senza inibizioni, non
finge di essere qualcosa di diverso, mostra chiaramente il senso apatico,
frustrato e cinico della sua esistenza nonché la sua predisposizione
aggressiva. Il mondo bello e pulito gli
va stretto, vuole avere più esperienze, manifesta la voglia di riservatezza,
vede i genitori sotto un’ottica completamente diversa. Un atteggiamento quale primo
segnale di un temuto allarme tuttavia, sottovalutato dai suoi genitori. Essere genitori è l’esperienza più difficile
che ci sia, non esiste un manuale istruzioni e può accadere che figure adulte
della famiglia siano esse stesse in difficoltà nell’ affrontare il dolore a
livello emotivo o peggio, abbiano per prime la necessità di essere aiutate.
Dal
punto vista tecnico e strutturale, nella sequenza dei capitoli, sono presenti
sia dialoghi diretti che brevi messaggi di telefonia, a conferma dell’attualità
degli argomenti; il procedimento narrativo è ricco di metafore, simbologie e utilizza
l’analessi, interrompendo il presente per raccontare eventi passati, quali
elementi essenziali per una maggiore comprensione dei fatti. La trama coinvolgente ed emozionante, lo stile e la struttura
ineccepibili, rendono il romanzo una valida esperienza di riflessione e
consapevolezza, oltre che un’ottima lettura.
Da sottolineare gli
aspetti della psicologia delle emozioni e del disturbo psichico, con una naturalezza che determina un passo
avanti, al fine di sdoganare dei temi ancora poco diffusi, dissimulati quasi
sempre dietro la vergogna.
La penna di Filidoro è un
inquieto scatto fotografico che denuda da tutte le angolazioni
e offre una nuova e sorprendente comprensione umana di cause e conseguenze, in
quel concetto fin troppo stereotipato di disagio giovanile, che diventa esistenziale
nel momento in cui manca la realizzazione del Sé futuro e del mondo. Partendo
dalle esperienze genitoriali, ci si rende conto degli infiniti lati oscuri ereditati
e troppo spesso, dietro la trappola del
perfezionismo si celano vere e proprie psicopatologie. Si nasce in
famiglia, si deve poter nascere da una famiglia sana e normale ed è compito della
famiglia introdurre il figlio alla vita e ai rapporti sociali. Ma, soprattutto,
oltre all’amore, è importante l’accettazione dei propri figli, nel rispetto
della loro unicità. La famiglia perfetta non è mai esistita, si rivela un
fallimento anche nella finzione.
Dalla parte del figlio: un’opera dove le
problematiche di ‘ferite’ irrisolte danno origine a qualunque cosa… l’interpretazione
dell’epilogo della vicenda familiare, più che attendibile, spetta ai lettori.

Le
dee nude nel Mediterraneo-
Storia di Bartolo e di
una Madonna velata (Amazon 2022) di Enzo Fabbrucci e Maria
Antonietta Pirrigheddu è il primo volume della collana “I libri dell’alba”
del marchio editoriale e canale YouTube denominati I 9 Cieli.
Un’arte visionaria e
simbolica inaugura il fortunato connubio tra un pittore-scrittore e un'attrice-scrittrice,
due lodevoli e promettenti artisti dello scenario culturale contemporaneo.
Un
affresco raffigurante la Vergine, conservato nella Cella del Poggio
dell’abbazia benedettina del Sasso “a
ridosso d’un picco isolato lungo la via Flaminia” e il suo “volto sfigurato”, rappresentano il
fulcro della storia. Bartolo, talentuoso pittore incaricato del restauro e donne
di straordinaria bellezza “col sembiante
di Madonna”, accorse dalla riviera al monte per posare come sue modelle,
sono interpreti di affascinanti e suggestive riflessioni. Il linguaggio del corpo
femminile trasmette a Bartolo la vera essenza oltre l’apparenza fisica ma, allo
stesso tempo, diviene enigma da risolvere per portare a termine il difficile restauro.
Una donna, in particolare, sorprende e suscita il vivo interesse di Bartolo,
che ne rimane estasiato perché: “il volto
e il corpo della sconosciuta combaciavano perfettamente con quelli della
Madonna”. Enzo Fabbrucci e Maria Antonietta Pirrigheddu sono narratori
onniscienti di un libro culto, in cui intreccio
e immagini di muse ispiratrici si amalgamano e si organizzano in archetipi che
non smettono mai di pulsare; quasi come vera e propria canalizzazione di un
passato tra mito e leggenda, creano
affabulazione mentre raccontano visioni intuitive ed oniriche, come si
evince dalle stesse didascalie che accompagnano i dipinti. Il tema dà voce a realtà
molteplici, diverse e parallele, intercetta scenari possibili quale metafora di ciò che non si conosce ma che
può essere scoperto. La Madonna
Velata dell’affresco così come ogni donna illustrata rievocano mistero,
sfaccettature arcane e segreti nascosti di luoghi “lungo lo stivale dell’Italia” […] “in cui sopravvivenze di un passato arcaico si oppongono alla storia, o
alla logica della filosofia aristotelica”.
L’opera,
prendendo spunto da un pensiero visivo e immaginativo, offre una maggiore comprensione
e nuove prospettive tra passato, presente e futuro. Uno stile condiviso,
con
esposizione fluida ed equilibrata per un lessico ricco e appropriato, trascende
le modalità ordinarie di una semplice narrazione; ne risulta una dualità tra
realtà e percezione, un percorso iconografico
ricco e trasversale in grado di stimolare e liberare l’immaginazione. Pittura e scrittura si trasfigurano in
simbolo di evoluzione e cambiamento, conferiscono originalità e intensità
emotiva, rendendo la pubblicazione una valida produzione di un differente codice
di comunicazione culturale. Le dee nude nel Mediterraneo… per una
lettura interessante e coinvolgente.

Ogni
nuova pubblicazione comporta inevitabilmente un lungo percorso di ricerca,
studio e duro lavoro, ne è ben consapevole il Nostro Antonio De Signoribus, da sempre dedito alla stesura delle fiabe il
cui genere originale, ironico e appassionato riaffiora ogni volta più incisivo
in quel vasto e affascinante universo che è la cultura orale. Il suo Colpa del gatto con sottotitolo Fiabe, Fiabine e Fiabacce
(Edizioni Zefiro Srl) è un’ulteriore
conferma di un lavoro certosino, frutto di un’instancabile passione per la
tradizione popare. La nostra storia è intessuta di narrazioni fantastiche e
le fiabe, viaggiando nel tempo e nello spazio, ne rappresentanità e profondità emotiva, capace di modificare,
alterare e rimodulare gli schemi, inventandone di nuovi.
Parliamo di fiabe
divertenti e tristi, assurde ed edificanti, dall’interpretazione ironica e
contemporanea che riflette l'anima e la coscienza delle
persone; ci permettono di accomodarci e rilassarci di fronte a suggestive ambientazioni
dove lo spazio si dilata, il tempo non è più un ostacolo e l’effettiva
ricchezza del retaggio orale acquista nuovo vigore. Caricature comiche e grottesche
propongono un messaggio universale di rispetto e di comprensione reciproca,
storie all’apparenza piccole, semplici come tutte le fiabe tramandate nei secoli,
il cui processo narrativo avvicina sensibilmente il piccolo lettore così come il
mondo adulto. Tradizionalmente il racconto fiabesco consegna una metaforica e
semplificata spiegazione della vita, ha una valenza pedagogica
di rappresentazione e ascolto condiviso. Tra le righe il messaggio funzionale
alla crescita del bambino, insegna a essere gentili, umili, obbedienti,
rispettosi ma anche coraggiosi ed intraprendenti. Attraverso le difficoltà
della vita si riceve un’indicazione di via d’uscita, di conquista e risoluzione
dei problemi oltre che il godimento di uno spazio di unione familiare e spirituale.
Ogni pagina si carica di una forza
speciale, si snoda in trame lineari affrontate con linguaggio semplice e
immediato ove il discorso diretto, arricchito
da modi di dire, aneddoti e ripetizioni, mantiene viva l’attenzione del
lettore-ascoltatore e lo contagia con sana allegria. La presenza dei tre elementi narrativi: protagonista, antagonista e alleato
magico, solitamente rappresentato da una figura mediatrice ideale buona o
cattiva e la mescolanza della realtà con l’elemento fantastico, trasformano il
racconto in strumento di bontà e giustizia, capace di domare i cuori e la furia
degli eventi. Generalmente, tra intrecci di esperienze quotidiane, festeggiamenti
e rituali, vi operano re e regine, donne e uomini comuni nonché il consueto contadino;
in lui in particolare, si riassumono tutte le risorse di furberia abitualmente
attribuite e sfruttate con arguta semplicità. Quasi tutte le
storie hanno un lieto fine: il bene trionfa sul male, la virtù viene premiata,
l'avidità e la stupidità vengono punite senza pietà; soggetti insopportabili e
creduloni vengono bonariamente scornati e castigati offrendo così un finale denso
di molteplici fattori quali ingredienti di una letteratura popolare.
Infine,
le formule rituali di tempi e luoghi indefiniti: “C’era una volta… “tanto tempo
fa, nei pressi di una chiesetta di campagna…” “E vissero felici e contenti…” ci
lasciano sempre soddisfatti e appagati della nostra scelta.
La
letteratura di ogni regione italiana è radicata nell’oralità. Le trasformazioni
sociali e il rapido cambiamento delle tendenze nell'arte ci sollecitano sempre
più a proteggere e preservare l’inestimabile patrimonio dell’arte popolare
affinché anche le successive trascrizioni e riscritture del folklore narrativo
non cadano nell’oblio.
Grazie
all’opera di De Signoribus improvvisamente
saremo tutti catapultati e coinvolti nella rappresentazione di un mondo meraviglioso
dove si possono superare i limiti del condizionamento mentale e rompere così
gli schemi della propria rigidità.
Attratti
e incuriositi dal titolo “Colpa del gatto”? In fondo siamo nel mondo del tutto è
possibile… senza dubbio non mancheranno ottimo intrattenimento e ironia.

"[…] infanzia significa meraviglia,
fantasia, creatività e spontaneità,
mentre la
condizione adulta significa la perdita di queste facoltà”
(James Hillman)
Torna
a sorprenderci lo scrittore Antonio De
Signoribus con la sua ultima opera “L’uovo di cavalla” (Edizioni Zefiro-
Fermo), una miscellanea narrativa suddivisa in sette capitoli, lepidezza di una
lettura che vuole essere anche un perfetto augurio per un futuro migliore. Ogni
sua opera è un lavoro impegnativo, un percorso scolpito e consolidato nel
tempo, una ricerca accorta e accurata di quella narrazione orale che è
trasmissione e recupero del multiforme patrimonio culturale di una letteratura
popolare. Pacato ma arguto allo stesso tempo, attraverso un linguaggio semplice
e metafore facilmente comprensibili, l’autore ancora una volta avvalora una
notevole familiarità e una distintiva versatilità nel delineare un universo
abitato da quel principio di verità e insegnamento morale rappresentati dalle
fiabe, dalle leggende e dalle più disparate forze misteriose, a volta così
indecifrabili dai sensi e dalla razionalità umana. Stimolanti e coinvolgenti nonché esilaranti, le trame di leggende,
aneddoti e racconti incarnano e
profilano le molteplici sfaccettature di peculiarità fisiche e
caratteristiche comportamentali sia di gente comune, come contadini e garzoni
sia di nobili signori, re, principesse ed ecclesiastici; luoghi stregati da
inspiegabili malie dove germogliano e nascono esseri invisibili ma di cui si
percepisce l’animata presenza, interrompono certezze e scatenano ansie e
timori. Una realtà in continuo movimento tra storie di raggiri, magie, furbizie
ma anche racconti di uomini astuti e scaltri donano un sorriso a piene labbra e
sono un chiaro invito a celebrare una
felicità spontanea fuori della coscienza della ragione. Fiducioso
nel costante valore anche antropologico dell’oralità tradotta in scrittura, De Signoribus si serve del suo usus scribendi
per una continuità di un genere letterario che è apporto educativo verso una crescita più genuina e ci mostra quegli
elementi simbolici di un susseguirsi di stati d’animo e passioni sinonimi di
un’esplorazione dell’animo umano quale fondamento di storie tradizionali che
generano le più svariate emozioni e soluzioni. La
narrazione contempla un gusto letterario
che trascina e contagia, in un repertorio di personaggi gentili e volgari,
patetici o ridicoli, timidi o aggressivi, ogni loro vicenda basta a popolare
una sorta di teatro dell’esistenza. Lo scrittore che indubbiamente ha
competenze specifiche, non si limita a trarre e riformulare storie da fonti del
passato bensì le arricchisce con il suo pensiero creativo e la sua capacità
inventiva, dando vita a un progetto
umanistico di oralità-scrittura che svolge un importante ruolo sociale, culturale
e direi, anche con intento pedagogico, giacché le sue fiabe sono destinate a un
pubblico di diverse fasce d’età. Elemento
trainante non di poco conto è lo sguardo che fruga nella realtà e ne rivela il
sostrato misterioso ove la forza della fantasia smembra e frantuma la
pesantezza del reale con la semplicità di una struttura linguistica spiritosa e
ironica. Dietro ogni fiaba esiste sempre un significato occulto e un potere
suggestivo, per cui anche eventi in apparenza insignificanti creano uno strano
gioco di reazioni e sensazioni; anche frasi canoniche come “C’era una volta” - “Larga la foglia, stretta la via, dite la vostra ch’io detto la mia”,
infine ci pongono sempre una domanda: “Sarà tutto vero ciò che si vede e si
sente?” Sta a noi scoprirlo, semplicemente leggendo e prestando ascolto a
storie che riemergono dal passato per liberarci dai nostri dubbi e dalle nostre
paure. Accogliamo e raccogliamo nella nostra vita quel tanto che fin da tempi
remoti ci hanno tramandato per godere di un’inesauribile fonte di evoluzione e
saggia leggerezza.

“All’alba di ciascuna solitudine c’è sempre
un vuoto che non si è più colmato”
Aldo
Montesi è il protagonista del romanzo “Il sole tra le mani” di Roberto Ritondale (Leone Editore-
2017). Chi è Aldo: un uomo indifferente, cinico, insensibile, che si nutre
delle lacrime e delle emozioni altrui o, in realtà, è semplicemente un uomo che
ripercorre a ritroso la storia della sua famiglia per riscoprire un’identità in
parte smarrita, in parte volutamente rimossa? Aldo ha bisogno di tempo per
ritrovare se stesso, per riconoscersi e finalmente fare pace con quegli angoli
nascosti del suo cuore, della sua emotività, chiusi negli anfratti della sua
stessa memoria. Essenzialmente la narrazione ci mostra un personaggio a
tutto-tondo, un “malincomico” che si
affaccia sulla natura umana, intrappolato
nel costante processo tra oscurità e luminosità, in un viaggio di coscienza
attraverso i dolorosi capitoli di un'infanzia interrotta da un tragico evento
quale l’improvvisa morte della madre “È
da quel giorno che rubo lacrime straniere”. In età adulta, affetti
familiari, amori e amicizie si confondono con segreti, silenzi e amare scoperte, sorretti da moventi di amore/odio.
Aldo non trova più l’unità del suo essere, è consapevole della propria
disgregazione interiore, fin troppo evidente per quel senso di triste,
melanconica ironia della sua vita che accentua il carattere
cosciente-incosciente di ogni suo comportamento.
Personalità
sdoppiata in multiformi aspetti dei quali l’uno non si ritrova nell’altro; un
insieme di personalità incompiute di povera vitalità, apparsa nelle varie fasi
di vita e subito cancellata, scacciata dalla successiva. Memoria, perdita, ritrovamento si inseguono continuamente e, solo
quando si incontrano, riescono a identificarsi e darsi un senso, in una sorta
di memoria involontaria proustiana. Il ricongiungimento con se stesso e la
disillusione imperante di losche questioni a lui sconosciute, spingono Aldo ad
una svolta cruciale che lo porta in India dove vive in prima persona il terremoto-
maremoto del 26 dicembre 2004. L’evento drammatico lo segna profondamente ma
allo stesso tempo pone rimedio alla sua condizione psicologica, apre un nuovo
cammino da seguire per annientare quel dolore che lo attanaglia da sempre. Egli
scopre un particolare dono e come questo può essere utilizzato al meglio per
aiutare gli altri e valorizzare la propria autostima.
Un
innovativo e peculiare rapporto tra contenuto e forma di una parola viva e concreta
di un’opera strutturata in sequenze narrative
dialogiche e omodiegetiche nonché una precisa filosofia di vita e profonda
riflessione caratterizzano il linguaggio e lo stile sempre molto profetico, allusivo e aforistico, rendendo
il nostro Ritondale un abile
scrittore in ogni sua esperienza letteraria. Una trama che affascina per i tanti simboli ed enigmi di un vissuto
che possono ampiamente riferirsi a chiunque ove la parola affidata al
protagonista è bivoca, in quanto riflette l’ideologia dell’autore nonché altri
aspetti della sua personalità.
Lo
scrittore trova così una nuova opportunità per indagare l’animo umano e cogliere
quelle capacità, non sempre visibili allo sguardo altrui, di stare a contatto
con le proprie emozioni per poterle gestire al meglio. Il romanzo è una storia
che parla di amore inteso quale amore universale; dolore e amore si congiungono
e infine si completano dando vita a un nuovo inizio, l’avvio verso una nuova
fonte di energia “Il segreto, mi dico,
sta tutto nell’aprirsi, donarsi agli altri. Nel farsi tempio riciclando il
dolore.”
Ritengo
che l’opera sia un atto di lealtà che sgombra
il campo letterario e quello etico di alcuni pregiudizi convenzionali, ridimensionando
per così dire, anche il dramma della morte e della solitudine, nell’attimo
stesso in cui si ha “la forza per uscire
dall’isolamento […] per dare un calcio
al vuoto, diradare la nebbia, scacciare la solitudine.” Alla base, la
prospettiva della ricerca di uno scopo superiore che è soprattutto crescita
spirituale. Allineandoci ad aiutare e
non solo a livello fisico, possiamo stemperare le paure e smettere di soffrire
per ciò che non siamo più e mai più saremo, sviluppando una piena guarigione
spirituale.
La poetessa Nanda Anibaldi
“ma c’è un
intermezzo una pagina bianca una frazione di
secondo in cui anche il
cuore si prende una pausa; c’è
il momento della stupefazione – magia dentro le cose”
Di
nuovo attratta e affascinata dalle liriche di Nanda Anibaldi, mi
ritrovo a scrivere di una poetica che non si può piegare a interpretazioni
semplicistiche bensì va contemplata e goduta nella totalità di una cifra
stilistica identificativa. Eleganza e distinzione oltre che tante implicazioni
culturali e biografiche, trasmutano nella raffinata elegia di una poetessa abilissima
a coniare parole mentre si confronta con una memoria ecoica ed iconica; l’asperità e la rugosità della vita
diventano veri e propri solchi nell’anima (De rugis- Il Lavoro Editoriale, 2012), operano estreme e sottili
epifanie di un umanesimo di voluta impronta.
Costante
interlocutore è l’autentico legame con i luoghi e ogni loro silenziosa energia,
fusione letteraria ed esistenziale di quell’intimo paesaggio avvolto nel
mistero, quasi uno stato di veglia di una sovramemoria o iperemnesia poetica
che dà origine a momenti salienti di un io lirico dalle scoscese altezze, tra
intimità sentimentali e un gran bisogno di togliersi da un mondo rumoroso e meschino
“come se dovessi riprendere i giochi
interrotti/i progetti irrisolti/la spensieratezza attaccata alle siepi/affilate
da forbici pietose”.
Rapita
dalla memoria trasvola sopra terreni noti e ignoti, con prodigiosa cronologica concentrazione, la poetessa acuisce e amplia
quel dono della visività in lei costituito e preminente, mescola immagini
poetiche evocative a espressioni più concrete e quotidiane.
La
dorata tenerezza del ricordo avvolge
e unifica quel mondo che è ingresso nel
sentimento di un sublime ove si delinea la bellezza infinita di un’eredità
tradizionale di cui la Anibaldi è pregevole custode. Esistono dolori che non
passano mai e ingenerano conclusioni di un universo interiore di legami unici e
irripetibili “Più nessuna cosa è al suo
posto/tanto da far meraviglia questo inverno di luglio”. In particolare, la
silloge “Fammi sapere” (AndreaLivi
Editore- ottobre 2016) ripercorre la sofferenza per la perdita del fratello
Arnoldo, poliedrico artista; il dolore travolge il verso in una serie di
schizzi, ritratti e scene di genere “la
tua assenza è presente/quando vorrei interrogarti/e avere risposte” rendendo
emblematico quel senso di esclusione e di sradicamento che l’assenza genera ma
che, allo stesso tempo, non smette mai di congiungere per vocazione figurativa “[…] libero da ogni laccio/per cercare le
forme e levigare la materia/dentro quell’amore senza il quale/non saresti nato”.
Un incedere brillante e
originale orienta il verso in un viaggio attraverso l’anima per ricercare la
verità e i perché di un distacco mai superato
ed esagitato tanto da traboccare continuamente in pathos quanto più autentico e profondo di un rapporto che va
oltre il legame di sangue, perché appartiene a un vissuto condiviso in ogni sua
forma e sfumatura “Oggi avremmo potuto
parlare d’arte/la pioggia e quest’autunno di luglio/ci avrebbero indicato che e
come”. Il lessico riflette la nobiltà degli affetti, anch’essi simboli della
vanità e caducità della vita “ti vedrò di
nuovo camminare e venirmi incontro/per dirmi del tuo viaggio”, proposizioni
interrogative che sono ancora aperte ma non esigono risposta, a esprimere il
dubbio, la sospensione del pensiero. Nelle sue opere si mescolano e si
alternano i due motivi essenziali della labilità e della permanenza, della vita
apparente e della vita vera. Dalla stessa
identità di parola e spirito la Anibaldi deduce la possibilità di una redenzione del mondo attraverso la parola;
le sue liriche, ricche d’intensità emotiva e commozione estetica, accentuano la
maieutica personale dell’autrice che ritroviamo in tutta la sua produzione
letteraria, così come nell’opera dedicata al Natale (“Scrivere il Natale” - AndreaLivi Editore febbraio 2019) ove si
conferma che il linguaggio poetico non nasce dal nulla ma si può acquisire solo
dopo una ricerca costante e accurata. Tra atmosfere magiche, nostalgia e
assenze, la festività del Natale è pur sempre “brivido dell’emozione”, ritorna ogni volta ad ancorare tradizioni,
tracce e testimonianze di un passato riflesso nel presente seppur fugace “Non rubatemi il mio natale/pieno di
assenze/sui cieli decembrini/ dove si specchia la fatica/di procedere”. Inevitabilmente
il peso degli anni e le ferite dell’anima modificano la sensazione del tempo
sebbene la poetessa riesca perfettamente a gestirla grazie alla caratteristica
distintiva dell’ironia. Le sue fughe liriche interrogano l’immagine mentre la
parola sonda l’indicibile in una versificazione che ripensa e riscrive la modernità
al di là di ogni convenzione letteraria e la rappresenta nel cuore della stessa
senza alcuna “ovvietà”, quale innovativo salto semantico a garanzia di
autenticità e versatilità.

“La
filosofia del sole” (Edizioni Ensemble srls) è la nuova pubblicazione
di Michela Zanarella, poetessa ormai
veterana del verso poetico che, da sempre, equivale a una sua seconda pelle. Questa
volta, tuttavia, la silloge è un nuovo incedere, ci troviamo di fronte a una
differente Zanarella, un io poetico
che trasmuta in un altro sé.
Il
sole è la sorgente della luce, del calore e della vita. I suoi raggi
raffigurano le influenze celesti o spirituali ricevute dalla terra “Sistemarsi l’anima/con un segno di luce”,
oltre a vivificare, esso rende tutto visibile e accentua l’estensione di un
punto di origine mentre misura lo spazio “oltre
le spalle del tempo”. La luce è conoscenza intuitiva e immediata mentre la
luna è conoscenza di riflesso, razionale e speculativa “silenzio che smuove parole d’amore/come passaggi d’anima/intorno a una
luna irrisolta”. Sole e Luna corrispondono rispettivamente allo spirito, all’anima
e alle loro sedi: il cuore e il cervello. Essi sono l’essenza e la sostanza, la forma e la materia, una sorta di inabitazione che ora è centro
pulsante dell’interiorità della poetessa.
Dalle
liriche si evince una decisa evoluzione verso un andamento costante
dell’esistenza, una visione maggiormente distaccata e serena della realtà che
trova le virtù di sopportare con animo tranquillo ogni avversa fortuna e ogni
emozione, nel totale affidamento ad una luce
che è metafora di illuminazione, di profonda crescita interiore. La
razionalità e la concretezza si affievoliscono e lasciano intravedere altre
luci che il tempo ha velato; si dissipano dubbi e paure, tutto diventa più
comprensibile e pieno ascolto “Se l’amore
è comunione di cielo e terra/e anime giuste/allora è fuori dal sudario della
carne/la genesi azzurra/reminiscenza di chiarore”.
Incisiva
e profonda la certezza di una sopravvivenza dell’anima al corpo e di un riproporsi
dell’amore che si mostra nel punto più
alto “Il sole è l’amore fatto
raggio/che accorcia le distanze/e illumina le cose[.]/Innamorarsi significa/radunare l’alba negli occhi”, nell’incontro
dell’anima con se stessa ove la poesia è vicinanza al principio, a quel profilarsi del tempo che è eterno istante.
Una
poetica ascetica e saggia ove la specificità della parola si pone in relazione
col divino e col sacro, risplende di luce propria seppur ispirata, fluida e
inarrestabile nel suono e nelle immagini. Un nuovo stile che riscopre quel
legame originario e antico della poesia con la musica e risponde a un’esigenza
di verità nonché a un progetto comunicativo. La visione di sé e del mondo si
trasforma in esperienza di credente e in ogni lirica si delinea una presa di
coscienza di quanto poco possa essere l’uomo senza la presenza di Dio, il quale
non nasconde l’essere bensì lo custodisce. “[…]si
farà amore un bambino nella culla dei secoli/e il cielo ci ricorderà che siamo
figli/di un mondo imperfetto/nella vita che inciampa per le strade e ritorna
vento”.
L’intensa
vitalità della produzione poetica della Zanarella
raggiunge qui un livello di forza formativa, si apre all’originalità e si
discosta dal modello stilistico delle precedenti raccolte, generando una
variante nella testura poetica. Sono più che certa, “La filosofia del sole”
susciterà notevole interesse e profonda attenzione da parte della critica.
“La
città senza rughe” (BookRoad- maggio 2020) è il nuovo romanzo di Roberto Ritondale, redattore Ansa e scrittore talentuoso. Mi permetto di
definirlo così, con cognizione di causa, poiché ho già avuto modo di valutare e
motivare le sue innate doti di abilità e originalità in occasione di un
concorso letterario nel lontano 2016.
Esordio
della narrazione è l’anno 2030, in un contesto socio-politico proiettato nel
futuro, il percorso impresso all’opera nasce dall’intelligenza emotiva e
percettiva dell’autore, un ipotetico scenario ma sottolineo… non del tutto assurdo, di una Como
città-stato: una Novum Comum governata dal regime autoritario del colonnello
Ebe, basato su una iuventucrazia che
ha per scopo quello di metter in atto una vera e propria mutazione
antropologica, un modello sociale dove dominano “smartphone e eyePhone, computer, tablet, droni e dispositivi di
controllo individuale”. Trattasi di un romanzo sociologico che empaticamente riflette
e racchiude in sé dubbi, ansie e paure comuni profondamente attuali quale
ritratto di un universo chiuso e allucinante, una metafora perfetta di un
processo tecnologico e una disuguaglianza che impoverisce le menti e le anime
tutte. Tra i personaggi troviamo il colonnello Ebe, visto da tutti come dotato
di grande abilità e lungimiranza ma che in realtà dimostra la pochezza di chi
si affida solo al desiderio di potere, preso dalla folle convinzione di
allontanare gli anziani che, a suo parere, sono ostacolo alla sopravvivenza e
alla crescita dell’intera comunità, dimenticando che senza passato non esiste
futuro e che quella fase avanzata di vita s’identificherà infine nella sua stessa
paura del proprio divenire; la coraggiosa settantacinquenne Etilla, madre di Memo e nonna amorevole
di Ezio, adolescente aspirante
scienziato, Ippolita, Tespi, Ocno, Lisa, Marco Catone, Melampo, Pitteo e tanti
altri, ognuno descritto da Ritondale quale
protagonista di vicende avvincenti, nel susseguirsi di peripezie che accomunano
in diversi stati d’animo ma con un’unica tensione narrativa, il climax finale, epifania di una
sensibilità e una coscienza risvegliate che si palesa il 15 agosto 2040. Varie
le tematiche toccate dall’autore: digitalizzazione,
senilicidio, bullismo, immigrazione, anaffettività, solitudine, irresponsabilità
e irrispettosità rendono questo testo letterario strumento di denuncia
verso una società che premia le apparenze e riduce gli esseri ad automi senza
una volontà propria, poiché facilmente condizionabili ai fini di interessi
economici e di assoluto potere “Tutto è
pronto per celebrare il valore della bellezza, la forza della disciplina, la
propulsione dell’operosità produttiva, la potenza della giovinezza”.
Dal
punto di vista stilistico, abbiamo a che fare con accuratezza di forma e struttura, che si sviluppa in perfetto
ordine e si uniforma al migliore modello
di narratologia. Nota essenziale è la perspicuità
del narrare a delineare i contorni di una parola viva e spontanea, un
linguaggio figurato che giova alla chiarezza e alla brevità, attraverso dialoghi
spontanei, pensieri, ricordi, tra neologismi “buoni” di etimologia latina,
madre della nostra stessa lingua e, a tratti opportunatamente utilizzata nella
stesura; così come la non casuale scelta di nomi storici e mitologici nonché di
citazioni in esergo, sono frutto di un’ispirazione ben centrata. Più che il
successo di un futuristico processo evolutivo, l’autore mostra e dimostra che i
nostri valori più preziosi risiedono in noi da sempre e che nessun regime può
cancellare la nostra natura e la nostra etica. “La città senza rughe” sottolinea
quell’impronta sensibilmente rispettosa che è amalgama ricco di esiti e suggestioni
che commuovono e, allo stesso tempo, suscitano nel lettore empatia e
condivisione d’intenti e di sentimenti. Tenace e costante la volontà, volta a
confermare che occorre imparare dal passato progettando il futuro non
distruggendo e alienando il nostro patrimonio culturale bensì conservando i più
alti valori delle nostre origini, quali la poesia, la musica, gli antichi
monumenti; tutto ciò che è memoria è prezioso.
Ogni
regime totalitario è caratterizzato soprattutto dal tentativo di controllare
capillarmente la società in tutti gli ambiti di vita “Lui promuove il nozionismo, non la cultura, come tutti gli uomini
superficiali. I poeti gli fanno paura perché scavano nella mente e nell’anima,
guardano oltre l’orizzonte… E con le parole i poeti costruiscono ponti”.
Il
mio personale elogio verso un’opera, a mio avviso, decisamente metapsichica, soprattutto laddove esiste un chiaro
messaggio premonitorio e ammonitorio riguardo il tema della vecchiaia,
invitando e contribuendo ad acquisire consapevolezza che le “anime deboli che non sono utili alla nostra
comunità” in realtà suggellano le virtù dell’esperienza, del buonsenso e della
purezza d’animo.

“Nel
giardino di Hermes” è la recente pubblicazione poetica della scrittrice
e giornalista Alessandra Prospero,
edita per la collana Criselefantina dalla Daimon Edizioni, casa editrice da lei
fondata e diretta. Simbolico ed evocativo il titolo della silloge che coinvolge
Hermes, la divinità mitologica
messaggera per eccellenza nonché dio dei poeti e, come mediatore fra il cielo e
la terra, garanzia di forza elevatrice. Il
giardino, specchio di una realtà interiore, è energia e percorso di consapevolezza
oltre i cinque sensi ove la poesia, come un mantra, libera l’anima e
illumina il significato di ogni percezione e sentimento. È qui che la poetessa
si pone in ascolto, si prende cura di se stessa e delle emozioni e il suo canto-visione si trasforma in un luogo
di guarigione attraverso la parola poetica “Qui trovo la Poesia della Sera [,] / quegli aromi che solo Tu/ sai
ripescare dall’oblio/ […] perché Tu
sei strumento umano/trascendente e divino”, in sottile intimità e contemplazione
dell’amore in ogni suo risvolto, universale e personale. L’ispirazione si
traduce in una creatività permeata dallo spirito e dalla materia, contrapposti
in una ricerca di luce e di calore umano, a distinguere un sentimento tortuoso seppure
così naturale e spontaneo “Amore
risiede/ove umana debolezza/assurge/a divina vicinanza [,] / nell’Empireo delle
fragilità [,] / illuminate da un unisono”.
Nel
susseguirsi di momenti tra certezze e ambivalenze, ogni sensazione fortemente
affrontata e sofferta è finalizzata a raggiungere e mantenere una condizione di
equilibrio, tra errori del passato e prospettive future. Uno smaltato incanto
dell’amore percorso da un sottile velo di tristezza, ci viene apertamente
incontro, ogni verso sottolinea l’attrazione di un sentimento unico che appaga
e ferisce a un tempo, è “eraclea
ostinazione”, desiderio e coinvolgimento ma anche fragilità nella ricerca
di dolcezza e purezza “Ho passi fermi/
sul tuo marciapiede di meringa […]”, rimane sospeso in aria tra passato e
presente, tra cielo e terra “[…]sul ponte
tibetano/ del tuo avvicinamento” in attesa di una netta conclusione che sia
finalmente conquista verso una stabilità quale “amata meta”.
Una poesia polisemica,
ricca di allusioni, analogie simboliche e tautogrammi,
una misura d’arte fatta di intimo equilibrio e di saggezza in una limpidezza di
espressione alternata con forme dubitative che accrescono il senso dell’incerto
e dell’irreale. La grazia lieve ed elegante di una raffinata sensualità
s’intreccia con un sorridente e garbato scetticismo che tempera il dubbio, la sospensione dell’animo e della mente
“Lasciar andare/ Cospargere l’anima di
oli essenziali/ e attendere che ciò che essenziale non è/scivoli via”. Lo stile, caratterizzato da una morfologia
flessiva molto aggettivata e un’originale semantica lessicale, denota una
profonda conoscenza linguistica nonché una notevole esperienza dei classici. Il
verso è plasmato dal suono di una voce intensa e calda e ci arriva sotto forma
di dignitosa emozione, tra carne e spirito, eternità e intimità, alleanza tra
volontà e armonia.
La
lirica “So(u)lstizio” è, a mio avviso,
quella che più manifesta un luogo privilegiato, una sorta di tempio
baudelairiano, in cui la poesia scopre, raccoglie sinestesie dell’anima “Nell’odoroso gelsomino/raccolgo gli effluvi
della tua attenzione [;] / nelle tue braccia/accoglienti di ortensia/ritrovo il
suono/ del mio sorriso”, serba segreti e, tra giochi di luce e ombra,
affida i suoi sogni, lascia viaggiare il suo messaggio poetico perché ognuno di
noi lo colga quale concretizzazione di un’esigenza
espressiva.

“La moglie di mio padre” edito da
Seri Editore (settembre 2019) è decisamente un salto di qualità come
realizzazione letteraria dello scrittore Franco
Duranti, giunto così alla sua prima esperienza romanzesca. L’opera si
caratterizza quale Entwicklungsroman, in sintonia con un’evoluzione di quel
processo di formazione, identificazione, introiezione e proiezione nonché di
trasformazione di un’età adolescenziale. Lorenzo è la colonna portante del
testo mentre sorgente e centro è il fuoco interiore di una passione segreta che
irrompe nella sua vita e implica il dover affrontare un cambiamento nella sfera
sociale, nell’ambito familiare così come a livello emotivo-relazionale: “Quel pomeriggio lei franò come una valanga
sui miei giorni”. Nella diversità di un rapporto e di un amore insolito con
una donna adulta, la quarantenne Agnese, prevale lo spirito di sopravvento
dell'istintualità; il bagaglio esistenziale ed esperienziale di un ragazzo dona
l’avvio a un’indagine di diversa natura, dove la sottigliezza psicologica di una concupiscientia, diventa filtro cui passa un vissuto
che si articola su due piani: quello dell’incontro, reso
con viva immediatezza: “breve, veloce,
come un lampo che con uno squarcio repentino aveva lacerato la mia personalità…”
e quello della ricerca di sé, della propria identità, di un’iniziazione a un
mondo più adulto attraverso l’autoanalisi e l’analisi dei propri rapporti con
gli affetti più cari nonché della maturità della propria sessualità. La seduzione e la fascinazione, in una
sorta di ‘follia d’amore junghiana’, improvvisamente mettono in discussione le stesse
caratteristiche familiari ma, allo stesso tempo, s’intrecciano con la
riscoperta dei legami affettivi nei riguardi di ogni personaggio, con un proprio
ruolo e importanza all’interno della narrazione. Primo fra tutti viene
sottolineato il rapporto con la madre, nominata quasi sempre come Clara. Ciò
merita attenzione, dall’utilizzo del nome di battesimo si evince, infatti, un
tipico comportamento di Lorenzo, il quale sembra rifiutare un qualche aspetto
genitoriale, ne prende distanza quasi a deprivarlo del ruolo che le compete.
Lorenzo si concentra sullo sport, per non pensare ai suoi “vuoti” mentre Agnese,
donna profondamente narcisista, ha bisogno di qualcuno che la veneri. Un
incontro emotivamente coinvolgente e carico di potenzialità aiuta entrambi a
crescere psicologicamente e una
condizione inconscia di dipendenza affettiva finisce per sostituire una
madre distratta e presa dai suoi interessi. Solo più avanti, il distacco
improvviso dalla figura materna diviene possibilità creativa di un ritratto più
intimo e sofferto; stessa cosa avviene con il personaggio di Federica, coetanea
di Lorenzo ma che, nella storia assume inizialmente una veste tutto sommato
marginale e scontata, essendo la sua fidanzatina ufficiale.
Man
mano che si procede nella lettura, fuoriescono inesorabilmente i diversi
comportamenti, finché iniziano a stabilizzarsi amore, interessi e amicizie ove
vince il senso di responsabilità, di maturità, d’indipendenza e di capacità di
farsi carico di ogni situazione mettendo il senso del dovere sopra a ogni altra
cosa; un’incondizionata consapevolezza mette fine a tutte le illusioni e a
tutte le ipocrisie. In un’inesauribile
ricchezza di sfumature e raffigurazioni suggestive, ci troviamo di fronte a
una narrazione sinuosa che è purezza e
precisione di una prosa mai stucchevole o scontata. L’autonomia sintattica
e contenutistica della fabula e dell’intreccio sono perfettamente coordinate in
sequenze narrative, descrittive, riflessive, espressive e dialogiche dove
incuriosiscono il gioco prezioso di nuove scoperte, i rinvii, le allusioni, i
mutamenti di prospettiva, gli improvvisi arricchimenti di significato di fatti
che scavano entro la psicologia umana, ad avviluppare passioni, errori, proibite
delizie e infingimenti.
Il
finale aperto, senza l’intento di una rivelazione definitiva, fa di questo
romanzo un’opera letteraria di straordinaria vitalità, sorretta com’è da una
scrittura penetrante di uno scrittore romantico e poetico, il quale demanda a
Lorenzo e ad Agnese il delicato e impegnativo compito attraverso la loro esperienza passionale, di superare il concetto
di un gratuito compiacimento erotico, lasciandoci addentrare nell’universo di un’emotività
maschile che si avvia verso un’educazione all’amore e alla maturità affettiva:
valori essenziali della persona umana e di ogni autentico rapporto di coppia.

Silvia Elena Di Donato ha
già ottenuto notevoli consensi di pubblico e di critica con la sua opera prima
per la poesia “La maschera di Euridice” (Masciulli Edizioni – 2018). L’influsso
culturale di una formazione umanistica nonché la sua esperienza di docente
hanno sicuramente contribuito alla maturazione del linguaggio poetico e degli
stilemi, inducendola a esprimere il lessema nella sua essenzialità senza però
scarnificarlo. La ricezione del patrimonio della letteratura classica così come
gli echi della mitologia greca delineano
un paesaggio poetico molto diversificato, frammenti di esistenze di grande intensità e impatto emotivo.
Nei
secoli, tanti sono i poeti e gli scrittori che hanno cantato il mito di Orfeo
ed Euridice, ognuno con la sua personale interpretazione, la Di Donato ne coglie l’esperienza
d’incanto e sgomento, con umiltà e sensibilità; le sue liriche sono una sorta
di preparazione, un metodo di accesso alla vita mistica e a una maggiore
diffusione di valori universali. La
maschera come simbolo di identificazione, regola le energie spirituali sparse
nel mondo e le intrappola per impedire il loro vagare, dominando e controllando
il mondo invisibile: “Sola/trasfigurata
in canto/penetra/la fenditura corrusca del mistero/madida del suo ultimo
passo/sul crinale del grande fiume”.
Il
verso è breve ma intenso, frutto di immagini folgoranti e trasparenze
metaforiche, evocazioni che illuminano la comunicazione di una morale e di un
insegnamento che restituisce un po’del tempo latore di bellezza. Silvia Elena Di Donato crede nella
poesia e nella sua origine divina, ne difende l’incontaminatezza, riscopre quel
senso della vita che colma l’abisso tra il sopra e il sotto dello spirito, fra
Dio e gli uomini “Parole fresche/di albe
e tormenti/sempre le stesse/sempre diverse/mistiche eterne occasioni di mondo […]”.
Il suo canto è un cammino di ascesi, permeato
dalla bellezza e dalla ricchezza di un’ispirazione che lei trae dal
passato, quale sfondo e spinta per trasportarsi fantasticamente nel tempo
evocato. Il mondo stesso, nella sua continua trasformazione, può essere letto
tra le righe di detto percorso “[…]
filigrane di echi di luce/fendono fasciami di nuvole/ - anfratti della mente
infiniti - “e ogni intuizione del
trascendente si concretizza nella pregnanza semantica di una parola sostanziale
e mai banale, in una continuità di versificazione senza soste di virgole e
punti mentre in alcune chiuse si evince un tono quasi epigrammatico. La luce interiore
dell’autrice è immersa nella poesia che ammalia e incanta, tocca quella dimensione religiosa che è missione, cura
dell’anima verso l’infinito e l’eternità “[…] fra i frammenti/del tempo e della durata/parola archetipo/di
eternità”. Sincerità e grandezza etica sono il lievito di ogni sua lirica.
L’io poetico si abbandona senza allontanarsi dal mondo bensì ne rende tutte le
sfumature più fini, i colori più delicati, donando al lettore un’atmosfera
onirica “Il sogno/ ha le chiavi/ di ogni
possibilità” ove il silenzio è
conciliazione e potenziale creativo per una poesia che ha il compito di
esplorare il mistero che è in noi, che coincide col senso del divino “E sorge nuova l’alba/ad abitare
l’anima/spalancata/di pura luce assoluta/ alla meraviglia inattesa/che ne
sorprende la soglia/ con passo divino” e come tale diviene un’inesauribile
risorsa di pensieri profondi. “La maschera di Euridice” è una prima
esperienza poetica che detta già un buon presupposto per ulteriori successi
letterari.

Nanda Anibaldi e la sua poetica
Recensire opere composite, multiformi, dall'architettura complessa e articolata quali sono
le liriche di Nanda Anibaldi, non è
certamente un compito facile. Sin dal primo approccio si evince una poetica
particolarmente vissuta, di un’artista ispirata e talentuosa. Il suo verso supera
ogni concezione tradizionale, non mente bensì si allena a una
verità interiore, non si delinea nell’astratto ma riavvolge e si dispiega lungo
il procedere della vita. Lo stile della Nostra non è stereotipato bensì
espressivo, personale, con immagini pittoriche che creano un’atmosfera
intimistica, come se l’autrice volesse
tenere stretto a sé ogni attimo, imprimendo la sua caratterizzante e soggettiva
vocazione creativa.
Con estrema destrezza e dimestichezza, intensità e
potenza d’emissione, le sue liriche approdano a un’arte di sostanza e non di sola apparenza: una sorta di specchio
cognitivo che tende a sviluppare la propria coscienza.
Nella silloge “La tana del nibbio” (Firenze Libri,
1994), l’Io poetico è ispirato da moti interni dell’animo, spesso inspiegabili,
legati a una pluralità di sentimenti spinti da una nuova esigenza di far luce e
di raccontare le contraddizioni che, come una lama affilata penetrano nell’esistenza
con lucidità e intransigenza, senza infingimenti. Significante e strategica la
simbologia del rapace nibbio che sfrutta il vento più leggero - in questo caso
la poesia - per uscire dalla sua tana ed elevarsi con poche battute di ali; il
verso dona la capacità di liberarsi, di estraniarsi dai problemi per
analizzarli con occhio critico, si distacca dal coro e si esprime in assoluta
libertà: “Tracce invisibili di magma/riciclate sul petto della terra/vengono cancellate/
ad ogni batter d’ali”.
La Anibaldi si pone in continua sfida, non solo con se stessa, in
particolare con il discorso poetico con cui crea un confronto, giocando e
utilizzando la fantasia come vitale interlocutore. Figure e immagini denotano maturità di visione e di espressione nonché una
suprema saggezza di folgorazioni e di messaggi. Lei - donna smette di fuggire
la sua ombra, dà un senso all’angoscia esistenziale e la domina con fortezza e
coraggio: “L’intervallo di tempo/segna sconcerti/tra
rivoli di pensiero/ che sciolgono l’ultima neve… “Pescare il tuo/ nella tavola dei sogni/non è stato facile […] L’ho
disegnato per te ma l’hai collocato nella memoria/labile/non ti servirà a
proteggerti dal gioco/ ché i giocatori sono più scaltri [,] né ti aiuterà a
bleffare/devi pescarne uno più grande/e metterlo come uno scafandro […]” Una
poesia disvelativa che stimola domande e incontra l’alterità, abbraccia la
dimensione estetica, lascia da parte il puro narcisismo per attuare il senso reale
di quel poiein che è veicolo di
trasformazione e cambiamento nell’attimo stesso in cui ci appare un’indomabile
donna e una poetessa palazzeschiana di mirabile e ironica libertà.
Il desiderio di uno spirito che interroga il mistero: “Parli
e racconti/i fatti di sempre/Conosciuti/scontati/ma/li fabuli come tuoi/Il
dramma si consuma/nel non avere risposta” che è ‘paradigma’ di una continua ricerca poetica, crea l’attimo
per un linguaggio semantico arricchito e integrato da metafore e simbologie di
alto spessore, a velare i grandi
interrogativi dell’esistenza, al centro di una precisa analisi ontologica.
“Sarai
spaventato per le cose/che non potevi prevedere/e nel gioco ti sorprenderà/il
bluff come regola” (Paradigma- Progetti editoriali srl- il lavoro
editoriale, 2006)
Nella silloge “Paradigma”,
una genesi biblica traccia l’ispirazione del verso per giungere a un amalgama biblico-pindarico ove notiamo
un incredibile idealismo rinnovatore e rivoluzionario, pervaso da ritorni e
rimeditazioni filosofiche; un’evocazione di ciò che è presenza felice e, allo
stesso tempo, inevitabile consapevolezza del dileguarsi della vita e degli
affetti più cari. I ricordi arrivano nei versi come bagliori di luce a
sostenere i momenti più difficili, smorzando i toni di una tematica di fondo
che è la stessa identità, sia retrospettiva che di continuità futura, ove il
dubbio e la certezza, l’oscurità e la visione chiara, lottano a fronte delle
esperienze vissute e dei ragionamenti che si evolvono nel pensiero: “Forse
ti sentirò nella pioggia/quando l’acqua ha il colore del sonno/e mi scontrerò
con te nella nebbia/gelatinosa/per chiederti scusa”. Un genere di poesia esegetica quale anello di collegamento tra
studio e tradizioni culturali, sollecita la Anibaldi a indagare i vari contrasti tra razionalità e cuore, con
una medesima funzione: trovare una densità di senso fra dimensioni diverse
della realtà, tra prove e ostacoli, contrapposti alle tante nostalgie rivolte a
tempi maggiormente genuini e spensierati: “Oggi ho rivisto il mare/con i
colori del mio tempo/mentre la mia straneità/cammina sulle strade/ che ho già
percorso”. La Nostra penetra in profondità, lo fa con critica tagliente,
con le armi del paradosso e dell’ironia, trovando una sua modalità per
interrogarsi e interrogare nonché per stimolare, tra l’osservazione e i meandri
della mente, una logica riflessione anche su quanto rientra in un dogmatismo
religioso. Non possiamo cambiare parti di noi cercando di nasconderle, tutto
deve venire alla luce ed essere compreso; in altre parole, occorre diventarne
amici. La poesia di Nanda Anibaldi è
anche arte concettuale e, inevitabilmente, si trasfigura in catarsi di vita.

Cresce
l’interesse per l’opera prima “Mangereta” (La nave di Teseo
editore- 2018) di Adalberto Maria Merli,
uno dei più grandi attori-interpreti nella storia del teatro, del cinema e
della televisione, che qui ritroviamo nelle
vesti di scrittore. Parliamo di un’autobiografia romanzata, che si
configura essenzialmente come Entwicklungsroman
e, nella complessa cornice della
seconda guerra mondiale, a partire dal 1943 fino alla ricostruzione
post-bellica, si focalizza sull’immediatezza e sugli sviluppi delle
innumerevoli vicende che vedono coinvolta l’esistenza individuale e familiare
dei Merli. Esperienze di un vissuto maturano la consapevolezza di valori quali la
tolleranza, l’accettazione, la solidarietà, in un periodo storico scolpito attraverso
la forza espressiva delle parole dell’autore, che sono testimonianza viva e vessillo di risvolti psicologici collettivi e di significati condivisi. Una
narrazione retrospettiva in graduale trasformazione, in cui i fatti vengono
tutti descritti in prima persona: l'Io narrante protagonista è Berto o meglio
“Mangereta”, soprannome metaforico attribuitogli dalla nonna friulana, che sta
a indicare la caratteristica di chi mangia molto; l’attore entra in scena da
scrittore e interpreta il suo nuovo ruolo: se stesso. Sin dall’inizio del
romanzo, si evince la dicotomia di due mondi, due opposte visioni della vita:
il calore e l’amore di una famiglia unita da una parte e l’oscurità e il male di
una guerra che irrompe in una sfera privata e stravolge le priorità quotidiane
ma che, tuttavia, il protagonista si sforza di aggirare con la sua fame di vita,
di gioco, di sogni e fantasie, alla ricerca di quelle contromosse “proibite”
che per un bambino hanno il sapore di un’emozionante e attraente avventura. Per
esorcizzare i dolori e le ristrettezze di una guerra, fonte di ansia e
sradicamento, Berto riesce a
cavarsela anche meglio degli adulti e insieme ai suoi tre fratelli, sempre
spinto da un’irrefrenabile curiosità, impara a confrontarsi con ogni nuova
conoscenza, affronta ogni volta nuove sfide, s’impegola in diverse monellerie, si
difende, soccombe o ne esce vincitore, pur non
dimenticando mai il valore positivo del rispetto verso gli altri. Egli esplora
un mondo che racchiude in sé incertezze, tensioni e paure che gli temprano il
carattere e gli impongono una crescita personale. Seppur educato con estremo
rigore, disciplina e forti imposizioni, soprattutto da parte della madre
friulana “dai lineamenti morbidi ma
volitiva nel carattere”, sceglie personali scorciatoie di sfogo, per
evitare ogni sgomento e godersi quella poca serenità che un bambino e un
adolescente merita di vivere.
Lo stile di scrittura è
disinvolto, spontaneo, senza alcuna retorica e libero da inutili orpelli,
suscita ammirazione, empatia e, a tratti, ilarità. Ciò
che maggiormente affascina è la capacità
di creare immagini vive, con l’aiuto
di poetiche descrizioni di luoghi e paesaggi nonché di ritratti individuali fatti di sguardi, mimiche facciali e
caratteristiche personali. Il linguaggio cambia forma e densità,
lasciandosi travolgere da sfumature e profondità di stati d’animo, a seconda delle
situazioni in cui si trova il protagonista, il quale non si vergogna di
esercitare un pungente sarcasmo anche contro la tradizione culturale e i vizi
del suo tempo. Non fa sconti ad alcuno, non nasconde episodi raccapriccianti di
quel periodo storico né si fa scrupolo, nel suo cuore, di simpatizzare con persone
“nemiche” ma a lui care; con le sue riflessioni personali ricostruisce ed
evidenzia sia gli aspetti migliori che i peggiori del suo passato.
Un romanzo minutamente
costruito, stratificato di spunti, di episodi, di tutto ciò che il ricordo ha
accumulato in tanti anni; strettamente ancorato a una memoria emotiva che, tessuta
con finissime osservazioni psicologiche, è strumento privilegiato
per farci comprendere fino in fondo la drammatica realtà sociale di quegli anni
oltre che una dimensione relazionale e affettiva che, nonostante tutto, attraverso
lo sguardo di un bambino, lotta quotidianamente contro sentimenti di paura,
angoscia e vulnerabilità.

“Il ceppo
di Natale” (Zefiro Srl-Fermo) è un piacevolissimo percorso
attraverso riti e manifestazioni popolari che ci arriva, ancora una volta,
dalla meticolosa penna dello scrittore Antonio De Signoribus. In una
graziosa veste grafica, frutto di una sensibilità estetica, questo piccolo ma
pregevole testo è viva testimonianza di usi e costumi del territorio
marchigiano e soddisfa curiosità e interesse verso quella fantasia popolare
legata alla solennità del Natale fino alla Festa di S. Antonio. Il “ceppo”
ovvero il tronco d’albero che è usanza ardere nel camino, a partire dal giorno
della Vigilia, acquista qui un valore altamente simbolico: il tradizionale raccoglimento
davanti al fuoco si traduce nell’interpretazione etico-psicologica del
riavvicinarsi alle nostre radici. Una serie di consuetudini e credenze, tra il
sacro e il profano, ci offre la possibilità di ristabilire un contatto con un
mondo che non c’è più e con alcuni aspetti di una quotidianità di vecchio
stampo. Spiragli di vita di un tempo colmo di fascino che, toccando confini
indefiniti tra leggenda, mito e verità, rischiano oggi di essere percepiti come
estranei, sebbene rappresentino unicamente i valori più saldi di un’identità
culturale. Il ceppo che brucia crea un’atmosfera magica, genera luce e mentre
illumina, abbellisce e riscalda, dona senso poetico e familiare alle
celebrazioni natalizie. In un mondo contaminato da “esaltazioni” del male,
della violenza e del sopruso, ben venga un testo che abbia la capacità di
contagiarci con qualcosa che è bellezza e continuità di bellezza.
Una chiave di interpretazione che ha permesso a De
Signoribus di riscoprire e tramandarci storie e prassi dal sapore
educativo, per non smarrire il senso di una dimensione della realtà umana e
della funzione dell’immaginazione popolare, che non pretende di offrire la
verità scientifica ma solo di esprimere la perpetuità di certe percezioni,
tramandate nei tempi. Ovviamente… da leggere davanti al camino: cornice e
ornamento per ritrovare il dialogo con le nostre tradizioni, auspicando che
esista sempre qualcuno che possa ricondurci alle origini della cultura più
genuina della nostra regione.
Cupra Marittima, 25
gennaio 2019

Chiunque
conosca Therry Ferrari non si
stupirà affatto nel trovarla impegnata nella pubblicazione di una fiaba, anzi
“fiabina” come lei stessa definisce questa sua piccola opera. Al di là della
scelta meditata del richiamo a un genere
profondamente educativo, l’autrice, già naturalmente incline al verso
poetico per innata disposizione d’animo, sceglie una narrazione di cui il
lettore e lei stessa ne subiscono il fascino. “Il sogno di Teddy…” (Editore
L’ArgoLibro), da un’idea di Henry P.Bear,
è quel che si dice una “chicca”, raffinata e preziosa. Ogni minimo
dettaglio, dal titolo alle illustrazioni così delicatamente disegnate e all’editing
particolarmente curato con i suoi colori pastello sfumati, esprime al meglio la
sua funzione estetica e non solo. L’orsetto Teddy racconta come, a volte, basta
saper aspettare per ottenere quello che più si desidera, oltre che sottolineare
come nella vita sia importante aiutarsi l'un l'altro poiché, mai debbono spaventare le difficoltà.
La
lettura della fiaba è emozione che si trasforma in bellezza e speranza per il mondo dell’infanzia, stemperando in
leggerezza tempi duri e fin troppo inadeguati, che comportano la perdita di
valori e riferimenti certi.
Nulla
e nessuno debbono mai impedirci di realizzare i nostri sogni, perché il premio
ai nostri sforzi, il più delle volte, è molto appagante.
Complimenti
vivissimi a Therry Ferrari per
questo suo breve ma significativo progetto letterario.
Accade
che, in una fredda serata di un sabato novembrino, ci si ritrovi con un gruppo
di amici alla presentazione dell’ultimo libro di Adolfo Leoni: “LE GRANDI STORIE D’AMORE DELLA TERRA DI MARCA”
(Albero Niro Editore) e si scopra che l’opera stessa è un’occasione di dialogo
e confronto, al di là di ogni tempo e spazio.
Adolfo Leoni,
giornalista e scrittore, è un uomo carismatico, affabulatore ed eclettico, il
quale mai cessa di percorrere le vie della sua terra, traendone ispirazione per
testi che, attraverso la sua creatività e perseveranza, ci donano sempre un momento formativo e particolarmente
coinvolgente. I suoi racconti ci parlano di protagonisti- entità che
pervadono il nostro territorio, si trasfigurano in quel tipico Genius
loci alitante in scorci di paesaggi e antiche bellezze architettoniche
della Terra di Marca e ne perpetuano la memoria. Ogni piccola o grande
esistenza, sia bagliore o penombra, traccia in qualche modo la nostra stessa eredità
storico-culturale e ne origina un legame indissolubile spesso sconosciuto, con
una terra dove siamo soliti vivere distrattamente. L’autore rielabora
sapientemente diverse fonti, in
un’alternanza di prosa e pensiero lirico che molto si avvicina al genere
letterario del prosimetro. Il libro
è un autentico omaggio alla sua terra, con cui egli si confida, in intimo ascolto di presenze di una
realtà lontana, su sentieri costellati di voci percepite nel cuore, fa rivivere
nel suo immaginario figure realmente esistite o semplicemente presenti nel
leggendario comune, si lascia trasportare in una ricerca interiore che scruta e
si carica di una coscienza problematica, varca la soglia della complessità, si
stempera in un interrogarsi sull’esistenza e, infine, raccoglie immagini di una
lettura favolosa e d’intrattenimento, dove eterni sono gli interrogativi del chi
siamo, dove andiamo, da dove veniamo: “Cammino
per ricomporre un io scomposto[.] /Perché a noi è stato donato il giocattolo
più bello [,] /che è la vita [,] che è l’intero cosmo [,] …” I dubbi si
annodano nei singoli attimi indagati dal pensiero, in un linguaggio chiaro,
intellegibile e profondamente comunicativo nella sua innata simbologia, si arricchiscono di etica e intuizione
mentre il Nostro cantore di storie manifesta appieno la sua attitudine, si pone
nella grandezza sinfonica del paesaggio, ne respira l’atmosfera, riscopre animi
e sentimenti, ne impedisce ogni perdita e insignificanza proprie di una
modernità controcorrente.
Il
suo percorso è un lirico vagabondare, alla scoperta di luoghi e storie che ci
appartengono, che sono all’origine della coscienza della nostra anima; con toni
sinuosi fa echeggiare corde nascoste
nell’animo del lettore “Galoppa la
fantasia, si sbizzarrisce la mente, si dischiude il cuore. Non è fuga dal
mondo. È dimensione parallela. Come immergersi in una realtà diversa. Pur
sempre però realtà. E leggere. E immaginare. E sognare”.
Da ogni pagina si evince
anche una velata sacralità per
luoghi e tradizioni, che lasciano pensare a una sorta di anamnesi platonica, di
quel risveglio della memoria legata al proprio territorio e chissà che non sia
davvero questa la fonte da cui nasce la grande passione di Adolfo Leoni che si traduce semplicemente in amore sincero e devoto,
rispetto e intimità con la propria terra. “[…]
la terra parla […] / e noi invece tiriamo dritti [,] / senza accorgercene[.]…
“Vorrei che altro ci parlasse [:] / quello spirito intriso nella terra[.]…
Creato [,] Creatura [,] Creatore”.
“Canto, che tanto quel di quaggiù avanza/
che, poi che io torna’ al mondo deserto, / ogni dolce armonia m’è dissonanza.”
(Il Quadriregio di Mons.
Federico Frezzi Libro IV 22-120
“Armonie
e dissonanze” (Le Mezzelane Casa Editrice) è la recente opera poetica
del poeta-scrittore Oscar Sartarelli.
In questa raccolta l’ispirazione dell’autore appare ricca e varia, raggiunge una più matura essenzialità e
nettezza d’espressione, nell’evidente tendenza di dare alla poesia una
sensibilità più ampia e attuale, pur rispettando stilisticamente i principi
della poesia tradizionale. La vita
impegna a una riscoperta di sé e delle diverse fasi legate a quei riti di
passaggio che necessitano d’essere affrontati. L’opera si sviluppa ed evolve in
un percorso formativo al contrario, dall’ora del disincanto quale effetto
discordante e in grado di godere dell’attimo, per via del senso di precarietà
di un inevitabile fluire del tempo, al toccare e svelare il suono gradevole che
è corrispondenza di voci, proprio della fase adolescenziale e giovanile “Erano belli il sole [,] / il suono delle
campane/ che annunciava la festa [,] / la carezza della mamma/ e la speranza
nel cuore. “
La
modalità semantica che racchiude i toni, le immagini e la molteplicità dei
motivi richiama alcune tesi del De
brevitate vitae del filosofo Seneca, laddove il poeta insiste sulla
fragilità dell’esistenza e incita a
considerare ogni suo secondo “ti sei mai
chiesto cosa saresti al mondo[,] / se ti mancasse[, così, uno, un sol secondo?”;
addirittura si commuove, nel riconoscere le responsabilità concrete di ognuno di
fronte alla qualità della vita, del nostro Essere e della nostra stessa terra “Stalattiti di tempo/ sedimenti di anima/che
son appesi al tempio/della vita consunta [,] /e si schiantano a terra […] /
quando il cervello scoppia [,] / ed il tutto si spiega”, rappresentandone
così ogni intima meditazione in una luce particolarmente adatta a illuminare,
non solo l’uomo moderno ma semplicemente, l’uomo. La silloge presenta un accrescersi di suggestioni e un
sovrapporsi di significati che, quasi ammonitori, si trasformano in un invito
ad andare all'origine delle parole e del loro valore per ricaricarle di senso. Nei
versi si sottintende una mancata credibilità del nostro mondo, non solo di
valori ma anche e soprattutto di quanti sono chiamati a trasmetterli e da qui
ha origine la reale malinconia dell’autore, che si rifugia nella purezza e
nella profondità del proprio sentire.
Nella
prima lirica della raccolta, l’albeggiare risuona quale arcaico simbolismo
della giovinezza perenne che s’innesca nelle varie faglie del tempo e dell’età,
non per terminare un ciclo bensì per
riscoprirla nel divenire eraclitiano, poiché ogni cosa si muove, muta e si trasforma,
lasciando indietro qualunque momento. La vita e il suo dolce sparire, di fronte
a cui non esiste ribellione ma solo delicata rimembranza, innervano l’universo
poetico del Sartarelli; dai suoi
slanci e tormenti interiori si evince una personalità sensibile seppur dotata
di notevole plasticità psichica. Una tenerezza composta e misurata fan sì che l’io
poetico avverta la solitudine del mondo: “Vuoto
è ora il teatro, eppure sento voci [,] / voce del tempo, frammenti di vita […]
Chiude il sipario [,] ed anch’io più non sono”; echeggiano voci dissonanti
nel momento stesso in cui l’etica si scontra con le tante nostre miserie. Con
sottile ironia il poeta delinea un’anatomia del mondo, coinvolgendola nelle sue
stesse riflessioni “Nulla [,] sei nulla [,]
nessuno si accorge di te [,] / perché tu sei un ammasso di carne/ attaccato
alle ossa.” ma se ne distacca, non rinnega la propria anima, ponendosi al
riparo da quella maschera che si fa autorevole garante del nostro tempo. Quel “puer
aeternus”, che con coraggio rimane fedele al tempo, si trova in uno spazio
intermedio fra lo stato di partenza e di arrivo e “[…] va cercando della vita il suo metro/che più non sia il ruffiano
sentimento”.
Una
metrica sorgiva, mista di versi endecasillabi e settenari, crea un genere di
poesia di facile grazia e ritmo piacevole nonché una sensazione diffusa
d’intesa ed essenza. Sottigliezze
vocali, passionalità, furore giovanile, tra enfasi e modestia, quintessenze
distillate di un’anima pura e onesta,
accenti e sillabe dure e vibrate, realizzano infine quel tema di un incontro con la vita che è radice della poesia “Spero serva questa grama poesia [,] / per
riacciuffare [,] senza far rumore [,] / il vero senso: d’infanzia l’odore!”.
Il tempo è kronos, ma per Oscar Sartarelli è soprattutto kairòs poiché, in realtà, è sempre e
solo la qualità della nostra vita a scandirne lo scorrere incessante di minuti
e di ore e a palesarne i moti dell’anima “Il
ricordo torna ed il cuore arruffa [;] / allora capisci [,] e d’un tratto senti/
che ancora puoi donare sentimenti [,] / e il senso della vita si riacciuffa.”
Infine trovo preziosa la lirica dal titolo “Memento”,
profusa di quella religiosità che scardina anche la mente più indisciplinata,
divenendo il significato più puro dell’affidamento francescano. La poesia è
raccoglimento ed equilibrato rapporto con se stessi verso il raggiungimento
della saggezza “E la luce alza della
nebbia il velo [,] / scoprendo su te l’indaco del cielo”.

Segreti
e storie popolari delle Marche di Antonio De Signoribus (Newton Compton Edizioni) è un’affascinante
opera, che coniuga in modo esemplare tanto la lucidità e la precisione dello
studioso quanto le capacità affabulatorie del grande narratore. Certamente una
tra le più importanti e la più tipica esperienza letteraria tra le innumerevoli
pubblicazioni di De Signoribus, in
quanto vasto patrimonio di storie antiche e fantastiche, leggende e aneddoti dai
temi più svariati, tra i segreti e i misteri di una cultura popolare basata
sull’oralità e l’auralità, che affonda nelle radici comuni delle tradizioni
marchigiane. Ricevere questo libro direttamente dal suo autore è un dono
prezioso, la cui lettura ha soddisfatto mille curiosità nonché quella smania di
scoprire significati nascosti dietro ogni mitica apparenza. Antonio De Signoribus, professore di
filosofia, studioso di letterature primitive, giornalista e antropologo nonché scrittore
affermato e stimato, è un uomo dalla personalità squisitamente riservata, come
pochi se ne incontrano al giorno d’oggi. Più che legittima è la definizione di “Grimm
delle Marche”, per i successi acquisiti nella scrittura e riscrittura di fiabe:
un riferimento costante, nella sua produzione letteraria, per un’interpretazione dal punto di vista
filosofico e psicoevolutivo. Da questo progetto artistico, a cui l’autore
stesso afferma di essere particolarmente affezionato, si evince la vera essenza
dell’immaginario collettivo; ne risulta un quadro stupefacente di una perpetuazione
nei secoli di credenze popolari, tramandate attraverso la penna di un cultore della
tradizione orale, che offre al lettore anche l’opportunità di recuperare e aggiornare
fascini e atmosfere incantate dei nostri borghi e città.
La ricchezza di dati
comparativi si svolge ad ampio sviluppo narrativo e consente rapidi e
illuminanti excursus fra rivelazione del mito, pregiudizi e racconti fantastici, superstizioni
con specifici rituali che investono anche la fenomenologia più estrema della
stregoneria nonché tendenziose e oscuranti verità o semplici convinzioni, radicate
nella memoria popolare e legate a significati e simbolismi di tratti
caratteristici di figure folkloriche. Il gusto dei particolari accentua la
risonanza della realtà storica nei vari generi, ricostruisce la derivazione del
racconto popolare e fornisce una
chiave di riscrittura e interpretazione di ogni leggenda e mistero anche in
termini psicologici.
L’opera
è una vera e propria scelta culturale che fa da cardine alla conservazione
delle proprie radici, dove protagonista è l’identità marchigiana che si è formata
dalla sintesi dei vari influssi culturali, di cui le espressioni di oralità rappresentano
un archivio di testimonianze di certezze e pericoli, comportamenti, modi di
dire, forme e poteri straordinari, non solo di gente comune ma anche di nobili
personaggi e religiosi, che ne hanno subito le influenze nel corso dei secoli. Il
testo suddiviso in capitoli, contempla anche i lemmi d’origine nelle loro varianti dialettali ed è abilmente congegnato sì da conferire o
accrescere sia la drammaticità che l’ilarità dei racconti.
Antonio De Signoribus,
con il suo stile accurato nel riprodurre le caratteristiche del racconto orale,
ci conduce alla scoperta di un intrigante mondo di misteri e di leggende popolari
marchigiane, ci mostra un’atmosfera umana maggiormente ampliata, capace di
offrire strumenti interpretativi che rendono possibile la decifrazione e persino
la comprensione delle tante tradizioni tuttora dilaganti, soprattutto nei
centri dell’entroterra.
Pienamente
giustificata la mia ammirazione per questa specifica forma d’arte, che appare poco
e raramente nella storia letteraria contemporanea; una trasmissione orale che
rileva non più dall’estetica, ma dalle origini di una storia culturale della
nostra stupenda Regione, nella ferma speranza possa rappresentare una valida
eredità anche per le future generazioni.
“Questa
creatura silenziosa e ricca di mistero, pigra e oziosa, che nasconde
gelosamente quanto è bello nascondere, quando è la sua ora urla il proprio
amore da tenere desta tutta la contrada”
(Il gatto di Giovanni Raiberti, a cura di
Aldo Palazzeschi - 1946).
Non potevo proprio esimermi dal
pronunciarmi su un romanzo avvincente ed esemplare che, non a caso, risulta
essere un caso editoriale in tutto il mondo. A raccontarci questa storia,
tenera e profonda, è la scrittrice giapponese Hiro Arikawa in “Cronache di un gatto viaggiatore” (Garzanti-
2017); un romanzo che si discosta di molto da tanti altri dello stesso
genere, per stile e contenuto, in quanto un
perfetto esempio del toccante rapporto e di quella magica alchimia d’intenti e
sentimenti che possono nascere dal contatto con un animale domestico
ritenuto, in assoluto, il più libero al mondo e di come, al contrario, può
risultare facile entrare nel suo nobile universo, laddove si è in grado di
penetrare ogni suo comportamento. La scrittrice giapponese è riuscita a
risaltare un legame di caloroso affetto, di amicizia e complicità tra i due
protagonisti: il gatto Nana, randagio, fiero e risoluto, e Satoru, un ragazzo molto
educato e sensibile. Attraverso un racconto-dialogo,
fatto di linguaggi corporei, esperienze soggettive, incontri ricchi di stati d’animo
e rapporti diversificati di amicizia, indifferenza e antipatia, proprio come
avviene tra gli esseri umani, Nana non
ha nulla da invidiare ai più autorevoli psicologi umani.
In una rappresentazione reale, tanto del
contesto quanto dei fenomeni emotivi e morali, il romanzo è un incantevole viaggio
attraverso le bellezze del Giappone, da cui nascono la grazia, il delicato
senso della natura e quell’innata estetica che sono parte integrante della
cultura nipponica. Ogni circostanza vissuta rileva l’unicità e l’innocenza dei
reciproci sguardi, persino nel silenzio del discorso interiore, in un’atmosfera
narrata con compiaciuta ma deliziosa malizia.
Nelle pagine s’incontrano paesaggi di pura
contemplazione che trasmettono serenità, pace, senso del sogno e del
meraviglioso. Satoru mostra al suo amico
felino una sorta di zibaldone della sua vita: riflessioni improvvise,
elenco di cose detestabili, luoghi, persone, cerimonie, feste, gite, di cui
ogni esperienza ha un proprio risvolto, poiché connessa con il passato del
ragazzo o legata a qualche tradizione.
Il mio plauso alla
scrittrice che ha saputo indagare, con rispettosa maestria, nella psiche di
Nana,
di Satoru e dei tanti amici incontrati nel loro vissuto, quali coinquilini di un’esistenza basata sulla condivisione in solidale
empatia e da cui si evincono la profonda intelligenza nonché la saggezza e
la furberia dell’animale. Ogni evento, sia gioioso che doloroso mostra come
anche un gatto può avere fatti privati di una certa importanza per lui.
Lo
stesso Giovanni Paolo II, nella sua lettera enciclica “Sollicitudo rei socialis”, affermò che “non solo l’uomo, ma anche gli animali hanno il soffio-spirito
di Dio. Anche le bestie hanno
un’anima”.
Il testo è
sicuramente un’evidente conferma di quanto ormai noto, riguardo al rispetto e
alle attenzioni che la civiltà giapponese riserva nei confronti dei gatti;
l’innovazione, al contrario, è nella capacità di delimitare, misurare e
connettere cose tanto impalpabili e complicate, sapendo che è quasi impossibile
poter decifrare ciò che gira nella testa di un gatto. Ci si può soltanto arrendere
di fronte al fatto che Nana abbia ricavato delle informazioni su ciò che
avveniva intorno a lui, utilizzandole in modo coerente e fino alla fine. L'amicizia
di un gatto è un bene prezioso e irripetibile, averla contribuisce a sentirsi
più fieri di sé e del proprio rapporto con il mondo e soprattutto, non termina
mai, poiché resiste e supera i limiti umani, trasferendo i rapporti anche in
un’altra dimensione, quella ultraterrena.
L’originalità della forma espositiva e delle espressioni
utilizzate fanno di questa storia una piacevolissima lettura che consiglio
vivamente a tutti, perché coinvolge sia interiormente che spiritualmente.
“ Ci sovrasta già il sole,
in un incendio di luce
che rivela imperterrita
l’imperfezione del giorno
e il fluire lento nelle vene
di tutto ciò
che io chiamo “Amore” “
La silloge poetica “La limatura
del silenzio” di Valeria D’Amico (Lulu.com- 2017) rispecchia la
mappa di un sottile paesaggio interiore che si apre a chiunque decida di
ritirarsi nel proprio silenzio, dando spessore alla parola quale verso poetico.
Degno di
nota è il valore ingressivo del sostantivo “limatura” utilizzato nel titolo
della raccolta, da cui nasce spontaneo l’interrogativo del perché la poetessa
abbia scelto proprio questo termine per dar vita alla sua creatura poetica. -
Limatura- intesa come corrosione, che
provoca cruccio e tormento ma, allo stesso tempo, il lemma instilla nel lettore
la certezza di una correzione, di un miglioramento di quel silenzio dell’anima che restituisce il
senso della tolleranza e della solidarietà collettiva verso una precarietà, un
naufragio delle emozioni di fronte alle esperienze più sofferte della vita. La speranza di una condivisione d’intenti e
di sentimenti, che in qualche modo possa stimolare un senso di forte pietà e la dimensione interpersonale
dell’affettività rappresentano il filo conduttore di tale poetica. Attraverso il processo dell'immaginazione e di una triste realtà,
il verso unisce immagini di attuali tematiche civili e sentimenti privati,
poiché ogni evento tragico accentua il rischio della perdita di equilibrio, in
favore dell’impotenza di fronte al male nel mondo“Burattini
senza fili camminiamo/ inciampando per non cadere[,]/macchine imperfette
roboanti/ spingiamo carrelli pieni di bugie/ e ci nascondiamo dietro
silenzi[,]/ mentre la guerra va avanti/ e la vita è già oltre…”
La
poetessa lancia un messaggio che non va lasciato inascoltato: in un contesto
esistenziale naturalmente fragile e imperfetto, tutte le nostre ferite e debolezze necessitano di riflessione; ogni
pensiero va proiettato verso quel potenziale d’amore e creativo inespresso, affinché agisca e ottemperi al senso di responsabilità nei
riguardi del prossimo “Punti di sospensione/ queste fragili vite[…]”.
Nella
lirica dedicata “A Giulio Regeni”
l’io lirico si piega alla sofferenza di una madre che perde suo figlio e ne
vive la sofferenza più totale; doloroso sentimento che l’autrice stessa vive
nella sua personale esperienza nella profonda ed espressiva lirica “Boato” ove si percepisce quel sottile
filo che separa la speranza dalla disperazione per una malattia invalidante che
fa esplodere quell’esistenza imprecisa, pallida e sfumata riflessa nella vita
terrena “ Accurate dimenticanze[…] È
boato il tuo silenzio”.
Nello
sguardo e nel cuore della Nostra c’è poi la
coerenza-incoerenza dell’amore: quello “sprecato” nelle inutili guerre dove
“brancola/tra lupi e agnelli nella strada”,
quello perduto tra scomode verità dei ricordi che si affacciano a interrompere
la pienezza di vita, lasciando il posto al compito della responsabilità per un
perdurante legame con il presente, nonché l’amore che raccoglie il grido di bambini feriti nel corpo e nell’anima.
Una
poetica che incarna e coniuga la visione della purezza e della semplicità di un
verso libero pur stilisticamente e musicalmente ben organizzato. La forma si
affida più che a una vera e propria punteggiatura, a pause volutamente create
che suggeriscono intervalli di pensiero ed emozioni racchiuse in un intero
vissuto. L’aggettivazione è particolarmente curata e dona,
nell’accostamento con la parola, una forte
evocazione; le metafore rinforzano il valore espressivo e figurativo del
silenzio che non è isolamento bensì
terreno fertile di un autentico senso di appartenenza all’umanità intera. “Percorrono silenzi/ le mie parole inutili/
trapunte di metafore”. I versi di Valeria D’Amico si snodano con il
delicato contegno di una voce bassa che acquista a poco a poco la peculiarità
di un ruolo capace di denunciare e di esprimere il proprio disagio e il rifiuto
di ben altri silenzi, fatti di noncuranza e di distacco dal resto del mondo. Al
contrario, la Nostra
desidera vivere la realtà e vuole esserci con la forza di una poesia senza confini e distinzioni, riconoscendo
che solo una consapevolezza e un’attenta riflessione sui propri valori
permettono una reale comprensione e lo sviluppo di sentimenti maggiormente
altruistici.


“L'esperienza morale di ogni uomo avviene
nella coscienza[…]”
( Sant’Agostino d’Ippona)
Paolo Landrelli è un uomo rispettoso e riservato, un
poeta di grande generosità, sensibile agli odori e ai profumi della sua terra
di Calabria:“Culla di tradizioni[,]/ di
dolci e caldi cuori[;]/larghi sorrisi/e lacrime di sale”; il culto dei sentimenti più nobili e
delicati costituisce le note più caratteristiche di tutta la sua poetica. Dalle
due sillogi:“Bombilari” in dialetto calabrese di Bombile di Ardore e “Inseguendo
il nulla”, entrambe pubblicate nel 2015 rispettivamente con Arti Grafiche
Edizioni e Aletti Editore, si evince un
animo costantemente in bilico tra la tristezza e l'allegria “e sempi[,]quando mi ment’a scriviri[,]/si
miscita tristizza ed allegria”, così come costanti sono le correlazioni tra
il cielo e la terra e quanto l’uomo e i suoi pensieri siano sopraffatti e
intralciati nella propria condotta morale, tesa a ricercare un senso di verità
che sfugge, tra l’effimero e il fugace di un cammino terreno, inevitabilmente frustrante
e responsabile di una soffusa inquietudine: “Inseguendo il nulla[,]/camminando sopra un filo/io vivo.”
Quelle che sono state la sua esperienza professionale e la consapevolezza di un suo ruolo
istituzionale, hanno permesso a Landrelli
di scandagliare certi rischiosi doppi fondi dell’animo umano che, grazie a una
precisa intuizione poetica, si trasformano in fiamma sottile d’immagini, alla ricerca di un qualcosa di stabile, un
punto di riferimento che si manifesta con la presenza di un dialogo con Dio
“Nell’amore infinito/verso il mio
creatore[.]/Ogni giorno ritrovo/la forza di vivere.”
Il pregio di una semplicità nello
stile, in contrasto con l’artificiosità del ricercato, rende tale poetica l’espressione
genuina, trasparente e diretta di una valida ispirazione lirica e di
conseguenza, non legata a temi evanescenti e lattiginosi oppure a temi civili e
sociali, verbosamente svolti secondo lo schema declamatorio e massificato del
genere attuale. L’io lirico coglie il mondo
umbratile e disperso di voci, di echi fatti di ripiegamenti, di dubbi, di
indistinte e vaghe ansie, di tentativi compiuti
allo scopo di ancorare il proprio spirito alla speranza di un approdo, se non
proprio a una certezza, che genera una fede percepita in un animo che sa assaporare
il senso della vaghezza soggettiva, quella propria solitudine che è conquista di
un alto senso di sé. La poesia, dunque, quale esorcizzazione di falsi scopi e miraggi
illusori, quale procuratrice della salute dell’anima e rifugio nella voce delle
cose, dei luoghi e della natura, della
celebrazione della pace operosa dei campi, dei personaggi dell’infanzia,
della tristezza delle esistenze troncate, del rimpianto, delle attese, delle
speranze deluse, delle vite rimaste senza conforti o semplicemente,del senso
misterioso e trepido di un tramonto o di
un’aurora “Dondola il sole/danzando sul
tramonto[,]// ad infiammare ancora il cielo/ con gli stessi colori
dell’aurora[;]/che mistero.” Un inno commosso alla natura rigeneratrice
della sua terra natia, uno
sguardo indietro verso gli anni in cui la purezza dello sguardo, la semplicità delle
ambizioni e la voglia di vivere non conoscevano limiti. Stupende
le liriche dedicate alla mamma e a “Nonnu Carminu”, ricche del pathos della nostalgia, tra l’invisibile e il visibile sulla distanza del tempo “[…] Tu si la mamma mia[,]mi dasti ‘a vita/e a vita tua fù tutta ‘na volata
[…]pecchì eu ora te tegnu ‘nto cori[…]”. “Nonno[…]volgengo lo sguardo/ verso il
cielo[,]pieno di luce/ troverò il tuo volto[…]”
Significativo valore divulgativo della forma poetica e filone
maggiormente percorso dal Nostro è la parlata locale, ove il fascino dell’antico e del naturale è destinato a essere
considerato quale elemento di un bene culturale legato alla sua stessa identità
calabrese.
Sempre attenti alla creazione suggestiva, i versi si colorano
di uno struggente anelito verso la serenità e il raccoglimento, vi persiste un
avvicinarsi alla realtà in un’alternanza di silenzio ed espressione di fede di
un sentimento ardente nella purità di un
canto: “Dei dubbi miei a Dio chiedo perdono/e schiudo
le ali per un altro volo”;
qui, lo sguardo disilluso del poeta si fa ideale contemplativo di pace, con
accenti di commosso compianto verso l’ombra di un sistema inafferrabile e proteiforme “[…] più avanza il progresso più avanza
l’orrore”.
Elemento
incisivo, costante e determinante della poetica è il colloquio interiore a tu
per tu con una coscienza, intesa come atto
vissuto di “coscienziosità”, connotata dalla caratteristica del tendere verso
la più segreta intimità, dove risuonano la voce di Dio e l’incontro con Lui.
Paolo Landrelli è
consapevole dell’evidenza del rapporto esistente tra il mestiere di poeta e il
mestiere di vivere: “Mi trovi sempre ovunque mi
nascondo[,]/sconquassi il mio corpo e la mia mente[,]/tu scavi[,]scavi sempre
nel profondo[,]/io scappo[,]scappo[,]scappo inutilmente.” e raffigura
l’immagine ideale del poeta che, soffrendo la passione dell’esistenza,
raggiunge infine la trasfigurazione della vita: “ Poi ancora avanti[,]controvento.”
Dallo sconforto alla speranza, dal disorientamento di un
mondo falso alla ricerca di un mondo vero e migliore, ove la concezione poetica
possa realmente divenire luogo privilegiato del linguaggio universale,
fondamento dell’Essere in quanto creatura di Dio.
I poeti “[…]danno
anima alle parole/e non abbassano gli occhi”... essi hanno l’alto incarico
e l’importante missione di giustificare il senso dell’Essere.
“Certe notti mi fermo
a parlare con la luna.
Non le dedico versi,
le sussurro nemmeno parole, le dico sguardi che girano il mondo
E lei si volta, mi
mette a parte del segreto
Che è la sua vita dove
non si vede.”
“ La luce, a volte” (Liberilibri di AMA Srl- 2016), recente
opera poetica di Filippo Davoli, è
senza alcun dubbio degna di essere ascritta tra le maggiori produzioni
letterarie del nostro tempo. Il suo valore di certa rilevanza stilistica
rappresenta un modello intellettuale per gli amanti della poesia, per i neofiti
del genere nonché per quanti si accostano alla poesia ancora “imberbi”,
trasformando in mere elucubrazioni mentali la sublimità di tale arte o, peggio,
rimangono ingabbiati in tematiche di massa ”[…]
dove si sporca/la più fitta integrità del dono[,][…]”.
Siamo di fronte a squarci di vera
poesia che denotano una ricchezza di sensibilità e padronanza tecnica del verso
per forma, linguaggio e contenuti dal carattere esegetico e omnicomprensivo. Davoli, serenamente, riesce a
trasformare in poesia anche quegli aspetti impoetici della realtà con le
attenzioni e la delicatezza proprie di chi accarezza un essere amato.
Una poetica melodiosa e garbata che evoca e fissa melodie antiche di
una quotidianità di colori, suoni e tempi di chi sa accettare, sorridere,
tacere con la sua rappresentazione interiore ricostruita, pronta ad
accogliere in sé, a incorporare un mondo esterno. La musicalità e il ritmo del verso sono il risultato di un impegno
onesto e di un’espressione dignitosa, nel rispetto di una metrica modulata
e ben distribuita negli accenti, senza con ciò caricare con particolari
articolazioni ciò che puramente è ispirazione e che approda a una poetica
forte, sincera, pulita ed esatta, di autentica essenzialità anche laddove il
verso si allunga.
L’io poetico si esprime, esplode e implode “Ma forse è della poesia questo farsi/uno in altri[,]io un altro[.] Un
altro io”, si moltiplica, ristabilisce le sue potenzialità relazionali con
gli sfondi quotidiani e trova qui modo di esprimersi liberamente, dandoci un completo
ritratto degli aspetti più o meno buoni di una personalità complessa. Nelle
poesie si evince un superamento del dubbio scettico sulla base
dell’ineliminabile connessione fra pensare ed essere “ Abito nel segreto i miei sogni a colori[.]/ Vivo una vita parallela[,]
a puntate”
Il divino albeggia nell’anima, del finito con l’infinito,
poiché nella parola l’Essere esprime se stesso immediatamente e la poesia è
stato di grazia, di illuminazione, di veggenza e di purezza.
La rivelazione e una lettura
provvidenziale dei
segni del tempo rendono essenziale il valore della poesia e della sua singolare forza carismatica;
la nascita assolutamente incontaminata del poetico, in quanto originario
sgorgo, è anche il più alto sentimento di sacralità “ Ma non privarmi[,]tu[,] del tuo sorriso/che addolcisce la pena[.] Tu
che mi ascolti tremare/ nel delirio del fuoco e dell’aria”.
L’intimismo di una dimensione di
quotidianità, di sfondi di una natura cittadina, di paesaggi abituali, persino
l’incontro con il ricordo dei propri cari, creano immagini di vibrante e
sincera effusione lirica. Il poeta è capace di subitanee illuminazioni,
indubbiamente sostenuto dalla religiosità della contemplazione e da quella luce
ritrovata nell’attesa notturna, silenziosa e trepidante che sembra scavare nel
profondo “Nessuno lo può sapere se non Ti
incontra[.]/ Che la gloria che Ti riveste è la luce/ dei nostri giorni redenti”.
La poesia di Davoli meriterebbe un discorso più ampio e completo che non queste
semplici note. Sicuramente una conoscenza della sua opera non può che arricchire
l’anima umana, dacché il suo tempo non sarà perduto se il nostro spirito
conserva dopo la lettura delle sue liriche, una vivificante leggerezza, data
dall’analisi di una poetica che sa adattarsi a ogni aspetto o momento della sua
attenta psicologia, della sua profonda cultura
e familiarità con concetti e parametri di pensieri tipici anche della
filosofia.
“Fa' così, caro Lucilio: rivendica a te il
possesso di te stesso, e il tempo, che finora ti veniva sottratto apertamente,
oppure rubato, oppure ti sfuggiva, raccoglilo e conservalo”
(Seneca - Il valore
del tempo- Epistula ad Lucilium, 1)
“Versi d’autunno” (Genesi
Editrice- marzo 2016) è una silloge poetica di Antonio Damiano che ha meritatamente conseguito il 1° Premio
dell’Area poeti della tradizione, alla V Edizione del Concorso Letterario “I
Murazzi” di Torino. Si tratta di un’opera eccellente, ricca di maturi spasimi e
attese crepuscolari, in un attento scandaglio interiore verso un consapevole
bilancio di un vissuto che si dipana nel tempo e scorre come “solinga attesa”:“La vita è già passata[;] è già oltre[…]Ma cosa mai posso fare[…]così
vecchio[,]/Così stanco[…]”.
Attraverso l’intera poetica si
profilano continui, il senso della caducità
della vita, degli sforzi umani e un rapido trasformarsi di ogni esperienza,
percepita con travolgente trasporto nella costante e inestinguibile emozione
del ricordo. Per originaria accezione, nella parola “autunno” risuonano sia
la lentezza irrimediabile di luci sparenti, di cieli amplissimi che si spengono
sia il godere del nostro tempo migliore,
quello della pienezza dell’essere; una
stagione che incede silenziosa fuori e dentro di noi di cui il poeta si
rende cantore. Dal fluire e svanire delle cose si alza, unica, anelata fonte di
salvezza e d’eternità l’Arte, intesa come creazione poetica; in essa implodono
tutti i tormenti e tutte le estasi, mettendo a nudo il sentimento più intimo
del poeta “Ognuno ha
un’isola nel cuore [,] un’Itaca/Lontana[,]che traluce nei suoi occhi/Sospesa
nel ricordo[.] E lo accompagna[…]”.
Il Nostro si sente pervaso dalla lacerante coscienza di avere
ormai irrimediabilmente dietro di sé quell’Eden di intatta innocenza, di
totale identità tra io e natura, di perfetta comunione tra fantasia e realtà,
al quale da adulti si cerca sempre, ahimè senza speranza, di fare ritorno “ Non c’è ritorno verso quello che vorrei[,] /
Che riluce nei miei occhi con immagini/ Beate dell’implume primavera[.] / E
nube senza vento ristagna sui miei giorni[,] / Offuscando il tempo
dell’immemore stagione”.
La natura si mitizza nella memoria e assurge a serbatoio di purezza
incontaminabile, perpetua promessa di conforto persino alle incongruenze
inferte dallo scambio sociale.
Sfondo privilegiato è la Campania, sua terra
d’origine: riserva di bellezza con i suoi paesaggi e tradizioni, che nel verso
ritornano attraverso la voce della saggezza, per ricomporre frammenti e smorzare
l’angoscia di un allontanamento che la vita ha imposto ma che è anche occasione
di raccoglimento, garante di autenticità e distanza salutare dall’inevitabile
grigiore della routine quotidiana, in un “perenne
divenire”… “La stagione appen si muove
nei suoi lenti/Mutamenti [;] cresce e si distende[,] cangia/ E trascolora[…]”.
Il verso, ritmato delicatamente
dalla pulsione al ritorno e un io poetico depositario della memoria,
sottolineano la fugacità e la precarietà dell’esistenza umana: “È il Tempo il signore della vita”. Appaiono
evidenti i richiami al “Sentimento del
Tempo” ungarettiano mentre la particolare nostalgia, rappresentata dal
ricordo della giovinezza trascorsa, le relazioni intersoggettive e il nido
familiare, rimandano alla pascoliana “Myricae”.
Lo stile è
contrassegnato da grande raffinatezza formale e si esplica in una puntigliosa
fedeltà al ritmo e all’impasto musicale con
frequenti enjambements, di qui un
verso lungo segnato da naturali e armoniose cesure che ascrivono questa silloge
tra le migliori nella vastità delle opere poetiche
contemporanee. La continuità
degli echi, la multiforme e sfaccettata vitalità di spunti e voci creano un
universo elegiaco dove la desolazione del presente, accompagnata dallo spirito malinconico
del passato, ricorda le liriche di stampo ovidiano.
Per
cogliere al meglio il segreto della poetica di Damiano, occorre
avvicinarsi al suo con-sentire, cioè sentire insieme agli altri, presago di un indebolimento dell’individuo di fronte
all’incombere di una decadenza di valori, prediligendo i più elevati beni
intrinseci verso un anelito di fraterna intesa umana, che possano contrastare
le paurose incognite di un’epoca distratta e disorientata. Non esiste un vero e proprio antidoto alla nostalgia, il
poeta è più che consapevole delle tante malinconie che ritornano,
che danno il senso, non della perdita, ma di quell'eterna ciclicità di cui
tutti facciamo parte e a cui tutti tendiamo. La stanchezza crepuscolare non si
delinea come un segno di sconfitta e di rinuncia ma si dissolve in un’aurea di
sofferta dignità, in attesa di raggiungere quella “terra promessa”… “Allorquando
la luce terrena si spegne”. Il
poeta sembra chiudersi in se stesso, non più desideroso di udire i rumori del
tempo, eppure questo tempo non lo trova distratto o indifferente, al contrario: i suoi versi tendono a disseppellire quella
fede che dona a ogni uomo la possibilità di sollevarsi al di sopra del mondo e
delle sue miserie, per comprendere meglio la vita ed anche la morte.

“Eppure l’amore non è solo perdita, rifiuto, mancanza; è impulso che
smuove l’ordinaria sopravvivenza, è il camminare su una corda in punta di piedi
sfidando la vertigine e il vuoto. È quel volo senza ali nel nostro infinito in
cui è perfino possibile riconoscere il diafano riapparire delle anime”.
(Dalla Prefazione di Nuccia
Martire)
Anna Laura Cittadino con “I Bucaneve di Ravensbrück” (Casa
Editrice Kimerik – 2017) apre la via a
un quesito sulla vera essenza dell’Infinito e dell’Eterno, nella veste leggera
e gradevole di una relazione magica che nasconde, dietro l’apparenza di un amore
improvviso e inspiegabile, la nascita di un legame karmico, un affresco quasi fiabesco di una storia d’amore che, nel
tessuto narrativo, rivive il sentimento di un altro percorso molto più
drammatico.
L’incontro tra un uomo e una
donna, entrambi scrittori i quali, in un primo momento sembrano condividere
solo la passione per una stessa arte, consente alla scrittrice di varcare la soglia di una memoria celata
nell’anima, al fine di riscuotere un credito dharmico, verso identità entro cui il sentimento agisce e vive ab
aeterno, sciogliendo i nodi irrisolti di un vissuto interrotto. Nella
penna della Cittadino, il presente dei
protagonisti, qui senza alcun nome proprio ma unicamente contraddistinti dalle
forme oblique pronominali “Lui” e “Lei”, è tessuto con delicatezza di toni,
sullo sfondo romantico ma non mieloso di una rielaborazione del passato; quasi
una trasmigrazione di anime affini che continuano a viaggiare insieme cercando
la propria metà perduta.“ […] Lui è… lui
è… l’altra parte di me, l’altra metà del mio specchio, l’altra metà del mio
sentire, è quel sogno che da sempre custodisco dentro e ho paura, so che mi
sveglierò e lo vedrò svanire, evaporare, come una macchia d’acqua su un
vestito… non può esistere”.
Due anime invisibilmente
connesse, oltre le cognizioni spazio-temporali e in un ciclo infinito, si
ritrovano in una nuova vita per poter risolvere ciò che era rimasto in sospeso.
Chiusi i cancelli sugli orrori raccapriccianti del 1944 nel campo di
concentramento femminile B2 di Birkenau, dove medici e ricercatori nazisti
usavano le donne Rom-Sinti come cavie umane per esperimenti sulla
sterilizzazione e per effettuare altri tipi di ricerche e, grazie soprattutto a
una regressione ipnotica, le anime dei protagonisti ricordano e rivivono lo
stesso grande amore di Marcin Lodz e Beatrix Cioran. È come se la loro anima,
prim’ancora di incarnarsi, abbia scelto di sanare i dolori e il distacco,
riscattando il proprio amore conclusosi troppo presto e non vissuto interamente
“L’affanno si farà respiro e il respiro
sarà il vento che gonfierà le vele del nostro cuore e ci spingerà lontano da
quel tempo privo di luce che è stato il nostro passato”.
Quella vena di grazia intimamente poetica, propria di un personale
procedimento stilistico e che abbiamo già trovato nei precedenti romanzi della
scrittrice, riaffiora nuovamente dando
vita a una continua onda lirica che fascia e avvolge il tutto, senza
turbare minimamente la rappresentazione dei fatti e la purezza della trama,
senza alcun dubbio particolarmente degna di nota; basti pensare alla scena degli esperimenti e ai dialoghi che
tengono avvinti alla lettura e a ciò che si svolge entro la narrazione degli
avvenimenti.
La Nostra rinuncia al purismo,
accettando parole di qualsiasi idioma, svolge il motivo a lei caro dell’amore
primordiale, basato sulla teoria delle
anime gemelle.
Gli argomenti trattati, come la
regressione ipnotica e la reincarnazione, divengono non solo motivi di una
celebrazione dell’amore in tutti i suoi più alti valori e un incitamento a
vivere questo sentimento con forza e gioia ma costituiscono anche una
retrospezione intenzionata a ripercorrere intrecci, legami, labirinti, luci e
ombre di una terribile falcidia di tutte le Zigeunerinnen
sopravvissute agli esperimenti nazisti.
Il romanzo “I Bucaneve di Ravensbrück” è bello, commovente e ricco di magnetismo poetico, dalla forma fluida e
sintatticamente perfetta, ove ogni frase ha le sembianze di un piccolo capolavoro,
per un accostarsi e sovrapporsi di immagini suggestive che lasciano trasparire
un’incredibile ricchezza interiore, mediatrice di una missione estetica e
spirituale d’artista.
Il Bucaneve, fiore simbolo dell’Eden, sta a dimostrare che solo l’amore,
nel grande vuoto e nel gelo dell’esistenza, ha la funzione di far ritornare
l’umanità al vero significato della vita, per cui deve essere sempre considerato
come un’esperienza positiva “L’amore non
può disorientare, se è amore”, laddove anche un percorso incompiuto diviene
speranza e consolazione nonché presenza costante di quel soprannaturale che da
sempre sconvolge e instilla dubbi in chi ancora non crede che l’amore vero
possa avere un’evoluzione animica oltre la vita.
“Rotta rischiosa è la
vita; noi spesso in balìa di tempeste
traversiamo
momenti più tristi di un naufragio.
la Fortuna
senza certezza,
come sul mare, navighiamo;
è per taluni
felice il viaggio, cattivo per altri,
ma tutti
approderemo al sotterraneo porto.”
(“ Il nostro viaggio” epigramma di Pallada di Alessandria)
L’opera “L’eterno viaggiatore” di Emanuele Aloisi, recentemente
pubblicato con la Casa Editrice Kimerik, è un componimento poetico
d’impronta classica, un poemetto diviso in
dodici canti e, quantunque sia difficile collocarlo in uno specifico
genere letterario, rievoca la tradizione orale dell’epica e dell’epigramma, con
accenni alla poesia didascalica.
Il mito, i simboli e gli archetipi della ricerca
interiore in un verso che, a fronte di una soggettività poetica, si snoda lungo i tópoi del viaggio e dei
suoi tanti eroi, tematiche care all’arte greca e latina, quali strumenti di
esortazione e di riflessione sulla propria e altrui esistenza nonché sul senso
della vita e del perché accadano tristi frangenti “Ardito viaggia il peregrino eroe/ alla scoperta di se stesso […]”. Il
poeta, con animo commosso ed empatico ascolto, dà voce a tragici eventi
dell’umanità, passati e presenti, spinto da un senso di fraterna carità verso i deboli e i derelitti di ogni epoca.
Partendo dall’ardito peregrinare di Ulisse, eroe epico
per eccellenza, il Nostro tocca luoghi e
attraversa cronologie storiche, utilizza realtà e simbolo per tratteggiare le
sfide e le prove con cui gli eroi di ogni tempo s’imbattono. Le sue liriche
si affidano soprattutto alla forza delle immagini, profuse di quei moti
dell’animo che affrontano profonde questioni morali quali i peggior mostri
della vita: Olocausto e campi di concentramento, sacrificio dei cristiani, guerre,
oppressioni fino agli accadimenti dei nostri giorni: terremoti, calamità
naturali, emergenza dell’immigrazione, sconforti e precarietà “Anonimo l’eroe[,] cha ha sulla pelle/ un
numero cifrato[…]” “ […] la scia di
sangue nel destino/di un pesce gigantesco che sprofonda[…]”. Supportato
dalla brevitas del componimento, il
poema intende evocare sentimenti ed emozioni profonde, identificandosi con la modernità e la sottigliezza di una forma espressiva
ricca di sottintesi e di sfumature ove pathos
e pietas si fondono per dar vita a una colorita e viva metafora
della vita; un complicato e imprevedibile itinerario di
un tempo
dato all'uomo per la conquista della vera immagine di sé, attraverso il mistero
delle umane sorti. C’è solo la necessità di sopravvivere e l’approdo è solo una
speranza per coloro che la vita usa per un proprio disegno, spesso oscuro a
tutti salvo che alla Divina Provvidenza “[…]ascende al cielo
tra le braccia aperte/di un padre lieto di abbracciare il figlio/e togliergli
l’arpione dal suo collo”.
“ L’eterno viaggiatore è un’opera raffinata e preziosa in cui la pregnanza di ogni singolo
verso, comprensivo e universale, contiene anche un alto valore pedagogico, di
fresca originalità e rilevanza formale su temi di vasta portata. Un plauso a Emanuele Aloisi per questa sua esperienza letteraria particolarmente elaborata, segno di
una personalità di eccelsa sensibilità oltre che risultato tangibile di una cultura
umanistica e di una grande passione per la poesia, consegnando al lettore mirabili squarci di dolore e di
umano compianto senza mai abbandonare la fiducia e la speranza di poter
superare anche il più aspro dei destini.

La raccolta in versi “La
panchina innamorata” (Writerseditor) di Maria Giovanna Bonaiuti, poetessa e scrittrice di origini toscane
ma residente nella città marchigiana di Fermo, offre uno spaccato significativo
di come la presenza misteriosa e complessa della natura con i suoi tanti
abitanti senza voce, possa attivare l’immaginazione e acuire i nostri sensi. La
sua figura ondeggia dinanzi alla nostra fantasia, apparendoci ora una donna
malinconica e nostalgica, ora una vera e propria “guerriera della luce” coelhiana,
per la quale la semplicità e l’ umiltà sono
l’espressione di una poetica di grande etica e rispetto verso l’uomo e l’intero
universo. Una panchina di pietra è simbolicamente il punto di osservazione
o, probabilmente, di attesa di un tempo dedicato all’amore e alla bellezza di
quelle piccole cose che divengono grandi
e frutto di speranza quando il sentiero della vita vacilla “Sulla panchina[,]logora di infinite
storie/narrate da rari passanti sgomenti[,] c’è scritto[:] /”SEI MIA”.
La nota distintiva dei versi è data
dalla fusione di motivi intimistici più volte reiterati, quali la solitudine e la
fragilità, con l’idea dello spirito di spaziale evasione e insieme di umano
approfondimento, suggerita dal leggero respiro paesaggistico e dalla confortante
presenza degli animali “ […]L’ho visto[:]
/ era lì[,] un piccolo pipistrello aggrappato alla tenda del balcone[…] /Stelle
vagabonde del cielo lo avevano accompagnato perché/accarezzasse lievemente la
mia solitudine”.
Il
linguaggio, tra fughe e ritorni, risalta una fitta galleria di alberi, fiori e
animali. In ogni poesia trionfa la tendenza pascoliana a sentire gli animali non in quanto simboli o
soggetti estetici ma come veri e propri beniamini e confidenti, perfetti mediatori tra la realtà umana e la
realtà divina nonché amici con cui condividere un cammino “ Mi attende l’amico gufo[,] / con i suoi
grandi occhi sorridenti”.
Uno stile denso e sinuoso, segnato da
naturali e musicali cesure ove si concentrano anche esperienze arieggianti i
moduli tipici della sofferenza leopardiana, da cui si generano sentimenti di solidarietà e fratellanza
verso gli altri “ Vorrei spegnere il
sole con un secchio di/acqua zuccherata[,] per vedere gli uomini/che corrono in questa
dolce pioggia”.
L’inclinazione
della poetessa all’osservazione si esercita a intuire i particolari più minuti,
le sensazioni più sottili, le atmosfere più rarefatte, in un quadro quanto mai poetico, pregio della perspicuità
di un sublime raggiunto con la massima tenuità di voce e suoni “
Sono viandante della mia solitudine[,] /cammino con le mani in tasca/ per
contrade lontane dalla mia anima[.] /Mendicante di bellezza[,] / raccolgo
lacrime cadute alle stelle[…] “
Versi
intrisi di struggente malinconia lambiscono i ricordi; come “scritte
indelebili” nel vagheggiamento passionale e romantico di una vita intera,
mescolano amore e nostalgia, con atteggiamento, in fondo, abbastanza semplice
in sé ma preziosamente elaborato con riferimenti metaforici. La Nostra li sviscera e li matura
con fiamma sottile che sembra affocare le immagini di quel “balcone dei
ricordi” che abita il cuore e la mente. La “terrazza sui tetti” è luogo privilegiato
dell’anima, un “ripostiglio segreto”dove trovano riparo sicuro i sogni, “quelli irrefrenabili, inconfessabili,
inarrestabili” e che non muoiono mai.
Maria Giovanna Bonaiuti coglie il mistero che si nasconde dietro le apparenze
di un passato-presente e attende un “pugno d’azzurro” che stemperi i giorni e
le notti più tristi, intingendo la penna nella solitudine
degli avvenimenti, delle passioni, degli affetti che hanno animato la propria
vita.
I
poeti, in fondo, sono messaggeri di armonie, virtù e speranze vissute in
silenzio, quali risposte di una creativa
solitudine, come suggeriscono gli stessi versi della grande poetessa americana Emily Dickinson: "Forse sarei più sola/ senza la mia
solitudine".
“ Raccolgo in me mille
soli,
che riemergono per solcare
il limite del mio sguardo,
custode ramingo
del mio museo
interiore”
“Dimmi le parole” di Marco Fortuna (Italic 2017) è una
silloge poetica che fin dai primi versi ci offre un preciso ritratto dell’autore,
poeta essenziale nonché uomo composto e riservato.
La sua poesia è un viaggio e i versi sono guida illuminata ove la
parola, pervasa a tratti da un’alta liricità, adombra quella sottile trama di
pensiero malinconico e senza una mappa preordinata conduce l’io poetico verso
regioni dove ha fine lo stato di destabilizzazione di un vissuto, alla ricerca
di uno sguardo soddisfatto e pago “ Come
possono le mie parole uscire da questo labirinto/[di pensieri”. Il Nostro
si sofferma e sosta sulle cose non su chi le possiede “Vedo la spiaggia come un mercato ricco di cose e povero/ di gente [,]/
con i gabbiani che a un tratto mi volano nel cuore”, toccando la
soggettività dell’immagine poetica e degli echi che ogni suo verso genera
nell’intimo dell’individuo, in cui le emozioni accelerano o smorzano incanti e
disincanti di esperienze personali. Una
vera e propria geometria dell’anima attraverso il tempo e lo spazio ove la contemplazione
della bellezza è un varco, una tensione all’infinito in cui erra lo spirito
umano.
Una forte carica espressiva è qui segno di una visione del mondo pacata
che rifugge da tinte accese o violente e da forti contrasti mentre un intero
mondo interiore si concreta in poesia che non sia un’arma bensì canto nel quale
l’uomo si racconti, si plachi, si rassereni mentre la parola pregna di un potere
incantatore diventi speranza di uscire dal buio, dal torbido alla luce, lungo
le ali del tempo e oltre ogni spazio. Una poesia sempre in divenire che è espressione immediata di perdurante efficacia
sulla sensibilità umana.
Balenano alla fantasia del poeta paesaggi spirituali amplissimi;
dalla segrete e dalle non più controllate profondità del suo spirito, irrompono intuizioni inattese,
accostamenti di mondi di pensiero e di fedi diverse proiettate verso una
lontana armonia “Ma da lontano e dal
profondo qualcuno[,]/con forza sovrumana],[/preme sul foglio mentre scrive il
mio nome[,]/mentre io rimango tra voi nell’attesa di una liberazione”.
Uno stile personalissimo per una
poetica autobiografica, sincera, senza fronzoli e orpelli. Il verso è
incentrato sul fluire spontaneo e si trasfigura in poesia della vita; la forma
introspettiva fa leva sul valore evocativo, quasi magico, della parola, sulla
sua suggestione fonica, sulle tante sfumature musicali e sul simbolismo “ Cadono sul nostro petto gli anni[,] come
pioggia[…]”.
Una poetica dolce e delicata e
allo stesso tempo incisiva, che eleva il linguaggio a una nuova altezza, supera
il suo compito comune e diventa col suono e l’accento in essa, il mezzo per
indagare la psicologia umana, il dolore,
la gioia, gli affetti familiari, persino l’amore per la propria donna.
Ritengo che i versi di Marco Fortuna qui raccolti possano assurgere a quel carattere stilizzato di mediazione poetica quale migliore e costante
richiamo dell’attenzione del lettore e di ogni sua vibrazione intima.
[…] “su tracce
d’inchiostro/di poesie/di foglio bianco aperto all’infinito[.]”
“Mare mosso, l’imaginoso” è la
recente raccolta poetica di Maria Luisa
Mazzarini, edita da EEE-book Edizioni. Leggendo quest’ultima opera
si avverte la sensazione di passeggiare a braccetto con la poetessa tra scenari
in piena esaltazione della memoria e dell’immaginazione, con lo sguardo innocente
di una bimba, desiderosa di scoprire realtà nuove a ogni passo ”Ci ferma la bonaccia[,]/ asciughiamo le
penne sulla ghiaia[.]/E le parole/raccontano di frammenti di luce/da abbracci
d’acqua/e infuocata sabbia]…]”
Ritorna il tema dominante del mare e del mormorio delle
acque, in singolare affinità coi movimenti elementari
della attività della natura, attimi privilegiati di un’inconfondibile voce, di
una cultura, di uno stile. Una poetica che si affaccia estasiata
ovunque e che si ritrova nel suono di ogni luogo, a contatto con visuali che
sono sorgenti di creatività; le parole danzano come note su un pentagramma e
come fili di una tela intrecciano immagini
che giocano abilmente tra metafore e simbolismi. La poetessa riesce sempre
a stupirci con la sua potenza onirica,
quasi funambola, di riconciliazione fra l’io e il mondo, fra l’arte e la
vita.
Il mare, come ogni elemento fluido, sta a significare la profondità e il mistero dell’animo umano
nonché manifestazione del tempo e di
quell’intimità strettamente in contatto con emozioni latenti, celate o tenute a
freno “ (Chi siamo?)/ Angoscia,
inquietudine, sgomento[. ]”
Le citazioni di poeti e scrittori stranieri, all’inizio di
ogni capitolo, lasciano cogliere nuovi spunti per le liriche che seguono, dalla
struttura e dal linguaggio vividi e unici. Nel suo ordine fantasioso, il verso
breve e sciolto impone più volte una sosta, mentre aggettivi espressivi sollecitano
la poetessa a dare libero sfogo all’estro creativo, quale dono speciale e
ispirazione dei suoi stessi sogni “in brulichio
di stelle/ [-] punti nel buio[-] come i nostri sogni/ di Magia[,]”.
La poesia per Maria Luisa Mazzarini è integrazione completa della sua personalità,
tutto ciò che vive in natura è pulsante di vita da ascoltare e rispettare
mentre si risveglia e si esprime quel canto nascosto che dorme nelle cose. L’anima stessa si abbandona all’oblio e si
spinge oltre i propri limiti; essa assorbe energia dal vento, dai fiori, dagli
alberi, dagli uccelli, dalla neve, dal sole, dalla luna e dal modulare del mare,
per elargirla ai versi. L’io poetico vive all’unisono col mondo circostante,
sembra di respirare con il suo ritmo “[…]
respiravo l’Incanto/di un mondo sommerso[,]/ ignoto/a uno sguardo distratto[.]”,
mentre la struttura strofica irregolare è una tecnica originale
che potenzia a dismisura la sostanza di valori umani universali così come gli
elenchi d’immagini che sono identificazione, definizione e associazione di
legami particolari, ricordi o
sentimenti. Attraverso il variopinto caleidoscopio
delle parole, di cui molte con lettera maiuscola, assaporiamo il senso
della profonda connessione tra la “Meraviglia”, lo “Spettacolo” e… la “Vita”.
Un’opera di straordinaria pienezza di vita che
lascia intendere la soluzione dell’enigma della buona sopportazione di un
percorso di ognuno, altrimenti invivibile; gli oscuri presentimenti e l’ineffabilità
si raccolgono in un mosaico di sfumature emozionali, originano trasformazione e
rigenerazione che man mano offrono allo stile ricchezza di armonie più
colorite. Ogni essenza originaria è qui fascino e abbandono a una sorta di
seduzione che alleggerisce la mente, esattamente come nel sogno, qui definito “origine e radice di ogni favola e futuro
possibile”.
Senza cadere nella trappola
dell’estetismo, assistiamo ad atmosfere surreali dannunziane ove la parola è
epifania e viaggia senza seguire una logica “[…] il porto- l’orizzonte- il
destino-la porta-la via” ma semplicemente suggerisce quel felice
smarrimento del “dolce naufragar “che
il grande Leopardi cita nei suoi ultimi versi dell’Infinito.
Non è forse questo il compito del poeta?
Ovvero cercare certezze al di là
dell’imperfetto che troppo spesso corrisponde a un certo atteggiamento di
vita, dove tutto risulta essere inappropriato nei confronti di quanto invece
l’uomo sia destinato a raggiungere, secondo un modello divino “[…] il cuore sogna l’imprevedibile
gioia[,]/ la nuova speranza[,] /l’attesa[.] … (Rivelazione)/ E incede il Giorno
con passi divini”.
“HaikUimia” è una raccolta di haiku; un nuovo progetto editoriale della Arkhé Edizioni – 2016 che unisce la poetica del sulmonese Claudio Spinosa e dell’aquilana Alessandra Prospero, creando così un
connubio di arte e di energia ispiratrice. Le immagini grafiche della copertina
ritraggono i simboli del sole e della luna, separati seppur concilianti, quale
unione di due opposti a ordinare un nesso armonico tra luce, calore e creazione
di passaggi di un rispettivo universo interiore.
In termini di filosofia orientale,
è come riferirsi alla dualità maschile e femminile, dello Yin e dello Yang, sebbene
qui i colori utilizzati siano il bianco e l’azzurro. La stessa grafica si
ripete nelle pagine di ogni singolo haiku:
il Sole per Claudio Spinosa e la
Luna per Alessandra Prospero.
Nei versi si evince una
sincerità d’emozione che si manifesta in quella semplicità, in quella schiettezza
e spontaneità d’espressione propria di questa raccolta, ove spiccano tre
aspetti rilevanti: razionale, emotivo e volitivo. La brevità del genere haiku riflette
il mistero del verso e si arricchisce di capacità riflessive e immaginative
persino laddove c’è un velo di melanconia che si traduce in respiro vitale e
unanime [Su nero asfalto/ricordi &
intuizioni/Attraverso me] (C.S.) - [Crepuscolo
blu/Nostalgia feroce/Lande lontane] (A.P.)
Una composta
tristezza pervade all’avvicinamento del crepuscolo e le parole non dicono, non descrivono i moti dell’animo ma
li suggeriscono indirettamente con la loro forza di simboli evocativi, la cui
scelta appartiene all’abilità degli autori, in modo ch’essi non restino isolati
ma che, con una dinamica sicura, producano l’effetto desiderato: [Luna distorta/Umano contrattempo/Occlude cieli] (A.P.) - [Umori grigi/Ora tarda di sera/Bisogno di me] (C.S.) Nella gioiosa
ammirazione del bello, traspare un’eco quasi temporale, un soffio opprimente
della caducità delle cose di questo mondo dove anche il ricordo ci assale, quando
i pensieri si fondono con le emozioni suggerite dalla stessa natura. Uno scatto fotografico del trasporto
dell’io nelle cose del mondo è qui spontaneo abbandono dello spirito in esse
e intensa partecipazione alla loro ansia, alla loro vita, alla loro stessa
essenza rendendo suggestività
all’espressione [Alba
gelida/Costruzioni mentali/Concatenate] (A.P.)
La
bellezza della poesia haiku è sempre
quella che si annida ovunque, sia
nell’osservazione della notte che in quella del giorno, tra i germogli di una
primavera e gli inverni dell’anima. La potenza di afflato
si fonde con il riposo e la meditazione e le “Parole s’intarsiano” nei
versi di “un’alchimia vincente” per
una “gioia condivisa” che si
trasfigura in passione e in quella spiritualità propria della poesia
giapponese. Infatti, tale poetica mette in luce molti concetti tipici della filosofia
giapponese che, per tradizione, persegue una sorta di “makoto”, di perfezione e veridicità che è anche profonda
consapevolezza, non solo di ciò che siamo ma soprattutto di ciò che potremmo essere,
se solo ci fermassimo più a lungo nei luoghi della contemplazione,
semplicemente per riscoprire ciò che la frenesia del quotidiano spesso cela al
nostro sguardo. HaikUimia: un titolo sicuramente ricercato e ideato con un
preciso motivo; a me non dispiace interpretarlo
anche come “haikuemia” o “haikulimia”, considerando la personale attitudine dei
Nostri verso tale componimento poetico.
Tra haiku
e senryū, la cui grazia deriva
dall’imperitura bellezza della semplicità, indubbiamente risaltano la tempra e
l’incisività, caratteristiche essenziali dei due autori, quali eredità della
loro terra d’Abruzzo.

“La vita la inseguo/come gatta randagia/sui
cornicioni/affamata di lune opalescenti/frugando con gli occhi/negli strati del
cielo”
La nuova silloge “LE PAROLE ACCANTO” è un progetto
editoriale crowdfunding di Interno
Poesia Editore, approdato alla pubblicazione
con ampio consenso di pubblico per una poetessa di valore quale è Michela Zanarella.
Il titolo della raccolta, senza alcun
dubbio, è il primo elemento di riflessione, prim’ancora di addentrarsi in una
corretta interpretazione del testo. Il termine “parola” è già un’evidente articolazione
di un'ispirazione poetica, manifestazione più pura dell’essere che si pensa e si
esprime nel linguaggio che maggiormente predilige. Nel caso della Zanarella, la
voce poetica è la natura stessa del suo essere ove il verso incarnato è essenzialmente presente e “accanto” in ogni trasformazione del suo cammino. “Trascino nel mio inchiostro/il tragitto
della luce[,] /il procedere dell’infinito”.
Dai meandri della memoria affiorano le
immagini della bambina diventata donna, che non lascia nel vuoto il proprio percorso
di vita bensì lo colma di parole, emozioni e affettività. Una poetica della
semplicità e, allo stesso tempo, maggiormente matura ed evoluta, in un periodo
di transizione in cui la scoperta dell’anima e il suo diventare familiare richiedono
molto tempo e ripetuti incontri. I luoghi della memoria sono quegli spazi che
acquistano un particolare significato emotivo, possono fare irruzione
improvvisa e smuovere impressioni tali da renderli unici, poiché sollecitano
inconsuete vibrazioni interne e stimolano a un dialogo interiore. La poesia è compagna
di viaggio lungo un’analisi di sensazioni e sentimenti che sono rimasti sempre
fedeli alla sua terra di origine […] una
terra che mi sfugge solo nella distanza/ ma che è pur sempre/radice che confina
col mio sangue”. Autentica virtuosa del verso, la poetessa riscopre un singolare
sodalizio con i paesaggi a lei cari; ne trae una magica e rinnovata forza per
luminose immagini dal potere evocatore “Non
posso dimenticare/ le sere spese ad inseguire lucciole/tra i campi […]”,
che restituiscono un senso alle scelte che, nel tempo, hanno assunto una
particolare pregnanza esistenziale, marcando un momento di svolta o di rinuncia;
le stesse che accentuano il desiderio del ritorno a una spensieratezza propria
dell’infanzia.
Una profonda e
intuitiva sensibilità pervade lo stile della silloge. La ricchezza di riferimenti
costanti tra il cielo, la terra e l’essere ci fa comprendere quanto stretta sia
la loro correlazione in ogni ambito della vita. Sulla volta celeste si muovono
il sole, il vento, le nuvole, la nebbia, i gabbiani mentre sulla terra ci sono
il grano, i fili d’erba, il fiume, la pianura e le strade polverose, tutti
segni di un rapporto con la natura espresso da un simbolismo preciso che è
rinascita, virtù e forza spirituale. L’atteggiamento rispettoso verso un creato
che si congiunge con il cielo, dove anche i silenzi e le distanze generano
presenze e non ombre passive nonché il perire e il rinascere, riescono a
produrre commozione in chi rivolge loro il proprio sguardo.
In particolar modo colpisce il simbolismo
del grano, termine più volte ripetuto nei versi e legato al dono della vita. Non
a caso ritroviamo poesie dedicate alla propria madre, ove si evince un seno
materno che è possibile paragonare al seno della terra. La perennità delle
stagioni e insieme le diverse trasformazioni della vita umana investono il tempo di una funzione metaforica della
maturità di ogni espressione, di ogni germe di sentimento e recuperano il
contatto tra l’io e quella luce che arriva dal pensiero rivolto all’azzurro del
cielo, al divino, in una sorta di totale affidamento.
“Allora
proviamo ad incontrare l’azzurro/che sia orizzonte o confine/ e lasciamo che
sia l’alba a darci risposte/dopo aver sorriso alle stelle”.
Michela Zanarella irrompe nell’anima di
ognuno con dignitosa pacatezza. È superfluo aggiungere che la sua poetica è consacrata alle immagini che lei penetra, non
lasciando che le scivolino addosso soltanto le sembianze di un qualcosa che è
cornice di un percorso. La sua poesia
così come la sua natura, fatta di silenzi, percezioni e riservatezza, ha
imparato a “custodire il tempo”, si
risveglia e si esprime nel momento in cui la sua anima ha trovato il centro di
quelle emozioni, non più enigmatiche bensì suscitate anche da una
rielaborazione psicologica “Apro la mia
pelle ai giorni […] come se fossi al primo inchino/alla vita”. La vita
segue una spinta che spesso non si delinea in modo chiaro ma sembra proprio che
la Nostra percepisca già quel “[…]
destino/ che mi chiede dove andare/ prima di orientarsi dentro al cuore”.
“Sorrise amaro,
nel considerare di quanta presunzione si nutre l’uomo coltivando l’illusione di
avere il controllo del tempo, come se ne fosse padrone,
e non di questo solo un
misero ostaggio”
“L’ultimo
bagliore” (Osanna Edizioni),
il secondo romanzo di Giuseppe Filidoro è la conferma di un nuovo talento capace
di emozionare, trovando nella scrittura un luogo privilegiato a cui affidare pensieri
e riflessioni sull’animo umano e la sua coscienza. L’incipit del romanzo ci trasmette già la percezione di un preciso
proposito dell’autore di consegnarci metaforicamente un messaggio essenziale, particolarmente
incentrato sui meccanismi impietosi della mente nonché sui
tanti subbugli dell’essere.
Ogni
esperienza narrata è un’epifania retrospettiva ove il passato, tramite un preciso
percorso narrativo, attiva la memoria involontaria del Sé. Siamo di fronte a temi incandescenti quali la morte, la
violenza, il senso di colpa, il senso del peccato e il desiderio
di espiazione, la fragilità dell’uomo e la forza del destino che,
discontinui e imprevedibili secondo la loro essenza più vera, s’insinuano
dentro le pieghe del presente delle due figure di spicco: Betta e Don Cesare.
L’una si
trova a ripercorrere stati d’animo nelle mappe della sua memoria di bambina per
riuscire in qualche modo a bonificare e superare il suo “inferno buio”; l’altro accetta passivamente il ruolo che gli si
attribuisce sulla scena dell’esistenza, dibattendosi tra le sue “due anime”. Entrambi introversi e tormentati
da incubi ricorrenti e costantemente turbati da larve inconsce. Non meno
importanti sono le figure femminili antagoniste di Maria e Savina, dal
carattere ambiguo e inquietante.
L’autore
ama anche attardarsi in minuziose descrizioni, degne di nota, ove la natura e i suoi paesaggi, suggestivi
e misteriosi, sono una rappresentazione simbolica dell’energia e del potere
dell’essere umano nel profondo. La stessa descrizione dell’evento sismico
s’incastra perfettamente nel tessuto narrativo; esso irrompe per scuotere le
fondamenta dell’ego e della mente quale disagio psicologico e senso desolato
del destino che, sottilmente, gioca sulle corde dell’anima.
Sfondo
misterioso e dal carattere simbolico è anche l’immagine della luna, rappresentata
come la zona notturna, inconscia e crepuscolare della personalità e della vita
infantile; una luna che è il versante passivo ma fecondo dell’immaginazione.
Un’ingannevole logica orienta
la fabula e s’impone come se l’autore stesso interrogasse e analizzasse chi
in realtà non è unicamente personaggio bensì un vero e proprio Essere seppur
incompleto, frammentato e perso negli oscuri meandri dei suoi ricordi.
È
doveroso osservare ogni angolatura del testo per riuscire a classificarne
correttamente il genere, dato che vari elementi suggeriscono un possibile legame
con il romanzo psicologico e introspettivo, senza ignorare un’impostazione di
stampo realistico di una narrazione inventata ma al tempo stesso verosimile, in
cui l’inquietudine e il senso di colpa
rispecchiano la forma più comune di angoscia della nostra cultura. Con
tale opera inoltre, Filidoro ha dato prova di
straordinarie intuizioni di ordine sociologico per giungere infine a un’analisi
dell’animo umano, propria del romanzo decadente. Continui flussi di coscienza
riportano ogni vicenda del passato in superficie; in particolare Betta e Don
Cesare sono sottoposti a tormenti continui e traumi interiori sentendosi vittime
di voci opposte, di contrasti cupi anche se diversi nelle loro sorgenti
personali. Ogni figura qui descritta è un essere a sé che si auto-analizza, si
esamina, si scruta e si tormenta nel rivivere fantasmi del passato che appaiono
del tutto personali seppur strettamente collegati, talmente forti e insistenti
da far desiderare persino la morte quale liberazione da essi. Lo stesso desiderio di espiazione costringe il
co-protagonista Salvo a rianalizzare, in cella, le zone più oscure del suo
passato, afflitto dal tormentoso ricordo di un amore bello ma malato, reso quasi
perfetto dalla volontà di non esistere più.
Nonostante
la ricchezza dell’intreccio, qua e là disseminato di elementi noir, ci troviamo di fronte a una prosa limpida e dai toni pacati che predilige una struttura squisitamente
tradizionale, a sottolineare capacità narrative e introspettive notevoli. Non
manca la tecnica espressiva che si evidenzia nelle sequenze in carattere corsivo
nello specifico letterario dell’analessi. Un insieme di elementi, fitti rimandi
alla narrativa proustiana e bufaliniana, induce a riflettere sui tanti quesiti
che l’uomo è portato per sua natura a porsi e soprattutto su quel grande e
unico perno intorno a cui girano la mente e il cuore dell’uomo a seguito di
traumi vissuti, la cui essenza va assolutamente indagata. L’assoluto
protagonista nonché tema centrale del romanzo è, dunque, il tormento interiore
di una memoria implicita, reclusa negli incubi più difficili da sopportare,
un’impronta indelebile di conflitti di una coscienza che implode nell’io e governa
l’intera esistenza.
L’ultimo bagliore
di Giuseppe Filidoro è senza alcun
dubbio un mezzo espressivo attraverso cui è possibile porsi domande
fondamentali sulla propria esistenza, riscoprendo traumi e dubbi in grado di
trasmettere alchimie interiori intrise di significati che troppo spesso tengono
in ostaggio menti rassegnate e incapaci di accettare il corso del destino, con
un costante interrogativo: esiste davvero un “ultimo bagliore” che possa condurre verso un ideale ultraterreno,
di libertà da noi stessi?

“Compagno
di vita” (edizioniGEI) è la nuova pubblicazione dello scrittore jesino Franco Duranti, un libro che già dal
suo sottotitolo: Divagazioni minime su di
“lui” si presenta al lettore come piacevolmente curioso e intrigante. Il
tutto in una delicata atmosfera che, grazie anche alle graziose illustrazioni
di Elisa Vitali, stimola chiunque a domandarsi: ma di cosa si tratta…? Il suo
punto di forza sta proprio nel creare un simile dubbio che si rivela vincente
e, oserei direi, ci avvicina ancor più a tale scrittore il quale, infine,
sembra aver tirato fuori dal suo fantasioso cilindro una bella trovata. Eccoci
allora di fronte a un divertente gioco di ruoli e relazioni, in un quotidiano
dialogo in rispetto di precisi doveri di ospitalità, così stretti e vincolanti
da generare un costante rapporto di reciprocità tra i due protagonisti: l’uomo
e il suo… organo.
Immaginando
un espressivo viaggio nel tempo, dal concepimento alla pubertà,
dall’adolescenza alla maturità, questo testo ha una funzione quasi pedagogica; nello
scorrere delle pagine, in molti saranno invogliati a scoprire con maggiore
curiosità, fatti e allusioni.
Con
slancio e allegria nasce un progetto editoriale che non ha certamente la
pretesa di voler essere educativo ma che diviene ciononostante, un gradevole
contributo alla conoscenza di sé, per approfondire una riflessione attenta e serena
soprattutto tra adolescenti, per scoprire tanti piccoli segreti che aspettano
solo di essere svelati.
La
realizzazione strutturale, lo sviluppo del design grafico e, infine, la
concreta trasposizione in una presentazione funzionante, accessibile e accattivante
di una morfologia quasi fiabesca, offrono una risposta non esplicita bensì
simbolica al senso della fisicità e della psicologia della sessualità maschile.
Dapprima una narrazione teorica, poi esperienziale, che si dispiega lungo
l’evidente messaggio di uno sviluppo personale, una “testa” e una “coda” che
padroneggiano contenuti di motivazioni e approcci di carattere personale e non;
una partenza intrepida e ardita che muta negli anni e quel “tempus fugit” che necessita dunque di un’efficace sdrammatizzazione.
Trovo
che il testo sia adatto a chiunque possa apprezzarne il genere, a chi ha voglia
di trascorrere una pausa di svago nonché a chi lo consideri un modo garbato per
affrontare una sorta di proposta formativa, basata su evidenze scientifiche o
sulla realtà dei fatti, perché davvero si tratta di pagine che si leggono con
il sorriso sulle labbra, senza alcuna volgarità e, di questi tempi, non è poco…

Maria Luisa Mazzarini
e i suoi versi tornano a deliziarci con la silloge “Ci basterà il mare”, di
recente pubblicazione con EEE-book. Da questa nuova esperienza poetica si
evince subito il contatto con una dimensione di coscienza elevata, tesa a vivere sia il sentimento d’amore che
la stessa poesia quali richiami di anime gemelle, messaggere di un sentiero
di luce che rimanda a una finissima lettura simbolica di universale risonanza,
verso un itinerario spirituale nel pieno rispetto emozionale dell’essere e del
divenire. […] “POESIA/che sussurri
versi/innamorati della Vita/e respiri/Luce d’anima […]”. L’io lirico osserva,
percepisce e scopre quanto l’Amore “in un
tempo-non tempo”, forse sognato e/o forse mai vissuto, possa arricchirsi
dei pregi racchiusi nel desiderio di un incontro più intimo con un linguaggio e
un’accezione semantica, che sono anche esperienza onirica dai toni meditativi, fino
a risultare progressiva purificazione
[…] “un cuore/d’anima/ il MARE/ ce l’ha
dentro […]”
A
fondamento della raffigurazione lirica si stagliano dettagli e magiche immagini
del mare, della sabbia, del vento e di qualunque altra effigie della stessa dinamica
della vita, di quel tutto che nasce, ritorna e s’impone silenzioso, annullando
le barriere spazio-temporali mentre l'anima si avvia verso un nuovo ciclo di
vita, che attende alla profondità e al mistero dell’essere umano. Una versificazione
incline a una profonda confidenza che, come sabbia permeabile, aderisce alle
sue forme e si modella in essa, in una ricerca di riposo, di sicurezza e di
rigenerazione. “MARE/eternamente/uguale e
diverso[.]/ Il tuo pensiero/ immerso in viaggi/sempre nuovi[,] /come voli
d’uccelli/mai stanchi[.]/SABBIA/ in quella conchiglia/che inondi di Te/sulla
riva/io sono[.]”
Il
connubio di levità e grazia formali trova legittimazione nel rendere in lirismo
le proprie ineffabili realtà interiori, dove parola e suono sono strettamente
collegati, persino intensificati da quegli spazi bianchi tra un verso e l’altro
che, strutturalmente, richiamano molto l’ellissi della poesia ermetica, ove
vengono concentrati attimi di silenzio e di attesa.
Nella
lirica dal titolo: “Ti vedo” troviamo
evidenti note di panismo dannunziano, in ogni sfumatura e modulazione la parola
è evocativa, la natura coglie il richiamo attraverso gli organi di senso, qui
la poetessa si espande gioiosamente in un’identificazione prima fisica poi
spirituale. “Ora piove a dirotto in
giardino/ sui pini e i cipressi[,] / sul colore sbiadito dei tigli[,] / sulle
erbe dei campi/ lontani[.] “
La voce poetica della
Mazzarini è tenue, umile e tuttavia, nel suo preciso intento
di sciogliere un nodo, si fa animata, fervida e ansiosa di comunicativa con i
propri simili, mentre l’evidenza del concetto dell’infinito ne accresce la
suggestione e l’intensità, in un sottile gioco di rispondenze interne e di
sensi correlativi, di echi musicali, che legano ogni immagine a sensazioni
simultanee. A dimostrazione della maturità in un personale percorso poetico,
troviamo un’espressione fluida che predilige un verso denso di significati, stratificati
su diversi livelli e rifugge da impalcature stilistiche. L’autrice si rivela
sottile e raffinata interprete di un linguaggio quasi zen che descrive, racconta, si pone come oggetto di sguardo e
infine diviene spettacolo di uno slancio
appassionato verso la bellezza, che vive immortale sopra il travaglio e la
caducità delle cose umane e rasserena lo spirito dell’uomo tormentato dal
mistero che lo circonda “[…] un passo
adagio/fino a una corsa libera/e un alzarsi in Volo/oltre/l’ultimo orizzonte?”
In un tempo dolcemente e
tristemente umano, venato di sospiri per infinite fragilità, la poetessa
avverte anche l’eco di quel mondo che non scorre indimenticato e testimonia il
suo contatto con l’inconscio collettivo, con le percezioni, le paure e le
sofferenze di ognuno […] “Sangue[,] /
Vitale[,] / quasi Vento di tempesta/ o lago sognante al chiaro/ di Luna[,] /
ruscello di Vita nuova” [.] METAFORA/
di tempi grigi e azzurri […]. “Ci basterà il mare, una silloge che
rappresenta un cammino verso la completezza tra amore e spiritualità, un invito
a ricordare ciò che conta davvero […] “UN
ATTIMO D’AMORE” – è già felicità –
“Dio
ci ha fatti per
amare. Ma noi siamo
incagliati su
questo atroce scoglio
fatto di mete
inesistenti e cieli
mai raggiunti. Che non ci apparterranno.”
La poetessa abruzzese Rosanna Di Iorio vanta un vasto
curriculum tra pubblicazioni e iniziative letterarie. Molto interessante è la
silloge “Arianna e il filo” (Kairós Edizioni - 2013) il cui titolo
immediatamente attira il lettore per la trasposizione della parola “filo”
rispetto all’originale della mitologia greca. Ritengo sia di particolare
rilievo sottolineare una possibile interpretazione di un preciso segno
linguistico, affinché lo stesso termine debba intendersi quale mezzo di
condotta che crea legami e traccia i
confini del nostro spazio esistenziale. Solo mantenendo fede al nostro io,
alla nostra storia e all’Amore “vera
forza che fa muovere il mondo”, possiamo vincere il labirinto, simbolo di
caos del nostro mondo e di noi tutti “Clandestini/
Nel tempo”. È dunque l’Empatia-Amore il significato contestuale della
silloge nonché la correlata configurazione
di quegli innumerevoli sentimenti-pilastri che tracciano emozioni e
comportamenti che divengono antidoto di liberazione da qualunque disagio.
Uno
stile dialogico con finalità di consapevolezza e supporto a stati emotivi per
una poetica dell’intendere e del sognare, del ragionare e del cullarsi nel
ricordo; una vita rilucente” e “un tempo inatteso” di “vento impetuoso” […] “in
bilico sospesi sul crinale/ che separa la vita da ogni cosa” mostra un’intelligenza instancabilmente
indagatrice ed esploratrice che si fonde con un sentimento intimo, raccolto e patriarcale. Il ritmo suona al
tempo stesso, semplice e complesso, letterario e spontaneo, ritmato e
prosastico, cantato e parlato. La voce della Di Iorio è ricca di esperienze e risonanze; un presupposto di
elevata saggezza mista al fervore dell’animo e all’acutezza dello sguardo,
senza mai affogare del tutto nell’angustia semmai si riscontra nei versi un’ampia
visione umana velata di tenue mestizia “Ma
tue sei sempre ferma sulla soglia[.] /In un’attesa[,] come una distanza[,] /un
distacco[,] un non essere[.] Sospesa”
Una dimensione della memoria costruita su un gioco di
prospettive temporali ove la realtà è vista sotto l’aspetto del ricordo e, al
tempo stesso, della sottile condanna e denuncia di fronte ai mali del mondo
nonché al disagio causato dall’incomunicabilità e afasia verso eventi sociali
degni di maggiore attenzione, per i quali la Nostra prova una silenziosa e
sofferta condivisione. La poetessa si ritira in solitudine in cerca di evasione
creativa e della propria fede, non accetta l’imposizione di una modernità che
intreccia diversi linguaggi e comportamenti che inesorabilmente conducono a un maggiore
grado di vulnerabilità della nostra personalità “Sarai eroe e figurante, in questa/giostra che ci trascina e che
chiamiamo/impropriamente VITA e che è soltanto/ un eterno disagio di
infingarda/ apparente armonia che ci imprigiona”.
Dalla
raccolta si evince uno studio attento della parola per rendere i versi più
fruibili attraverso quella forte emotività che appartiene alla stessa
personalità della poetessa.
Notabile
è la lirica dal titolo: “E un fumo, sì,
qualcosa come un fumo” poiché senz’altro pura manifestazione interiore ed esteriore, dell’animus e del pensiero di Rosanna-Arianna, la quale sembra
arrendersi a una volontà capovolta ma in realtà comprende che la vita va
assaporata in modo diverso e gustata nella sua ricchezza “Ed io[,] che ho amato l’assoluto nel profumo/di una rosa[,] nella
carezza della luna[.] Io[,]/ che ho lottato a perdifiato[,] come posso
piegarmi/ al dolore straziante della nostra fine[.]”
“Arianna
e il filo” è una silloge vasta che esige una lettura attenta per le
tante sfumature di introiezione e proiezione, ricca di spunti e di verità
tangibili che non si limitano alla pura espressione letteraria ma definiscono
un vero e proprio cammino di vita personale e di evoluzione artistica.

Maria Luisa Mazzarini,
con la sua ultima silloge “Si aprano le danze” (EEE-book di
Piera Rossotti- marzo 2016) rigenera lo spirito. La lirica “Primavera” in apertura è certamente
dedicata, tuttavia offre all’autrice lo spunto per attuare un dono nonché scopo
primario della sua poetica “sotterranea
[,] /chiara limpida onda/di fiume[.]/Invisibile agli occhi”, che è la sublimazione dell’essere; migliorarne e
rafforzarne l’esistenza, compito e missione della sua arte. L’occhio della
poetessa ha la capacità di saper leggere dentro la luce e nei colori del tempo
e, di quell’antico palcoscenico che è la natura, di ogni sua forma, prospettiva,
azione o movimento, ne coglie
perfettamente l’anima universale. I titoli, essenziali e fulminei,
proseguono in versi talvolta ridotti a singole parole che si stagliano isolate
o accostate tra loro, per lo più senza punteggiatura e con un sapiente utilizzo
di spazi bianchi che, intervallati, assumono a loro volta un significato
preciso, rendendo leggere e uditive le strofe “Quel Sogno di poesia/di cielo e terra in armonia [.]/ Quasi farfalla”
La
costante ricerca di una semantica lessicale genera una purezza estrema e un
mondo già di per sé completo dove risaltano timbrica, coloritura, carattere e impronta,
caratteristiche di un’interessante e gradevolissima partitura poetica. Una silloge nell’insieme incredibilmente
ricca di afflato morale che riassume una fisionomia
poetica, umana, culturale, ideologica e religiosa;
persino la terminologia con lettera maiuscola nella penna della Nostra, evidenzia
l’importanza immaginativa della personificazione concepita quale rinascita di
un mondo interiore, mentre ogni spettacolo della natura è afferrato con animo
aperto e commosso.
Il
ritmo non s’interrompe e modula così una sua invariata musicalità, il fascino
di una melodia lenta e profonda che si tramuta in danza, un’intensa espressione
umana di celebrazione del Creato in un assiduo ringraziamento di quel
Tutto-Entità addormentato nel silenzio e tradotto nel risveglio di note
ispirate che plasmano lo schema e la struttura del componimento “[…] a onorare la vita/nel Silenzio che
amo[,] /di alate Parole[.]” L’arte
poetica è conforme alla danza, ritrova nella natura la sua origine, si trasfigura nella bellezza, nella grazia
e delicatezza di un cigno, richiamando il significato primordiale del compimento
di riti ancestrali, secondo cui il singolo individuo ‘trascende il suo sé corporeo,
per fondersi con il suo sé spirituale’.
La
permeabilità delle emozioni è parte viscerale dell’io poetico, del suo modo di
percepire, del suo sentire; è come se un’immagine addormentata si risvegliasse
“All’improvviso” da una qualsiasi di
queste sensazioni, come se il silenzio fosse lo spazio dove è possibile
coltivare sogni che nascono dall’accettazione e dalla devota affinità, dalla benevolenza di un’agàpe che allo stesso tempo è sorpresa,
meraviglia e trasecolamento “[…] D’UN MIO
GIARDINO/ - interiore - /segreto anche al cuore[,]. La visibilità della
realtà e dell’essere, in un reciproco incrociarsi e permutare metamorfico, ha
lo stesso spirito e la stessa immedesimazione della suggestiva lirica rilkiana
e di alcune opere goethiane, come dire che senza
l’universo e quanto noi viviamo in esso, non potrebbe esistere la poesia.
Al
di là dei suoi innumerevoli contenuti, l’opera è realmente un’interpretazione
allegorica di una continua preghiera che esorcizza ogni malinconia e, in
particolar modo, “gli affanni del mondo”.
Tra gli haiku
un petalo di rosa
per segnalibro
Risulterà
impresa molto difficile l’inserimento di un solo segnalibro tra gli haiku di Valentina Meloni, poiché in ogni pagina della raccolta “Nei
giardini di Suzhou” (impressa da FusibiliaLibri
nel 2015), si respira il cosiddetto “hosomi”.
La sottile quiddità contemplativa che dovrebbe appartenere a ogni haijin che si rispetti è qui costantemente
presente e ritengo che lo haiku che
leggiamo in apertura della silloge: “Volano
lievi/petali di ciliegio/Impermanenza” sia una delicata e filosofica
sintesi di tale essenza-essenzialità che coordina per forma e stile l’effettivo
valore connotativo di affettività e vicinanza emotiva della poetessa all’oggetto
o paesaggio citato.
Con
estrema eleganza e abilità, dalla sua “veranda” lei ci guida nei suoi “giardini”,
correda questa sua opera di immagini pittoriche Sumi-e di Santo Previtera,
finemente disegnate con inchiostro su carta di riso, oltre che di una
prefazione di Giovanna Iorio, di personali introduzione e premessa nonché di
note ai testi di assoluta importanza per l’effettiva comprensione dei vari
riferimenti stagionali(kigo) e dei
momenti particolari della giornata (piccolo kigo).
Una
fortunata scelta editoriale esplicita la sua funzione di accompagnamento a un’esperienza
che investe un ciclo poetico in continua evoluzione, lasciando spazio alla
ricchezza di suggestioni e immaginazione di una breve e brillante gemma della
poesia giapponese, che riesce a suscitare così tanto interesse anche nel nostro
panorama letterario contemporaneo.
Purezza
e graziosità dei versi donano calore e
profondità a una tumultuosa, lampeggiante e varia effervescenza di pensiero,
rivelandone una vitalità intellettuale di prim’ordine e di un vissuto che
s’intreccia con un humus predominante
di quel gusto squisito e ricco di molteplici
sfumature, che non a caso nascono da una sensibilità dolce e melanconica, celano
un pathos vibrante, modeste gioie e reconditi dolori “Buchi s’aprono/neri nell’universo/mangiando sogni”
L’immagine
delle nuvole è la voce che ricorre in vari haiku,
“Nuvole-nodo” come la Nostra scrive, un punto di congiunzione tra cielo e
terra e ancora di origine della vita, in cui due energie sostanzialmente
differenti, moto di dialogo tra l’alto e il basso, s’incontrano e s’intrecciano,
modificando ogni cosa, nel giro di un breve lasso di tempo.
Con
uno stile molto espressivo che
lascia intravedere l’accoglienza di un
lieve diversivo come evasione da un pesante rigorismo dettato dalla vita
quotidiana “Fiori di pesco/Nei giardini
di Suzhou/cerco la quiete”, i componimenti di Valentina Meloni sorprendono piacevolmente il lettore con le idee
più eleganti e raffinate, dando ampio respiro anche alle restrizioni più
intollerabili del genere haiku.
Un
giardino geomantico, un vero e proprio Feng
Shui, un flusso di energia armonico che rigenera e ispira ciò che poi
diviene verso breve in una propria
unicità e peculiarità, una via di liberazione dove l’ascolto di noi
“lettori-ospiti” progredisce in quell’unica verità che dall’esterno si riflette
in noi stessi. La stessa natura si presenta quale sinfonia nascosta dietro il suo stesso sipario e si manifesta in
schegge purificate dalla realtà, in fatti segnici e fonetici posti a
disposizione di tutti, tramite l’energia creatrice di ogni suo elemento; a
disegnarne la variabilità ecco che arriva, complice, anche il vento, altra
forza fisica amata dalla poetessa.
I
suoi versi non dicono, non descrivono i moti dell’animo ma li suggeriscono indirettamente con la loro
forza di simboli. Il talento della poetessa sta appunto nella scelta
accorta di questi simboli evocativi, in modo che essi non restino isolati ma
producano l’effetto voluto, quello di riecheggiare
oltre
un tempo fugace tanto da trasformarsi sempre in eventi nuovi, da non perdere. Spazio
e spazialità dunque, non solo impressioni visive e immediate, soprattutto volontà
e desiderio di tradurre un’autentica espressione di concetto spirituale.
Sono
più che certa che prima ancora di avventurarsi nella composizione degli haiku è fondamentale abbracciare e compenetrare
quello stile artistico improntato su attitudine interiore ed essenza della
bellezza, proprie della cultura giapponese; pertanto credo fermamente che Valentina Meloni sia realmente entrata
a far parte di quello spirito zen di
meditazione contemplativa, che la rende amica-figlia di un processo di
trasformazione e di accettazione verso una leggiadria dell’anima: “Mare d’inverno/onde più alte di me/Non ho
timore”
Leggendo
questi versi ho ricordato le parole di Maxence Fermine, il quale così scrive
nel suo “Neve”: “E ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita…”
Non
solo haiku dunque, ma vere e proprie perle
di saggezza spiccano per il loro pregio nell’intera silloge.
… Perché delicato,
di elevata trasparenza,
lucente, leggero
e…
al tempo stesso,
rigido e resistente
(Sandra Carresi)
Un
cuore in organza, di recente pubblicazione con
TraccePerLaMeta Edizioni, è la sesta creatura poetica di Sandra Carresi, ormai navigata poetessa
nell’intimità di un’intuizione immediata, tra immagini, colori e complesse sfumature
di un vissuto.
In
questa sua silloge l’autrice ci rende una visione quasi alchemica della vita e,
allo stesso tempo, i suoi versi ci indirizzano verso la ricerca di un
equilibrio e un’armonia che emanano un fascino particolare nelle spigolosità del quotidiano di ognuno.
L’attenzione ai dettagli, il sorriso della semplicità, l’amore disinteressato,
il rispetto della vita e della natura, il guardarsi negli occhi senza timore,
il provare ad andare oltre il comune pensiero per non bloccare le aspirazioni
dell’anima, sono tutti elementi che trasmettono qualcosa di sottilmente
prezioso, un pensiero dettato da un linguaggio che non è di parole ma di
vibrazioni e di gesti immobili; una
magia che si ripete ogni volta che si riesce a entrare nella dimensione che
attraversa ogni essere creato.
Se
ciò avviene, possiamo essere pronti a “giocare” con equilibri impossibili e
assurdi, appartenenti a uno stato che non è certamente indulgente e che
inesorabilmente prima o poi termina, “In
un battito di ciglia/il giallo della vita/con l’inizio di un vagito/e l’uscita
con un volo nel blu”.
Il
lemma “gioco” è una dilogia che permette alla Nostra di dare maggiore forza
espressiva a quel concetto di caoticità e assenza di senso che rappresenta l’irrazionalità della vita stessa,
contradditoria e contraria alla logica; una denuncia, una critica a tutte le
guerre, alle violenze gratuite e paradossali che la poetessa non riesce a
comprendere pur impiegando tutta se stessa per trovare una “libertà dalle
catene” dell’odio, della ferocia e delle tante barbarie di un mondo che si
spera possa mutare almeno con il
prossimo “arrivo dell’arcobaleno”.
Nel
proiettare la propria forma trascendentale su ogni spazio e immagine, osservati
con il giusto silenzio, Sandra Carresi
si concede un atto d’introspezione, quale chiave per aprire l'essenza d'ogni
fenomeno intorno a lei. Sono proprio la saggezza della natura, la compagnia del
suo cane, ogni oggetto della propria casa e le stesse presenze affettive di chi
ha abbandonato questa vita, che rafforzano l’intima identificazione con un atto
di poesia interiore e sono fonte di energia creativa che può essere rivolta
verso se stessi, verso il prossimo e il senso della vita in genere […] “Ogni gioco/nasconde la sua/verità”. Il
sentiero è graduale, l’esercizio dell’equilibrio si fa molto più sottile fino a
divenire pratica di luce del momento, spirale di comprensione che via via si
approfondisce; può sorgere in un attimo e rafforzarsi col tempo “Mutamenti del giorno[,] /del tempo/che fa il suo corso”
Lo
stile poetico è ordinato, chiaro ed elegante, con linguaggio estremamente
meticoloso, contemplativo, attento a osservare nel percorso dei versi tutto e
tutti con il dovuto rispetto. I termini spesso si riferiscono anche a località
citate con particolari connotazioni, associate a determinate immagini atte a
evocare situazioni emotive, stagionali e di efficace rilevanza nel quotidiano
della poetessa.
Ogni
lirica è senza alcun dubbio espressività che si nutre del profondo amore per la
natura e tutte le sue rivelazioni, nella sua plasticità ogni pensiero arriva a
cogliere le astrazioni presenti e passate nei sentimenti, nelle proprie impressioni
e sensazioni.
La
vita è ricca di messaggi velati, sebbene sia troppo spesso tutt’altro che un
“girotondo”, solo la capacità di trovare in quel tendersi dell’anima, persino
nelle sventure, una disciplina plasmatrice dei grandi dolori, si ha la
possibilità di ascoltare e trarne così l’insegnamento migliore. Colpisce in
tale poetica l’evoluzione dell’esperienza che non si disarma di fronte ai modi
di agire spesso moralmente discutibili bensì si alimenta del coraggio
necessario per procedere nella conoscenza autentica di sé. Siamo tutti guidati
da morali diverse, ogni nostra azione risplende di differenti colori, gli
stessi colori infiniti che la poetessa richiama in ogni suo verso cambiando continuamente
tonalità. La natura è lo spazio-principio della molteplicità del vissuto
dell’uomo, con i suoi mutamenti repentini […] “la solita primavera
capricciosa” delle fasi più dolorose per i distacchi terreni, del male nel
mondo e delle illusioni-delusioni nei rapporti, ma è anche dispensatrice di
luce e di calore, tra gli affetti più cari, dove persino […] “le cose di casa/ a volte scricchiolano […]
, perché […] “Così[,] proprio come nella
vita[,] / dopo bufere [,] / e inquietudini dell’anima [,] / dal tunnel […] /
una splendida luce.
La
poetessa lascia indossare al suo io poetico l’organza, che sia un filato
stropicciato, liscio o cangiante, è pur sempre pronta alla trasformazione e al
consapevole adattamento; la ricama con
particolare abilità e competenza,
perché l’effetto risulti soddisfacente per un nuovo “profumo di speranza”, rilegando così un nuovo libro di vita da
sfogliare, mentre il nostro cammino si
avvicina all’ultima “stanza”, quella che lei definisce “la mansarda” dove […] “non c’è polvere”, perché finalmente in
pace e accanto a Dio.

“Nel
viaggio della vita/ chi ama fotografa/il mondo”
(In
viaggio)
Elvio
Angeletti, pittore e poeta, in Respiri di vita
(Intermedia Edizioni- 2015) è soprattutto un’anima che si confessa. Questa
silloge infatti, rappresenta un vero e proprio excursus del suo Io poetico negli anni, un processo che richiede
tempo e, una volta completato, conduce il Nostro a un salto nella sua stessa
esperienza personale, un senso di profondità e di sollievo interiore.
Il titolo stesso racchiude parole attorno
alle quali ruota un intero campo semantico; il respiro diviene parola-chiave
fondamentale per comprendere il significato di ogni poesia delineandone così la
vera tematica di fondo: una semplicità
di vita più legata alla natura e alle proprie esigenze, dove l’amore individuale e universale è il
motore propulsore per eccellenza.
Una chiave di lettura per entrare nel
flusso dell’energia poetica, che altro non è che la pura essenza di un'empatia
silenziosa che accresce la propria libertà, imparando a discernere cosa o chi comporta
la capacità di rimanere completamente presenti alla nostra situazione interiore
“Parole accese/scolpite da diamanti/nelle
pagine rugose/di un diario dedicato alla vita/nascosto negli alvei remoti/della
mia memoria”.
L’amore
e la libertà sono un binomio essenziale della vita dell’artista;
avviano e simboleggiano una predisposizione naturale e la vocazione dell'uomo
verso ogni genere di relazione che ognuno costruisce attraverso le proprie esperienze
affettive più significative. Affidandosi a una formazione artistica di stampo
ortodosso, il poeta è in linea con i canoni generali che un’educazione regolare
e volta al maggior arricchimento possibile, richiede.
Attraverso un linguaggio essenziale,
affiorano paure, dubbi e domande esistenziali di un tempo che scorre e di una
disillusione di fronte a un mondo “capovolto” […] “La mia immagine/esce di scena cercando il fare/nel tempo del giorno che
resta” mentre il verso disegna figure umanizzate sullo sfondo del mare e
del cielo della sua città di origine, Senigallia […] “I gabbiani, in volo verso/le scogliere garriscono[,] /improvvisando
giochi sulle onde”.
Con stile puro e sobrio, senza laboriosi
orpelli e personalissimo, dal ritmo cantilenante di alcuni versi, con
ripetizioni, sospensioni e anafore, Angeletti
riesce a percepire il richiamo prepotente della natura con tutto l’immenso
patrimonio di opportunità e prospettive che essa è in grado di offrirgli.
Dotato di un’accesa e individualissima sensibilità quasi infantile, il Nostro vive
di luce e poesia, di atmosfere lontane e suggestioni senza tempo, dove i particolari
dominano sull’insieme. Ogni figura retorica utilizzata viene richiamata
volutamente, per lasciare interrotto un discorso o per darne maggiore evidenza
o calore, in particolare quando vengono tracciate tematiche quali l’amicizia,
la scomparsa di persone care ed eventi come la violenza sulla donna.
Ogni
lirica è un inno alle emozioni che l’arte poetica dona,
perché tramite essa, ci si avvicina e s’incontra Dio […] “L’arte/bacchetta magica/con il potere di farci innamorare e […] davanti
allo stesso/Dio/farci pregare”.
I poeti sono “gente strana”, così li
definisce Angeletti, “Sanno guardare/ con
gli occhi dei bambini/aspettando il futuro che si spegne/mente una
canzone/vibra l’anima di una radio”, come dire che la nostra storia personale è un dono e nell’offrirla possiamo anche distaccarcene,
ritrovando la nostra libertà. Troppo spesso la nostra consapevolezza è
focalizzata da ciò che succede all’esterno di noi anziché da ciò che avviene in
noi stessi. C'è più silenzio e tuttavia molto di importante viene detto e si
ascolta esattamente come la musica.
La poesia è respiro, è libertà, è volo,
uno sporgersi oltre la vita e noi tutti, quanto poco respiriamo! Forse dovremmo
essere maggiormente consapevoli di quel nostro respiro che ci accompagna lungo
tutta la nostra esistenza. Le emozioni non sono mai minimaliste e mai
potrebbero rappresentare crisi creative, la poesia è quell’emozione che, in
alcuni casi diventa persino preghiera. La vita è un viaggio altalenante […] “attraversando/irripetibili tramonti rossi/ e
deserti di sabbia calda/attendendo notti stellate/ad incantarmi fantasie
sottili/che scivolano sul tuo corpo”.
Non occorre essere grandi per scrivere
poesie, bastano l’amore e un cuore aperto, con lo sguardo su se stessi e tra i
“murales” del mondo; basta fare un po’ di pulizia dentro di noi, unire
desiderio, immaginazione, sforzo e tenacia per rimanere piacevolmente sorpresi
di quali quadri si possano dipingere con le parole. Ritengo che Elvio Angeletti con il suo “Respiri
di vita” abbia pienamente colto lo spirito di un cammino poetico,
poiché prima ancora di essere artisti “Siamo
anime/ nel mezzo del mondo/baciate dalla vita/che ci avvolge”.
[…]
scostando lievemente/tra intagli di lino/una tendina candida/protesa
nell’azzurro/al sole del mattino[.]
(Da “Dietro… e
oltre”)
Therry
Ferrari e la sua poetica del ‘Perché’
Definendosi
la ex “maestrina dalla penna rossa”, epiteto che richiama alla memoria il
personaggio del famoso romanzo Cuore di
Edmondo De Amicis, la Nostra ci spalanca un mondo interiore, dove la poesia è
pura espressione di una vera e propria missione animica oltre che di
un’irresistibile passione. Ogni suo verso si posa e si concretizza sul foglio quale
dono di una dimensione intimistica nonché di un temperamento spiccatamente altruista.
L’infinito e i sogni cullano la sua scrittura, annullano l’arte “dell’egoismo e
dell’inganno”, con l’efficacia benefica
dell’io e del presente, che assimila dal passato solo quegli insegnamenti
indicativi di un percorso esistenziale e si affaccia al futuro timidamente,
umilmente, in punta di piedi, per non creare troppo rumore, quasi a non voler disturbare
la contemplazione dell’universo tutto. La poetica di Therry Ferrari è intrisa di una forte spiritualità e religiosità
persino laddove è caratterizzata dall’impegno etico e civile, meditando sui
mali e gli orrori del passato e le incongruenze di un tempo attuale; un monito
a ritrovare la “smarrita storia”, il” Rispetto” e la “Bellezza” di altre epoche.
Dietro un’apparente leggibilità icastica, si celano la dimestichezza e una
certa sapienza nella versificazione libera, dove affascinano i suoni,
avvicinando lo stile all’universo poetico gibraniano. Una poesia semplice, non
pretenziosa, palpitante, sottile e leggera di quell’Infinito viaggio “[…] ragione
e cuore/ ombra e luce […]” nell’importanza del sentire umano, dell’essere,
non quale mero involucro bensì viva interrogazione sull’inquietudine del vivere
e del quotidiano; un rivolgere lo sguardo al cuore, ricercandone i “Perché”, per allontanarsi dal potere
della mente che, al contrario, sprigiona i veri demoni distruttivi della
società; un incrocio tra sogni ed essenzialità, senza lasciare indietro i
valori di un’origine che la rendono fiera come donna. Il cuore si fa satinato
ma elastico, coniuga versi con accordi floreali, abita i vuoti dell’esistenza e
i ricordi mai sopiti con dolce nostalgia: “[…]
inattesa nostalgia nel rimembrare” [...] “seguendo ogni giorno/le rotte del
cuore”.
La
scrupolosa cura e diligenza nel comunicare un mondo che va oltre quanto è
visibile con i soli occhi concede alla poetessa di trasportare sentimenti e
emozioni in immagini, come tanti minuscoli fili che ci tengono uniti gli uni
agli altri, in primo luogo con quanti conosciamo e ci conoscono, e poi, tramite
loro, di passaggio in passaggio, con chi
per noi è lontano, addirittura ignoto, nella rete che tutti ci accoglie,
e che si chiama umanità, attraverso il tempo, dal passato a oggi fino al futuro
che non conosciamo ancora. Cosa rappresenta in effetti il futuro per lei? La
poetessa se lo chiede continuamente e, semplicemente, lo sintetizza nelle “Radici del dopo” e in quel “traverso sopòre […] subdolo e gelido vento
di follia […]” È come se il suo armonioso lirismo ci stia suggerendo che il prisma dell’arte poetica sia il
coefficiente necessario per un’altra vita, di aspirazioni, di miraggi, di speranze;
lascia intravedere una liberazione dalle catene fisiche, una catarsi delle
poche labili certezze dell’oggi, che fuori
della poesia sfuggono o almeno potrebbero sfuggire.
Le
sue parole sono capaci di metabolizzare le esperienze della vita con grande
forza d’animo, illuminate dalla magica luce del suo mondo poetico e nei versi
ritroviamo quel senso innocente che riesce ancora a meravigliarsi di fronte
agli elementi della natura che ci passano accanto e che troppo spesso rimangono
immobili, senza alcuna voce. Quella
di Therry Ferrari è una poetica di
atmosfere, dove l’essere si fonde con il tutto.
Oggetti
quasi banali, sapientemente incastonati in scenografie, stimolano l’istinto
nella ricerca della propria profondità, spalancano visioni. Dietro le
suggestive similitudini e metafore d’ incantevoli stanze liriche, assistiamo a
uno stato contemplativo, a un’esplorazione di se stessi. Il canto di una natura
incarnata e in movimento riavvolge la moviola dell’infanzia e allo stesso tempo
interroga il mondo di oggi, che necessita di esser preso per mano per riuscire
a oltrepassare le barriere temporali dell’esistenza. Il linguaggio è a tratti
denso e sinuoso come un racconto e si alza verso un iter poetico che deve
condurre alla palingenesi totale e alla liberazione definitiva; la vicenda umana,
fatta di conflitti, di incomprensioni, di solitudini, si placa alla vista al di
là della porta di casa, della vitalità accesa, vorticosa, giocosa della natura.
Nella
poetessa Therry Ferrari convivono tante creature, lei stessa si fa portavoce di
tutto ciò che sopravvive libero, selvatico, dignitoso, semplice, nel mondo
oppresso e soffocato dallo “spirito” dell’uomo.
"Se
la natura non ha dotato l'uomo di un istinto in modo di avvertirlo della data e
dell'ora esatta della propria morte è
perché ciò avrebbe come risultato la nascita di un sentimento di depressione
suscettibile di annichilire ogni volontà d'azione e ogni desiderio elementare
di sopravvivenza."
(Henri-Louis Bergson)
Tra
le varie pubblicazioni del giornalista Fabiano
Del Papa troviamo anche un suo primo romanzo, Il mistero del cocomero
(edito dal Gruppo Editoriale Domina nel 2003), un’opera interessante, finemente articolata che nasce dallo spirito vivace
e dallo stile accorto, propri dell’autore. Trattasi di una storia vera dove
il narratore è lui stesso protagonista, o meglio, la vera protagonista è la paura della morte. Un esordio non da poco,
se si considera la tematica particolarmente delicata; ne consegue, a mio
parere, un’impresa estremamente ardua da discernere per qualunque scrittore e,
certamente una consuetudine di pensiero radicata in ogni essere umano, fin
dalla notte dei tempi, fin dai primi istanti della nostra incarnazione. La
vicenda, vissuta in prima persona dallo stesso Del Papa, ha inizio in Ungheria,
nell’incantevole Budapest “[…] in un
albergo elegante e un po’ decadente, edificato, tanto tempo fa, proprio in
mezzo al pluricelebrato, romantico Danubio”, con una sorta di piacevolissimo
incontro con un’affascinante donna che al lettore, dapprima, può sembrare galante;
in realtà tale conoscenza porterà l’autore a vivere una serie di avventure a
dir poco sconcertanti e destabilizzanti. Dietro a ogni esperienza si cela una
proposta occulta e misteriosa che ha a che fare con nuove scoperte nel campo
della biologia, di sostanze in grado di rallentare i processi cellulari
dell’invecchiamento. A contatto con i vari personaggi menzionati e tratteggiati
nel minimo dettaglio, ci troviamo di fronte a una tempesta di emozioni e di umori; tra le varie influenze più
disparate e apparentemente contrastanti si accavallano e si rincorrono un’appagante
curiosità e desiderabilità maschile di pura attrazione fisica verso l’altro
sesso e un più complicato senso di
confusione, inquietudine e impotenza di fronte ad argomenti più specificamente metafisici
ed etici “[…] le solite, eterne
domande che mi prendevano d’assalto: chi siamo, che facciamo, da dove veniamo,
ma dove andiamo?” Eccoci dunque immersi in sequenze descrittive, narrative
e riflessive che s’intrecciano e velano una risposta emotiva appropriata che
l’autore ha saputo maneggiare con estrema cura e, soprattutto, con briosa
destrezza nel tessere la trama, per un’architettura strutturale che spiazza il
lettore, con un antefatto, un movente e una coda, assolutamente imprevedibili.
Analessi
e prolessi si alternano per dare respiro o forse, per instillare dubbio e
riflessione nel lettore prim’ancora di procedere con la narrazione, del resto
l’argomento è senz’altro spinoso, fare i conti con la comprensione della morte
è naturale quanto la vita stessa, pur sempre rimanendo perturbante “La cognizione della scomparsa, credo sia il
pensiero più atroce per qualsiasi animo normale” inoltre, vita lunga non
comporta di certo vita eterna.
Nella
fantasia popolare greca e in alcuni miti molto antichi la morte appare come
un’entità maschile, si chiama Thànatos,
è figlio della Notte e fratello del Sonno; esattamente come la notte e il
sonno, essa diviene inevitabilmente, anche se ultima, una condizione della
nostra esistenza terrena.
Secondo
la sua definizione generica, la morte altro non è che la cessazione di quelle
funzioni biologiche che ne determinano ogni organismo vivente, trattasi dunque,
in realtà, di una paura non tanto della condizione della morte in sé, quanto
piuttosto del processo che vi conduce, ovvero del morire.
In
questo senso Fabiano Del Papa con il
suo romanzo non ha banalizzato la tanatofobia, semmai l’ha esorcizzata, per certi
versi, al punto di scriverne ogni incertezza che determina la nostra ansia,
alimentando un insanabile conflitto tra le nostre credenze religiose e la forza
della convinzione personale. Ritengo che in ognuno di noi risieda una specie di
umanesimo ateista che pesa su tutti noi e del quale tutti siamo vittime, mentre
una vita autentica richiede l'accettazione dell'angoscia di vivere e nulla ha a
che fare con la vera immortalità, poiché essa, materialmente parlando, è
esistente solamente a livello spirituale e, di conseguenza, in qualità di
anima.
Chi
mai potrebbe innalzare il suo stesso intelletto fino a mutare il normale
svolgimento di un’esistenza fisica? Il problema della morte attraversa la
storia della filosofia occidentale che da sempre ha tentato di darne una
spiegazione metafisica e, purtroppo, non siamo piante erbacee perenni come il
cocomero bensì noi ci siamo solamente per poi morire, con la viva speranza di
avvicinarci con il tempo verso una sorte di cambiamento, di trasmigrazione
dell’anima da una sede all’altra. La paura della morte è uno stato mentale, se
ricercassimo maggiormente “il vero senso” dell’esserci, molto probabilmente riusciremmo
a sedare le nostre angosce e vivere con maggiore coraggio i nostri giorni da
incarnati, riflettendo sui veri valori del nostro cammino terreno. Nel suo
romanzo, l’autore ha in fondo confidato a se stesso e a noi lettori che la vera immortalità sta nell’abbondanza
e nella realizzazione, quale simboli di compiutezza e di una maturità felice di
rapporti vissuti con pienezza.
Che
sia questo il mistero del cocomero? Non lo sapremo mai se non dopo… Non sarà la fine di tutto!
Da
un uomo e un politico dell’800 una preziosa “imbeccata” di alto valore
culturale e sociale.
Il
Marchese “SCOMODO”
è
l’ultima fatica letteraria dello scrittore e giornalista Fabiano Del Papa (ZEFIRO Edizioni- giugno 2015), una biografia di genere memorialistico e storiografica di tipo
moderno che ritrae la figura di un noto personaggio fermano dell’800: il Marchese Giuseppe Ignazio Trevisani.
Senza alcuna incertezza è
il caso di affermare che l’autore sia stato ispirato nello scrivere un’opera
utile a chi la intenda, con misterioso entusiasmo interiore e con efficacia
espressiva, quale doveroso sentimento di riconoscenza che bene ha meritato chi,
per oltre un quarantennio ha utilizzato le sue brillanti quanto complesse qualità,
unicamente con benevolenza verso il prossimo. Attraverso la ricostruzione di un
contesto storico in cui s’inserisce la vicenda umana di un aristocratico di
fervido ingegno “[…] un cuore grande come
una casa” e “Dotato di un senso di umanità particolare”, Del Papa accarezza quel sogno di pace e
di onestà che si tramuta in toni
nostalgici per una suprema potenza morale contrapposta a un sentimento di
estraneità e di non appartenenza a quell’immagine disastrata che, al contrario,
mostra l’uomo di oggi verso il suo Paese. La vita del marchese Trevisani e il
suo intrecciarsi di eventi storici che riguardano non solo una storia privata e
della sua città bensì una memoria
collettiva, costituiscono per il
lettore un indicatore di cammino e di comportamento, un vero e proprio monito, effuso di una particolare attenzione
critica alla politica e alla società, mostrandone ogni contraddizione e mancata
genuinità di principi […] “Giuseppe
Ignazio voleva un’Italia libera e non calpesta. Ed ebbe la fortuna di vederla
così. Se improvvisamente resuscitasse e vedesse com’è ridotta oggi, il nostro
marchese, per quanto forte di carattere e virile nel contegno, scoppierebbe a
piangere disperato”.
La narrazione veritiera
con citazioni di date, luoghi e documenti originali, rende ogni questione
affrontata e le posizioni assunte una reale esigenza dell’autore di avvicinarsi
alla dimensione intima e privata di un uomo di alto prestigio, eticamente
affidabile, che ha lottato per l’unità d’Italia e si è reso portavoce della
fascia più debole della società, mettendo a disposizione persino il suo stesso
patrimonio durante i suoi mandati di Sindaco della città di Fermo. L’autentica
rievocazione delle varie esperienze, tra ideali, correttezza morale e umanità, vengono
qui descritte e illustrate con lo stile
di chi si affida a un linguaggio concreto, a un lessico colloquiale, molto
diretto, quasi confidenziale nei riguardi del lettore e infine di puro affetto ed
estremo rispetto per “una figura non
comune”. Una biografia di un
personalità così controversa e per certi aspetti persino sfuggente, è stata
sicuramente un’impresa difficile ma che ha condotto a ottimi risultati di un
testo piacevolissimo, appassionato e coinvolgente; una trasposizione narrativa che stilla inevitabilmente ammirazione e approvazione.
È vero che il Marchese Giuseppe Ignazio
Trevisani era un fermano ma la testimonianza di un cittadino illustre e
soprattutto “Italiano”, che ha saputo vivere con profonda
convinzione e rigore personale i valori in cui credeva, non può che suscitare
orgoglio e fierezza in chiunque abbia a cuore il destino della propria città, della
sua regione e dell’intera nazione.
La sottile e sagace
capacità dell’autore nel cogliere l’essenza di vita e gli ideali di patriottismo
di un uomo d’altri tempi comporta necessariamente la riflessione su differenze
di spirito e volontà verso un bene comune; un puro caso che il protagonista sia
stato un uomo di alto rango […] “Poteva
capitare con un orologiaio, un medico o
un contadino. È capitato con un aristocratico”. Ogni vicenda umana e
storica viene evocata e sottolineata a chiare lettere, poiché legata a doppio
filo alla stretta attualità, s’identifica con una spontanea
reazione viscerale di fronte a una situazione socio-politica non più
sostenibile. Nasce spontaneo il desiderio, se mai ne avessimo il potere, di far
rinascere un simile temperamento “dall’esistenza
mirabile, nobile e avventurosa”. È come se il marchese in persona si
aggirasse tra le pagine di questo breve e prezioso testo, quasi a dettare un
suo preciso identikit
psico-comportamentale e tra le righe, lanciasse
il suo sguardo scrutatore e disapprovante verso azioni contrastanti del
benessere di un popolo. Sicuramente ai nostri giorni qualunque
amministratore della “cosa pubblica” si sentirebbe infastidito dalla presenza
di un tale personaggio!
Il messaggio è più che
evidente: onestà, correttezza, rispetto,
umanità, soprattutto etica e morale fanno di un qualunque uomo, che sia
benestante o indigente, un valido esempio da seguire. Persino una
personalità dell’800 potrebbe veicolare delle piccole verità, seminare dubbi e
smascherare ipocrisie, attaccando pregiudizi e mettendo in discussioni le
convinzioni.
" Il senso della vita
è dare importanza alle piccole cose,
per riuscire a dare un significato
a quello che ci circonda"
Granelli
di tempo di Rosaria
Minosa è una raccolta poetica del marzo 2015, edita da Pubblisfera Edizioni e curata dall’Associazione Culturale GueCi di Rende (CS). Una prima raccolta
poetica di un’autrice che, dopo vari riconoscimenti in concorsi letterari e due
pubblicazioni di narrativa, sta iniziando anche un suo proprio percorso
poetico.
Conosco
personalmente Rosaria e posso confermare senza dubbio alcuno di trovarci di
fronte ad una personalità che ha
maturato dalle sue esperienze di vita, un preciso codice d’onore: l’umiltà.
La sua vena poetica entra a piedi scalzi nel cuore di tutti per la sua grande semplicità e schiettezza.
Il granello è la migliore
metafora del senso della vita e del tempo che lo
rappresenta e, ancor più metafora della consapevolezza della propria debolezza
e inferiorità; la poesia è il balsamo migliore per annullare ogni povertà simbolica
del nostro tempo. Tematiche dai toni forti e invasivi quali la violenza, la
morte, il tradimento d’amore, la società con i suoi soprusi e gli abbandoni, si
contrappongono all’amore per le cose semplici e naturali; il tutto coniugato sempre
con rispetto e ordine. L’accettazione del perdono vince sulla ribellione
interiore, la poesia si presta all’esigenza di purezza e nobiltà d’animo, guida
benevola per ogni essere umano smarrito verso una più consapevole attenzione della
persona, della sua dignità, del suo onore e della sua libertà. Per Rosaria Minosa la poesia è nelle cose
stesse, il particolare poetico sorregge e arricchisce di nuovi significati; nel
maltempo della vita ogni cosa si colora “La
vita è […] /sentire il soffio del vento sul tuo viso[,] /subito dopo il
temporale[.]
Lo
stile è diretto più che simbolico, un linguaggio modesto, sospirato, quasi
sussurrato. Una sorta di realismo emotivo lascia trasparire un travaglio
psicologico e umano della poetessa, nel realizzare che gli errori e i dolori
subiti, possono rappresentare delle opportunità di crescita e comprensione,
lasciando andare il risentimento “per dono” che fa all’altro ma soprattutto a
sé stessa.
La figura retorica
dominante è l’anafora che lega tra di loro tutti i versi e la
ripetizione ne determina quasi un effetto intimo e ossessivo nella costruzione
delle strofe, ne risulta un pregio
impagabile della semplicità della poetessa, ne accentua la finissima sensibilità.
L’amore è inteso come
comunione con gli altri, persino l’abbandono e il distacco dagli affetti più
cari (la mamma, gli amici, la sua cagnetta Laila) escono da quella “nuvola” più
volte citata nei versi della Minosa,
per elevarsi e far scorrere la speranza, la solidarietà attraverso le memorie
della sofferenza. La poesia intesa come verità-specchio che permette di
mostrare il vero volto in modo che l’anima nella sua nuova percezione possa
riorganizzarsi “Chiudo gli occhi/e il mio
cuore si riempie d’amore[,] / affinché il giorno dopo io riesco a “donarlo[.]”,
sciogliere ogni nodo, lasciarsi andare affinché le parole assumano un valore
terapeutico.
Altro elemento rilevante
in questa silloge è il faro della fede;
per l’autrice è fonte di forza e coraggio, luce che orienta il suo cammino nel
tempo inesorabile verso “L’ombra”
della morte, un velo che si proietta su tutto, indefinito e privo di un
contorno preciso. La morte da sempre incute paura ma nel contempo libera l’anima
dal fardello del corpo, dissolve il “pensiero” della mente e il “rumore” della
sofferenza “Vivi nell’onestà[,] amore e
rispetto per gli altri […] la morte
porterà via solo il tuo corpo[,] / mentre “il tuo spirito” resterà con noi”
“La
Poesia è come la musica, deve avere una sua logica, deve essere interpretabile,
deve stimolare sensazioni, emozioni, ricordi, attraverso le parole. La Poesia è
libera, esprime il nostro pensiero, non ha confini delineabili. La Poesia è
nell’aria, la Poesia è dentro di noi, la Poesia è intorno a noi.”
(Dalla Postfazione di «A
denti stretti» di Stefania Pasquali)
Con
le sue parole, Stefania Pasquali ha
legittimamente denotato la validità universale della poesia, non poteva usare
lingua migliore del vernacolo marchigiano, a definirne appieno concetto ed
essenza.
“A
denti stretti” (2012) è una silloge che si colloca all’interno di una sua
vasta produzione poetica e si distingue in un mondo dominato dal potere della
tecno-scienza e della finanza, per l’importante finalità di consolidamento di una valorizzazione delle
nostre tradizioni, creando un maggiore legame
tra gli eventi attuali e un’identità storica. Certamente una poetica
dialettale è un augurio che incita e invita alla continuazione di una tradizione
linguistica che ha vissuto, peraltro, momenti di vivo splendore in ogni regione
italiana.
Ben
venga, dunque, quest’opera; ben venga a ridarci la certezza che il nostro dialetto è ancora vivo e palpitante nel cuore
e nel pensiero dei marchigiani e che vi rimarrà. Ai nostri giorni son pochi
davvero i conservatori del dialetto, si contano sulle dita. Versi vivi e
coloriti studiano la vita di una terra, sono respiro prolifico verso la
diffusione di quell’espressione dalle connotazioni spiccatamente popolari che
s’identificano, in particolare, con l’amore e la passione per la poesia “Nonna e nonnu/ormà più n’ce stà[,] /a
scrivo ‘che poesia/ma no’ pe’ lo campà[.]”
Senza
retorico artificio, le poesie qui raccolte riprendono la tematica della
rimembranza così cara alla nostra poetessa; motti e modi di dire nostrani
rispecchiano ancora una volta disciplina interiore, potenza di sintesi e senso
di responsabilità di un’autrice partecipe di ogni sentimento. La silloge A
denti
stretti è poesia dialogica, non inficiata dalla responsabilità di canoni
appartenenti a un vernacolo letterario poco spontaneo e di maniera, è piuttosto
specchio genuino del microcosmo interiore,
supporta positivamente la coscienza emotiva e aiuta l’eco poetico a esprimersi
tramite la naturalezza e la schiettezza di soggetti popolari,
liberi ma assolutamente lungimiranti.
Ogni
poesia termina con un’immagine e un pensiero-morale; note della poetessa che, pur
nascendo da una prospettiva personale, ci mostrano la donna prim’ancora che la
profonda dialettologa. Non mancano ironia e spirito giocoso mentre il suo
vernacolo dipinge individui dalle più svariate caratteristiche. Stefania Pasquali affida ai suoi
personaggi pensieri e comportamenti del passato ma profondamente attuali.
Conosciamo il castellano, il maestro, l’avvocato, il parroco, il conte e
persino la donna “strolleca”, alla
quale le giovani di un tempo si rivolgevano per conoscere il futuro. Caratteri
che distinguono individui l’uno dall’altro ma, allo stesso tempo, li accomunano
nello svolgimento della vita di paese;
si fondono con il loro quotidiano, tra attitudini e stranezze varie e
concedono alla poetessa una riflessione
e l’opportunità di esprimersi su condizioni sociali e civili di ogni tempo.
Spontaneità
e saggezza popolari di terre marchigiane si alternano a momenti di tristezza,
gioia, guerra e pace di fasi storiche dell’intera nazione.
Si
ritrovano il sapore di cose nuove, l’evanescenza dei sogni, la spensieratezza
della gioventù, la serenità di chi non ha grandi aspirazioni, la dolcezza
dell’umile gente, l’assennata semplicità del suo parlare. Quella lingua
vernacolare che ora ha quasi un suono di leggenda e che riporta alla nostra
memoria immagini fresche e scintillanti di tempi remoti, non deve dissolversi
nel vento dell’oblio
“Altidona/tenero fiore/di
sangue piceno […]
Fra mattoni e pietre/di
muri a secco […]
Pendii composti/ dal
vomere degli aratri/e scomposti dal passo/ dei venti di mare[.]”
La
Collina dei Girasoli della poetessa-scrittrice
marchigiana Stefania Pasquali è una
raccolta di poesie dedicate all’antico borgo di Altidona, che si affaccia sulla
Valle dell’Aso e sul mare Adriatico. Qui l’autrice vive, trae ispirazione,
crea, eterna e tramanda valori di grande umanità, in perfetta simbiosi con la
natura e i suoi aromi.
Sin
dalla prima pagina, con l’introduzione dell’autrice stessa, entriamo in
confidenza con il “sentire” della Pasquali
mentre tratteggia i motivi che l’hanno spinta a comporre queste liriche.
Scopriamo
una poetica suggestiva che affonda le sue radici nelle tradizioni popolari di
atmosfere colme di armonia, pace e serenità, ove luoghi, oggetti, animali e
soggetti caratteristici si traducono in
parole ed espressioni scolpite nella
memoria del cuore quasi a cesellare
con cura ogni minimo dettaglio in versi che profumano di passato, di
nostalgia per quelle “tracce del nostro
percorso di vita” che, sottolinea l’autrice, appartengono al ricordo e a
emozioni che sono “fonte di luce” di
una maggiore consapevolezza e saggezza nella preziosità del presente.
La
silloge si apre con versi dedicati al mese di dicembre: “I pettirossi/presentano il freddo/alle porte delle case. Cieli azzurri/
e folate/ di vento/ spazzano foglie inaridite/ nei vicoli silenziosi.” e
proprio partendo dalla stagione invernale, risalta il valore di riscoprire e
innamorarsi di ciò che si conosce, affidandolo allo sguardo del cuore e dello
spirito. Non si fugge dal passato… “Un gatto nero/furtivo scompare/ tra vasi
sfioriti/e malinconicamente/ belli” ma si viaggia con esso, è importante
immergersi in quel segmento tra due confini che l’esistenza disegna, lasciando
dentro tracce indelebili nel ricordo e nel quotidiano. Le liriche si
distinguono per la brevità dei periodi ben allineati e senza difficoltà
sintattiche; gli esordi sono sempre paesaggistici, da cui si palesa il
sentimento della perennità della vita cosmica.
Su ogni poesia aleggiano
sapori antichi di appartenenza, di confidenza e di conforto, traspaiono la mano
del Creatore e il suo potente amore che “benedice natura e uomini”, si perpetuano
nel presente quando “[…] ci si sveglia/ al suono della campane/ in
un’allegria nuova/ che si spande nell’aria/ e abbevera il cuore […]”
Ogni
verso predilige un linguaggio pittoresco
che giova alla chiarezza. La misura di accostamento dei termini predispone
il ritmo a un leggero passo di danza, tra
descrizioni semplici e immediate che ricalcano l’essenzialità della pura poesia;
le emozioni lasciano spazio a una vitalità carezzevole e fluttuante. Una
combinazione di metri tradizionali e variabili ci rammenta la strofa
leopardiana, in cui predomina l’eidýllion
greco, ideale di serena convivenza, improntata allo scenario e allo spirito
di valori semplici ma nobili. Dolcezza,
grazia e vita vissuta nell’amore sono gli elementi che guidano l’io
poetico, in congiunto dialogo tra passato e presente in un profilo figurativo e
identitario che opera una continuità nel variegato insieme della nostra storia
emotiva e culturale.
La natura si amalgama con
la celebrazione del ricordo in una struttura lineare e pulita sul
piano creativo, dalla quale si
evidenziano non solo toni di semplice rimando nostalgico ma soprattutto di spiccato scopo educativo: recuperare il passato per un’occasione di
speranza per il futuro, in particolare per quei bambini che oggi non hanno
più il “sapore bambino”. Il passato con
incantevoli scorci vissuti di vicoli, piazze, campagne e personaggi del ricordo
rivive e si rinnova nel presente della poetessa quale sinonimo di autenticità,
di garanzia e di genuinità perché… “Ad una ad una/s’accendono/le piccole luci/e
il silenzio della sera/riprende il passo/tra le vecchie pietre ancora calde.”
“Generazione
su generazione, le reti tornano ad intrecciarsi, il passato si riconnette al
presente”
Parole di Pietra, Parole
di Carne – Lungo
gli Antichi Sentieri (2014- Albero
Niro Editore) è il settimo libro del giornalista e scrittore montegiorgese Adolfo Leoni, frutto di un’amorevole
dedizione alla Terra di Marca. La storia e le origini più antiche vengono
cantate e rivissute con assoluto rispetto di usi, costumi e tradizioni da un
uomo che definisce sé stesso quale “cantastorie”, mentre percorre a piedi con
il gruppo di amici e appassionati degli Antichi
Sentieri-Nuovi Cammini, luoghi cari e preziosi della terra marchigiana. Adolfo Leoni con la sua narrazione “raccoglie l’eco dei millenni”, caparbio, tenace e caratterizzato da un
forte senso d’identità e appartenenza, rapisce l’attenzione del lettore con
la sua rivisitazione storica, lo traghetta quasi in chiave onirica verso
atmosfere, paesaggi e borghi, mescolando passato e presente, accentuandone il
ricordo nostalgico di una vita semplice e maggiormente vissuta. L’opera è un valido
progetto culturale con l’obiettivo di migliorare e approfondire la conoscenza degli
aspetti storici e il legame tra
l’immensa eredità artistico-culturale marchigiana e la sua gente; all’interno
le illustrazioni dell’artista Cristina
Lanotte ne rafforzano la validità, quale impronta di testimonianza viva. Il
testo è un piccolo capolavoro, in cui Leoni si rivela spettatore attendibile,
modesto e inconscio portatore di un’informazione culturale alla quale tutti
possono accedere, ci svela una parte di quei tesori del
territorio marchigiano, spesso dimenticati nell’evolvere dei tempi.
Il
linguaggio è ovviamente studiato per il preciso contesto letterario, ove la semantica diviene pragmatica, a
seconda delle esigenze interpretative dell’autore. In ogni pagina si evince
l’ottima capacità di scrittura di Adolfo
Leoni; con stile piano e semplice, in una continua e fluida alternanza tra
racconto, poesia orale ed exempla di
Santi, lo stesso stato d’animo di chi si narra riesce a coinvolgere
emozionalmente pagina dopo pagina. Senza alcun dubbio, l’esperienza diretta dell’autore, il suo sguardo e le sue descrizioni
offrono un impagabile vantaggio sulla carta, sia informativo che emotivo. Ogni
narrazione, ispirata dal “percorso
suggestivo” stimola e risveglia l’amore per la nostra terra e quella patria
che dovremmo “sentire sotto i nostri
piedi”, giacché solo così possiamo comprendere ogni nostra radice, il valore
di un vissuto attuale e i suoi scopi. Nel testo non manca, tuttavia, quel velo
di sottile malinconia per quei tempi che molto probabilmente non ritorneranno; la semplicità di un tempo è ora
stravolta e “passo dopo passo” […] “uomini donne bambini continuano/ a vivere
una vita diversa [,] / aspettando che la prossima / torni ad esser più vera”,
mentre presenze di uomini illustri e non, in un alone quasi di mistero, giocano
un ruolo fondamentale, pervadono scenari incantevoli, movimentano vissuti
pacati e tragici, affidandosi alla voce di un narratore autoctono e
contemporaneo.
Parole di Pietra, Parole
di Carne è sicuramente un libro prezioso che ci parla del
nostro passato ma contempera anche ogni nostra esigenza futura e ci permette di coniugare spiritualità e
fede, cuore e sentimenti di relazione e di crescita collettiva. Ringrazio
l’autore per questa sua opera, che in un equilibrio di reciproca
compenetrazione e di volontà di intenti, ha saputo dar voce al nostro
territorio marchigiano, rompendo per certi versi, il muro dell’ignoranza.
Collegare e legare la persona umana alle origini della sua terra vuol dire non
dover mai dimenticare chi siamo, “Non
ideologia, ma qualcosa di reale.”
Sono certa che in molti accoglieranno l’invito di avventurarsi in silenzio,
lungo un percorso a piedi, che sia in pianura o in collina, per riscoprire quelle
atmosfere che appartengono al Creatore, ascoltare pietre e gesta che parlano,
anch’essi gioiello della nostra Italia. Adolfo
Leoni è marchigiano ma, soprattutto, è Italiano, come tutti noi.

“Innamorati ed
innamorarsi della semplicità:
pilastro di quotidiana essenza,
e della complessità,
che intinge d’arcobaleni
le nostre singole personalità.”
Le
rime del cuore attraverso i passi dell’anima
di Dulcinea Annamaria
Pecoraro (Lettere Animate – 2012) è una raccolta di poesie che racchiude
diversi anni d’ispirazione lirica dell’artista. La silloge, il cui titolo nasce
da un’inversione delle due sezioni con l’aggiunta della preposizione
“attraverso”, evidenzia una sorta di ponte invisibile, che unisce, definisce e
completa due differenti tempi di vissuto della stessa artista. L’anima e il cuore
sono i veri protagonisti di ogni verso, sullo sfondo del mare che riluce
d’infinito e della spiaggia, immobile e terrena. Lo stesso pseudonimo
“Dulcinea”, nome di matrice letteraria, riconducibile al bisogno di amore, sottolinea un percorso evolutivo nella
comunicazione poetica e nell’interiorità di anima junghiana “Arrampicata [,] sfida paure ed ipocrisie”,
in un pellegrinaggio duro e faticoso che conduce Annamaria Pecoraro a un approdo di saggezza, ispirato dal
sentimento d’amore, personale e universale.
Camminando
sulla rotta dei nostri tempi, in cui ogni vissuto complica le nostre scelte, la
poetessa cerca stabilità e sicurezza; nella sua poesia accende visioni, sogni e
speranze per quei valori che sono l’essenzialità del mondo “Catene[,] bloccano voli[,] /e pianti[,] non
lasciano scampo[,] /a fiumi di parole”. La sua anima e il suo cuore si
liberano dal senso di vergogna e inadeguatezza, si tolgono la maschera; il
livello di paura diminuisce, si trasforma in energia positiva e amore per sé
stessa e per gli altri.
Annamaria Pecoraro in
questa sua silloge si presenta a noi
come una gurui, che si affaccia alla
saggezza dell’amore, ne accetta la sua autenticità ed esclusività.
Il
linguaggio è sinuoso, aperto, solo a tratti velato da linee di fughe emotive, ogni
qualvolta l’anima è costretta ad affrontare “Emozioni rintanate” ove il punto
di vista si dilata, sino a includere qualcosa di misterioso, di irriducibile
alla misura umana. Un autobiografismo poetico che ci mostra l’invisibile dentro
il visibile, coglie l’istantaneità dell’esistere e canta tutto ciò che è
incarnato e in movimento. L’amore, la nostra terra, tutto il creato nonché il
caos del mondo coinvolgono emozioni che si declinano in luci e ombre, tipiche
dell’esistenza. L’anima risolve e purifica ogni sua sfida, con rispetto e
venerazione. L’arte poetica si eleva, diviene solarità e spiritualità “Tra strade da percorrere [,] / ascoltando
ancora [,] / con energia il cuore correre [,] / con in tasca [,] l’autenticità”
e i versi scorrono con ritmo cadenzato, variando d’intensità e di suono,
cercando “[…] di imprimere impressioni [,] / su un pezzo di carta”.
Come
viaggiatrice umile in un percorso di trasformazione, l’artista opera una scelta
di ricerca del sé e dell’essere donna, in una ben avviata evoluzione spirituale
che amo interpretare quale metamorfosi del bruco terreno che diviene farfalla.
Elemento dominante dell’intera
opera è l’amore basato sul principio universale, inteso come amore-dono o meglio Agàpe, secondo l’interpretazione
dell’antica filosofia greca. La poetessa riconosce le debolezze e le fragilità
dell’Eros, l’amore-passione, si
rivela e ci mostra ogni intimo conflitto per dominare reazioni istintuali e
negative, suggerendo a sé stessa e al lettore la preziosità dell’accogliere il
dono di un cuore che sappia amare, al di là di ogni altro aspetto umano,
materiale, possessivo ed egoistico. Dobbiamo coltivare l’amore, prendercene
cura e accettarlo, solo così potremo ottenere una vera pace interiore e nessun
datore ne risulterebbe ferito, perché “l’Amore
Vero non ha nessun prezzo”.
L’opera
poetica, corredata da commenti di artisti vari e foto scattate personalmente dalla
poetessa, attrae per la profondità dello sguardo rivolto sia verso gli abissi
dell’umano sia verso l’incessante ricerca di una luce di salvezza, di
un’autentica sapienza d’amore, che permette alla giovane Dulcinea Annamaria Pecoraro di contraddistinguersi con il
suo ruolo di personalità carismatica nella produzione poetica contemporanea,
poiché è vero che: “ I Poeti sono Angeli
Custodi[,] / che non contano le ore[,] / ma sorridono sempre volendoti bene[,]
/ accarezzandoti dentro”
“Dalla terra nasce
l’acqua, dall’acqua nasce l’anima…”
(Eraclito)
Quando
sorride il mare di Floriana
Porta (AG Book Publishing Editore,
2014 – Collana “Le Cetre”) è un’opera poetica che nasce dalla visione
caleidoscopica di una donna versatile, un’artista dalle molteplici
sfaccettature quale protagonista impegnata nell’arte della poesia, della
pittura e della fotografia. La silloge brevemente ma efficacemente prefata da
Angela Wilde, è ideata in tre sezioni e consta di cinquantacinque poesie e diciotto
haiku. Una poesia lirica intensa, di
forte contenuto psicologico che attinge dal simbolismo per approdare a immagini
e linguaggio fortemente espressionistici, tra pensiero e sentimento, intuizioni
intime e misteriose dell’animo. La
parola chiave è il mare, dove superficie e mondo sommerso fluiscono,
evolvono e mutano dettando un vero e proprio oracolo dell’esperienza umana e delle sue origini, unità dell’essere nello scorrere del tempo.
In armoniosa seppur sofferta trasformazione, Floriana Porta trasmette la sua personale visione del mondo in quel “mare di vita” che la
poetessa riesce a tradurre in parole che “[…]
si mescolano ai versi[,] / i versi si legano alle rime […]” e dove ogni
descrizione acquista una semantica lessicale che si spinge oltre le apparenze.
L’acqua
è un elemento femminile, con cui la poetessa stabilisce un profondo rapporto,
ricercandone in ogni sua corrente spesso invisibile in superficie, quella parte
della sua anima nascosta allo sguardo esterno. Il mare sin dai tempi antichi è un
argomento amato e cantato in ogni letteratura antica e moderna, è simbolo di energia,
pace e tranquillità che stimola solitudini riflessive. Non è un caso che Floriana Porta si sia ispirata al mare
per una poesia che pesca nell’inconscio, governa i regni sommersi e la cui musa
è inquietante, affascina e rapisce lo sguardo e il nostro intero essere.
“Nel circolo eterno delle onde/si innalzano
dal mare/acque sotterranee [,] /tra la
terra e la lava[,]
/in un continuo/flusso e deflusso/diventi
vorticosi [.]”.
In uno stile di poesia
per lo più breve, ricco di pathos e
grazia descrittiva, dai riferimenti elegantemente velati e allusivi, le
metafore sono personificazione di elementi naturali che prendono voce. Nella disposizione
dei versi, con ritmo danzante di strofe senza spazi, si stabilisce un forte
contatto psicologico con la poetessa, di massimo effetto comunicativo nel più
breve tempo possibile.
Sogno, immaginario e
creatività sono tre aspetti grandiosi dell'esistenza psichica dell'individuo, si fondono con la realtà di un
passaggio attraverso dolori e frammenti di vita in cui si abbandona una parte
di sé fatta di malessere e immobilità, per contattare le potenzialità sopite
della propria personalità e far emergere le risorse creative perdute e le
vitalità nascoste nel profondo del proprio essere “Affiorano/vertebre fossili/ dalla terra putrida/lacerata da speranze
perdute[.]”
La poesia di Floriana
Porta descrive processi che avvengono all'interno dello psichismo profondo
e non può esimersi dall'utilizzare la natura contemplativa del mare e delle sue
molteplici caratteristiche. La quotidianità trova nell’ispirazione poetica una
nuova dimensione che rende visibile ciò che la routine nasconde, soffoca e rende
opaco. “Perché solo nei versi/tutti rossi
di sangue/fa ritorno la poesia”.
La
visione del mare e dei suoi abitanti riempie, risolve e si espande. Il suo
messaggio è profondo, ricettivo, purificante e terapeutico ma nel contempo il
mare è anche strumento divino, che meglio rappresenta nei suoi continui
mutamenti, il fluire dell’esistenza, tra creazione, vita e morte. “Siamo anime/della stessa polvere/che segna/i
margini cicatrizzati/di un mare/alle porte dell’ultimo orizzonte”
La
conoscenza dell’ombra, intesa come conoscenza dell’altra parte di noi spesso
celata, fa parte sempre e comunque, della nostra totalità.
Ritengo
che Floriana Porta, con la sua
poesia voglia in particolare ricordarci di liberare la mente dal suo ricordo,
dando spazio al momento successivo senza trattenere mai niente che possa
renderci solo zavorra, impedendoci di andare avanti nel nostro percorso di vita
ed evolvere “Anche i coralli ascoltano/i
suoni vibranti delle bocche dei pesci[.] / Invisibili voci che ci avvolgono e
ci accarezzano[,] / in attesa di altri mari e mondi[,] / sciolte in un plasma
di limpida poesia[.]” Il magico canto del mare nella pregevole silloge “Quando sorride il mare” è sicuramente la conferma dell’esistenza di un
particolare legame tra psicologia e poesia,
che
n’è una delle più alte ed efficaci espressioni
“Sarai il mio cammino/tra le anime
e i serpenti[,] / tra le viscere dei molluschi[,] /tra le lame dell’infinito […]
/verso il cielo[,] / fino alle stelle”.

Una
sedia culla una serenità che spinge per emergere, un fedele amico accanto, una
vita vissuta nel quotidiano e nelle piccole cose, in perfetta comunione con il
Creatore, ed è poesia. Nasce così,
ispirata e spontanea, la silloge Le ali del pensiero di Sandra Carresi (Libreria Editrice Urso- 2013).
I
filosofi greci della scuola naturalista come Diogene, Anassimandro e
Anassimene, identificarono l’anima con l’aria e il respiro, nuclei tematici che
la poetessa sa riconoscere per grandezza e valore, ne assapora gli effetti in
ogni velata sfumatura, abbandona la razionalità e lascia parlare il suo cuore “Respiro forte[,] / è ancora tempo/di essere
felici[.] “ - “C’è un vento/che soffia di notte/e di giorno[,] / sussurra da sempre[,] /certezze del cuore[.] “
Tracciando
un’interpretazione della vocazione poetica di Sandra Carresi mi soffermo a precisare e cogliere i punti cardinali
dei suoi versi, che si risolvono in una vera e propria poetica della liberazione dai vincoli dell’io, con spiccata proiezione
animica verso l’infinito. Natura e animali dai contorni nitidi si stagliano
all’orizzonte come vere e proprie entità; la malattia e la morte emergono con
profondo rispetto. La manifestazione della verità “poietica”, intesa quale
capacità creativa dello spirito, attraverso la contemplazione della natura, nel
silenzio e nelle varie fasi del tempo, crea le condizioni spirituali per
scavare nell’intimo e ritrovare bellezze infinite “Adesso[,] metto l’accento/sulla qualità di questa/avventura[,] che è
per me/un’opera d’arte[:] /la Vita[.] “
In
uno stile leggero, estremamente raffinato e dalla struttura melodica, costituito
da una miscela di immagini, rammenti e segni celesti, il ritmo metrico risulta
il sottofondo invisibile di ogni stato d’animo, in armonica simbiosi con gli
elementi del tempo, frammentati da quei “cattivi pensieri” che turbano e
sconvolgono l’animo della poetessa, quando si ritrova a rivolgere lo sguardo
verso il resto del mondo, auspicando un cambiamento lungo un cammino di nuove
speranze “[…] per la costruzione/ di una dignità migliore[.]”
Sandra Carresi,
con elegante allusione, condanna la presunzione, la disperazione e ogni genere
di violenza, suggerisce al lettore abiti
nuovi per il proprio spirito, lo stimola ad allontanarsi dall’effimero del
“dio quattrino” perché esiste sempre “[…]
un vento/ che porta la quiete[,] / arriva con l’alba [,] / concilia la danza
notturna[,] /aprendo al mattino[,] / soluzioni alle fatiche del giorno[.] “
La scelta del verso avviene
nel lessico della sensibilità disarmante della poetessa,
che nella quotidianità trova la sua dimensione di vita, accanto all’amore familiare,
in compagnia di “presenze antiche” che mai l’abbandonano poiché ancora percepibili.
Pur rimanendo consapevole dei mali del mondo, la poetessa reagisce con
coraggio, si affida alla spoliazione dell’anima dagli orpelli della mente, in
modo d’assaporarne la vera essenza dell’ispirazione.
Nella
poesia dal titolo “Noi due” ritorna
la figura sempre molto costante del suo adorato cane Benny, con lei “Insieme dal primo mattino”; ad esso Sandra
Carresi dedica versi d’immensa umanità, di un amore che è metro della grandezza
della sua stessa anima e della solidarietà verso tutti gli animali, che mai
dovrebbero essere abbandonati, poiché compagni di un vissuto attimo per attimo
con gioia.
I paesaggi sono
liricizzati e la poetessa tende
all’infinito e all’assoluto, per non rimanere schiacciata dalle
limitazioni del mondo reale ma, non si tratta di una fuga bensì di un
completamento di ogni suo stato d’animo.
Le
ali del pensiero è una silloge che va letta senza alcuna
fretta, lasciandoci trasportare e cullare da quel vento di cui ci racconta la
poetessa, vivendo gli stessi colori di luoghi a lei cari, cercandone i profumi,
esprimendo emozioni che ci scuotano da ogni torpore, affidandoci alla sua
stessa sensazione di libertà per provare a volare, spinti da nuovi sogni,
perché… “In fondo[,] / siamo tutti[,] / sotto lo stesso/cielo “.
SUSANNA
POLIMANTI
Cupra
Marittima 23.10.2014
“Il grande
poeta, mentre scrive se stesso, scrive il suo tempo”
(Thomas
Stearns Eliot)
Fresca di stampa,
pubblicata da Edizioni Agemina lo
scorso settembre, Neoplasie Civili è la prima opera poetica dello scrittore e
critico letterario jesino Lorenzo Spurio.
Una poetica non casuale quella di Lorenzo Spurio, che possiede una naturale
predisposizione all’ascolto e a quell’empatia verso problematiche di convivenza civile, qualità urbana e allarme sociale. In
un viaggio di riflessione personale, l’autore approda alle tante righe di un
sistema con versi impegnati che raccontano
del nostro tempo e delle sue aporie;
ferite evidenti della storia, un binomio continuo di vita/morte, istantanee che
colgono ideologie mascherate di ragionevolezza e quel punto di non ritorno, a
volte, della superbia e dell’egemonia umana. La sua poesia policentrica e
multiforme sferza gli animi e accentua masse patologiche e anomale di un mondo
moderno, piaghe che comportano frustrazioni, solitudine e silenzio in un misto
d’incisiva animosità e malanimo. Trentaquattro poesie che
rivelano contesti precisi, tracciano una rotta verso contingenze,
contraddizioni e ingiustizie societarie e, ancor peggiori conflitti mondiali o
logica perversa della lotta politica “[…]
accuse rigogliose di colpe/e logiche
vendette private/crudeli, ma necessarie[.]/ Il fango a volte/ può diventare
cemento[.]”
Il poetare di Spurio è
cosciente e responsabile, esce dagli schemi ma non trascende mai
oltre i limiti imposti dalla convenienza, da un giusto equilibrio e dalla buona
educazione. La silloge inizia con una poesia dal titolo decisamente metaforico “Giù la serranda”, che mi ha
particolarmente colpita per il suo canto che si avvia all’introspezione,
spingendo l’individuo ad esprimere la
necessità di vivere nel mondo mentre cerca da un lato, una qualche protezione
da tutto, dall’altro nasconde verità incomprensibili di
fronte a un ingannevole baluardo di società che, per diverse ragioni, etiche o
politiche, coltivano il dubbio e il cinismo, la paura e l’impotenza.
Una risposta ricca di forte reazione emotiva è la poesia “Verde per sempre” dedicata alla
Principessa Diana d’Inghilterra, dove le strofe si susseguono in immagini
veritiere che testimoniano l’innocenza e la delicatezza del personaggio “Non era stata una di loro[,] / perché era
stata una di noi[.]”, pur sottolineandone la tragica dipartita con velata
tristezza “Riflettei sulla storia/che
raggruma cancrene […]”.
Il
ritmo nei versi è incalzante, magistralmente aiutato da una punta d’ironia che
s’intreccia con frammenti di tragicità in immagini e scene che Spurio ha saputo
rendere con visioni eidetiche, osservando da angolazioni diverse, i tanti
fenomeni non solo italiani bensì di ogni parte del mondo. Lo sguardo emotivo dell’autore si trasforma in una sorta di
parola-slogan, ne descrive ogni panico e sofferenza all’idea stessa del
riflettere “[…] che tutto è quello
che è/e niente è parte del tutto[.]
“Il suo rapporto con il linguaggio è il risultato di uno sguardo scrutatore del
mondo, mentre ogni lacerazione esterna crea un gioco linguistico che
arricchisce i versi.
Con
stile rapido e incisivo si snoda l’essenzialità del linguaggio in visioni del
mondo poste sì come sfondo e quale motivo del verso, ma anche come centro propulsore per strumenti educativi e
di sensibilizzazione, che rendono la poesia uno strumento creativo potente.
I
motivi dominanti dell’atrocità di una guerra, di singole violenze o delle tante
sciagure, così come noti personaggi illustri, non vengono mai rievocati con
superficialità, bensì con sentimento di evidente
disapprovazione per l’indifferenza e impassibilità degli uomini di fronte a
situazioni di rilevante responsabilità civile mondiale.
Una pratica artistica di
forma e colore, materia e stile che fanno della silloge Neoplasie Civili una
poesia decisamente impegnata e complessa, che ci mostra Lorenzo Spurio quale artista completo, una voce in movimento, in un’avventura
poetica certamente non facile, che ritengo abbia contribuito a rendere fiero
l’autore, per un nuovo e originale lavoro controcorrente nel panorama attuale
della poesia. Una poesia intesa come genere letterario al servizio dell’urgenza
dei temi più complessi e attuali, corrosi dall’alienazione o soffocati dai mali
del mondo.
La silloge Neoplasie
Civili, a mio avviso, segue una sua logica e verità che troppo spesso
non sono più la logica e la verità di tutti, il verso ne rappresenta un
efficace e libero custode espressivo.
SUSANNA POLIMANTI
Cupra Marittima,
22.10.2014

Le
voci della memoria di Anna Scarpetta è una silloge del 2011 edita Ismecalibri (Bologna) per
la collana Omero Serie Oro. Leggendola
con estrema attenzione, ho percepito la sensazione di essere direttamente a
confronto con la poetessa, mentre i suoi versi scorrono in una poesia dialogata
di un’immediata universalità del
“sentire”, in ogni parola un suo personale messaggio. La poetessa svela al
lettore un partecipe senso di pietà, in un
linguaggio condiviso che attraversa il tempo e diviene artefice brillante di
un’eredità memorabile, tradotta attraverso valenze di voci che “conoscono l’arte del narrare” le sole connaturate nella
memoria del cuore, scevra da qualsiasi menzogna. Fantasia e immaginazione s’intrecciano
con la realtà effettiva, creando la parte creativa di una poetica che
s’incontra nell’esperienza di un iter
vitae, plasmato dalla risolutezza, dalla
sensibilità e dalla grande umanità della poetessa. Anna Scarpetta utilizza “Lo
scalpello del pensiero” per rivolgersi alla poesia, che è sua amica e
confidente, ad essa affida la propria filosofia
di vita, “Ci vorrebbe un’altra
vita/per capire cos’è la vita [.]/ Me lo dico spesso con sincerità [.]” A
ogni visualizzazione di vissuto si associano evidenze antiche e universali dei
sensi, veri elementi trainanti per condurci dentro tematiche di spessore, il
lessico impiegato fa scattare inevitabilmente un’attenta riflessione, richiama
e riattiva un ricordo.
Lo
stile della silloge è svolto con ritmo vivace, cattura la curiosità e l’impegno
del lettore, scuote dal torpore ogni animo, risvegliando con rinnovata vitalità ogni
coscienza sopita. Le strofe composte di versi lunghi, si susseguono per la
maggior parte in terzine e quartine in un “parlato” che cela una forza
prodigiosa di effetti dal più teso e fervido, al più dolce e sofferente.
Persino le figure retoriche, che siano esse allusive, reiterate o termini
anaforici, vengono elegantemente inserite a dar maggiore risalto, rendendo il
verso più incisivo. La poesia di Anna
Scarpetta coinvolge e sottintende una complessità intellettuale, è pervasa di una particolare carica religiosa
e carismatica, segnata dall’alternarsi di voci in un coro di profonda e
disperata consapevolezza nonché di una fiduciosa attesa di un mondo migliore.
L’abbinamento degli aggettivi qualificativi precisa il pensiero, lo rende più
efficace, esprime sfumature rilevanti ed evidenzia un dato interiore, che si
esplica in pura potenza fonosimbolica.
In
una ricerca spasmodica del significato del dolore e del perché della
sofferenza, il richiamo della memoria si snoda in una sequenza di espressioni dalle
quali si avverte uno strappo con ciò che è consueto, con ciò che la poetessa
ama e ha amato “Nostalgia, stringimi
forte e portami via/in un mondo che tu sola sai di vera magia [.] Sfoglia adagio le pagine più belle di questa
vita/e leggi di me, ancora divertita, ogni cara emozione”
Sensazioni,
stati d’animo, serendipità, persone vicine e lontane, luoghi e considerazioni
sociali, il tutto visto con gli occhi curiosi di una donna che “Sulle ginocchia del tempo” ritorna
ragazzina attenta verso quegli affetti e quei luoghi della sua infanzia che mai
ha dimenticato, pur vivendo ormai lontana e con alle spalle un percorso
consolidato.
Invocazione ed
evocazione a un tempo, una poetica particolarmente equilibrata,
educativa, morale e civile nonché personale e introspettiva a tal punto, da
rievocare la poetica del vero manzoniana.
In
ogni sua poesia si evince una tenace solidarietà per la sofferenza degli uomini
tutti, per i perdenti consapevoli e inconsapevoli, tra loro per primi i bambini
“erranti nel mondo” ai quali lei
rivolge dei versi ricchi di pathos e di intensa umanità in assoluta condivisione,
nonostante “l’indifferenza del tempo”
ove le solitudini dell’infanzia si trascinano nell’esistenza, disponendosi a un
confronto più drammatico con la realtà. I sentimenti evocano il ricordo del
passato e sottolineano, vigorosamente, le incertezze del futuro.
Straordinaria
e intensa la poesia che Anna Scarpetta
dedica al suo Angelo Custode con il quale intrattiene un dialogo più aperto e
cordiale, soffuso di umana pietà, rimanendo però fedele al suo rigore, al suo
stile di religiosa e pacata contemplazione.
La
memoria del cuore è per la poetessa un dono, lei ci ricorda che “Il tempo è di Dio”, il suo cammino è lento
e segreto, dalla terminologia utilizzata percepiamo l’assoluta impotenza di
fronte a una più matura consapevolezza del proprio valore individuale e
collettivo.
Le
voci della memoria, una silloge colma di versi che si
traducono in un grido di amore, stimolano a essere sempre sé stessi, a
ritrovare le proprie origini e ravvivarne le radici. Sento di dover rivolgere
ad Anna Scarpetta un degno plauso
per essere riuscita a farci rivivere quei valori autentici che rendono gloriosa
e benefica la nostra presenza in quello “strano
luogo” che è il mondo, con la viva speranza di poterlo ancora osservare “con gli occhi curiosi della vita “.
SUSANNA
POLIMANTI
Cupra
Marittima, 27 settembre 2014
L’ombra
dell’anima, edito da Libreria Editrice Urso nel 2012, è una raccolta di poesie il cui
titolo è di per sé, un vero e proprio
assunto della biografia dell’anima e della poetica tutta di Sandra Carresi.
Le
sue poesie sono parole lievi che accompagnano concetti profondi, descrizioni di
paesaggi che toccano il cuore. Nello scorrere sulla carta, i suoi versi suggeriscono
all’animo di chi legge, suggestive cornici di emozioni e scenari come il profumo
di un tiglio, il distacco struggente da radici che con l’età sbiadiscono o la
memoria dell’odore particolare di un tempo, a ricordare lontananze di spazio e
di sentire: “Non esiste un cuore senza
radici[,] / non esiste un cuore che non possieda/ il profumo degli anni
verdi[,] /belli, spensierati, sinceri e vulnerabili.”
Una dolcezza
malinconica si dipana da ogni sua immagine, la poetessa s’immerge
nelle stagioni della vita, le trasfigura nelle stagioni dell’anno e stana senza
paura le ombre nascoste; “all’ombra della
sua anima” torna a confrontarsi l’intensa e matura parola poetica che lei
dipinge in “un quadro perfetto/ che
respira salsedine” e ancora come “donna,
farfalla[,] /pantera e sirena” si popola d’icone che si disegnano nell’Io e
fuori dall’Io, sulla memoria di un vissuto che riemerge tramite il pennello
delle parole.
La cover di questa
raccolta poetica è leggiadra e armoniosa, ritrae una giovane
donna dai lunghi capelli sciolti al vento che agita un drappo di raso rosso,
quasi a spogliarsi del consueto abito, per indossare l’impalpabilità della sua
anima, diventando così una pagina trasparente pe il lettore.
In
ogni strofa scorre l’amore, vero e autentico, verso un figlio “Re di quadri”
con il quale lei gioca in compiaciuta ammirazione, dedicandogli parole sapientemente
disposte con funzione metaforica e simbolica, si diverte a competere con lui e
si trasforma in una sorta di “designer” della sua stessa poesia. La poetessa si
rivolge anche al suo compagno di vita, osserva e scruta l’evoluzione del
sentimento d’amore che, mai sopito, si riaccende ogni giorno con il semplice tocco
delle mani, non più “snelle ed ossute/
dei tuoi vent’anni” bensì “forti e massicce… Le stesse che al mio corpo/ s’intrecciano
la notte/e/giocano al risveglio/del mattino.”
Sandra Carresi
condivide con il lettore anche il timore della morte, lo aiuta a riconciliarsi con
essa, dipingendola metaforicamente con la poiana, uccello predatore il cui volo
silenzioso le concede l’arrivo improvviso… “appostamenti
improvvisi, artigli alla schiena/ e… silenziosa la morte.”
Ogni
poesia segue un preciso ritmo senza alcuna pomposità, lo stile non è prosopopeico seppur ricco di echi e risonanze
melodiche, vi si riscontra la molta cura delle scelte espressive con figure
retoriche quali climax e anafore, a sottolineare un effetto progressivamente
più intenso Una poetica fluida, spontanea
che predilige un’intimità tipica dell’animo femminile, in ascolto delle sua
anima, delle voci misteriose e silenziose della natura, in una realtà di
simbolismo pascoliano.
Il
critico, di fronte alla sua poetica, non può fare a meno di ascoltare Sandra Carresi mentre inquadra la sua interiorità profonda, capace di cogliere gli aspetti meno ovvi
della realtà e tutti quei sentimenti apostrofati dal vissuto, non si
sofferma sugli aspetti strutturali o metrici, non ne sente la necessità, perché
dai versi risaltano unicamente la speranza e la decisione di vivere il tempo
con urgenza di luce.
Le strofe si susseguono
aprendo un varco di rinascita. Non è dunque questo lo
scopo della poesia? Esprimere i sentimenti attraverso immagini che siano tali
da rendere universale ogni libera espressione e percorrere i sentieri di vita
con la certezza che taluni “giganti”
siano sempre “messi all’ombra [,] / a
riposare [,] …”. La poesia di Sandra Carresi è specchio e
interprete di un’autentica realtà, Sandra ne diviene scenografa, senza finzione
alcuna.
SUSANNA
POLIMANTI
Cupra Marittima 10.09.2014
L’uomo
che correva vicino al mare è il secondo libro
eccellente del romanziere Ciro Pinto,
di recente pubblicazione con Edizioni
Psiconline (Collana A tu per Tu).
Dopo
il successo del suo primo libro Il
problema di Ivana, questo nuovo romanzo è una conferma della finezza
letteraria di Ciro Pinto che prende
per mano il lettore e lo trasporta dentro le tante pennellate di realtà, tra mille emozioni e stati d’animo di una
sofferta storia di vita.
Il
protagonista Giorgio Perna scopre un segmento di esistenza finora sconosciuto; uomo
sportivo da sempre, ormai prossimo alla sessantina e con
“qualche incertezza nella memoria”, si trova a dover affrontare un
percorso di vita differente che si snoda grazie al filo della memoria più
lontana in una sequela di “non più” e “mai più”, in cui ricordi familiari,
luoghi e oggetti divengono “Testimoni
muti di sogni dispersi dalla furia
della vita” e spezzano la continuità del suo vissuto senza dar luogo a
legami possibili tra ieri e domani. Giorgio ha rimosso ogni evento traumatico
quasi a scongiurare la vecchiaia e la solitudine. Il dolore provato da bambino
per la morte prematura della madre, il ricordo nostalgico del padre ma in
assoluto la dolorosa perdita di sua moglie Eva, sconvolgono tutti i suoi equilibri
sebbene l'esistenza di ogni giorno prosegua. Sfondo tematico è il mare e lungo
la sua riva, Giorgio Perna ama correre quotidianamente “correre […] era la sua risposta a tutte le angosce della vita […]” La sua corsa è una sfida nei confronti di
se stesso e dello scorrere degli anni, teme di doversi riconoscere in un
corpo biologico depauperato del senso
dell’esistere, desidera rifugiarsi nel comodo ruolo di osservatore ma la
realtà gli impone di esprimere ogni emozione con modalità nuove. Nel momento
stesso in cui si sente destabilizzato dai suoi stessi ricordi che lo assalgono
accanto al respiro del mare, inizia in realtà a elaborare i suoi lutti. Giorgio
continua a correre nonostante non sia più un ragazzo, si costringe all’esercizio
fisico per fuggire dai propri pensieri tuttavia, dovrà fare i conti con quei
meccanismi di difesa che hanno impedito l’accettazione del dolore, favorendo la
censura dell’io e procrastinando solo la sua sofferenza.
La
metafora tematica ci appare quale piena consapevolezza del valore energetico,
spirituale e benefico che la vista del mare può svolgere sul dolore interiore, l’acqua
ci riconduce al nostro elemento originario e genera forza. Per Giorgio la riva
del mare è un luogo riservato dove respirare aria di libertà ma presto si renderà
conto che proprio questa sua passione agirà da mediatore mnemonico a livello più profondo per divenire elemento cognitivo
di una sofferenza inconscia.
Il
mare calma le paure dell’ignoto e le ansie della solitudine, Giorgio si affida
ad esso per ricaricare il suo corpo e raggiungere uno stato radioso di
benessere psico-fisico ma ogni dettaglio intorno a lui lo spinge ogni volta ad
ascoltarsi. Ammira il volo di un gabbiano, lo immagina volare felice ma “Sofferenza, dolore e gioia sembravano alternarsi in ogni suo movimento”,
solo una pausa di riflessione dunque, mentre i ricordi sono semisommersi, mai
soppressi, accantonati nei meandri della sua mente e tornano a imporsi
impietosi. Ogni accettazione raggiunta
permette sempre che il destino si compia, la salvezza arriva comunque e viene delegata
ai viventi, per i quali le immagini del passato, foto o ritratti, sono ormai i
fragili testimoni di una vita che non sembra più appartenerci.
Lo
stile del romanzo è molto fluido con tessuto narrativo realistico e
introspettivo, con sequenze dialogiche centellinate all’indispensabile. Ciro Pinto predilige una forma di comunicazione iconica, uno
stile del tutto personale che si centra sulle immagini; un genere di lirismo descrittivo, fortemente emotivo e coinvolgente,
dove l’elemento verbale feconda l’elemento visivo. La narrazione è molto curata
e attenta. Dalla vicenda emergono anche spaccati di città conosciute, ricchi di
riferimenti architettonici introdotti con la leggerezza disinvolta che è
caratteristica fondamentale dell’autore. Questo romanzo ha una sua forza e
specificità che ne costituiscono l’attrattiva per un lettore attento e
desideroso di riscoprire valori importanti
della vita, quali l’amore e il calore di una famiglia, la nostalgia per il
passato, la sofferenza per la perdita di un congiunto e tanto altro ancora.
La
tecnica narrativa con flashbacks in
vari capitoli in perfetta coordinazione tra presente e passato, rende ogni
elemento maggiormente veritiero.
Il
dolore fa parte della nostra vita e non va mai allontanato, neppure quando
genera senso d’impotenza e sofferenza insopportabile. Rimuovere un
evento traumatico vuol dire provocare una reazione a catena, in cui si vengono
a creare ulteriori instabilità emotive e psicologiche, spesso da traumi
irrisolti nascono vere e proprie patologie.
La
vita di ogni individuo è il frutto di tanti percorsi sia personali che
familiari, sicuramente qualcosa si apprende grazie alla trasmissione
intergenerazionale della memoria di chi perdiamo. Ogni perdita di un nostro
caro è sempre un forte dolore ma anche un insieme di frammenti memoriali
privilegiati.
L’immagine
dell’uomo Giorgio Perna avvalora la propensione dello stesso scrittore verso
una chiave di lettura positiva della vita, nonostante i suoi scenari ed eventi
contrari.
L’uomo
che correva vicino al mare è un romanzo denso di
sensibilità e di sensazioni inconsce, a tratti dolente ma pur sempre ricco di
quell’autenticità e di quel senso di forte umanità che impregnano ogni romanzo
di Ciro Pinto, uno dei pochi
romanzieri contemporanei in grado di narrare la vita vera, toccando le note più
intime di ogni lettore.
“Se
giudichi le persone, non hai il tempo di amarle”
(Madre Teresa di
Calcutta)
Il
buio La luce L’amore, la seconda pubblicazione di Rosaria Minosa (Albatros 2012) è un romanzo dai toni umili e discreti che profonde
sentimenti autentici. È pervaso da tematiche
intense e drammatiche, socialmente molto sentite quali la malattia tumorale e l’alcolismo.
La
narrazione si apre con l’esperienza di pre-morte della protagonista Patrizia
che, sottoposta a un intervento all’utero, si trova a dover scegliere tra la
visione del tunnel di luce di fronte a lei e il rientro nel suo corpo fisico;
da qui e non solo, nasce il titolo stesso del libro “Non sentiva dolore, quel male che l’aveva soffocata era sparito. Il
tunnel s’illuminava, si allargava sempre più e lei ebbe la sensazione di vedere
LA LUCE […] Andare avanti significava vivere con L’AMORE, L’IMMENSO.”
La
decisione della donna di continuare a vivere e abbandonare quella via di luce e
amore, comporta ogni vissuto successivo, inclusa l’intima sofferenza di vivere
accanto a un marito dedito all’alcol ormai da parecchi anni. Rosaria Minosa ci presenta un viaggio
dentro se stessi, diretto a coloro che sono destinati ad accettare con fatica
ogni genere di depressione, causata dal trauma
psicologico dopo una malattia, così come da tutti quei fattori inconsci determinanti
emarginazione, angoscia e reazione al sociale che, il più delle volte contraddistinguono
ogni alcolista. Patrizia si trova a vivere la stessa malattia tumorale che le
aveva portato via anche sua madre, per ben due volte si sente menomata,
tuttavia riuscirà a uscire da quell’oscuro tunnel e con tanta umiltà e dignità
sarà in grado di recuperare l’amore di Stefano e il suo matrimonio.
Lo stile è privo di ogni
ornamento retorico, ricco di note essenziali ed emotive. Il linguaggio è fluido
e coinvolgente in un alternarsi d’immagini sempre vivide.
Un libro importante e
coraggioso che affronta lo choc per l’elaborazione di una malattia, dei conflitti
interiori, la mancanza di una base d’amore certa tra un uomo e una donna, lo
spettro di
un alcolismo che ruba tutte le caratteristiche di una persona, rendendola restìa
a qualunque dialogo e comprensione. Oltre le tematiche sociali fortemente
attuali, ritengo che l’essenzialità del messaggio sia l’alessitimia, già rilevata nel primo
romanzo di Rosaria Minosa (Il
sorriso rubato). Alla base di
ogni disagio emotivo o psichico c’è sempre e comunque l’incapacità di esprimere le proprie emozioni, rimarcando ogni
problematica derivante dalla sofferenza della non comprensione degli altrui e
propri stati d’animo, l’assenza totale di
confronto relazionale.
La
caratteristica emotiva e la percezione di inadeguatezza vengono raramente
espresse e sono spesso causa di insorgenza di incompatibilità caratteriale e
sentimentale. Questa percezione è motivata dal conflitto tra l’immagine di sé
fortemente idealizzata e l’insoddisfazione per la propria realizzazione
personale.
Il
buio La luce L’amore è un’incessante lezione di umiltà e stimolo all’ascolto
di quanto spesso si tende a nascondere, non solo agli altri ma anche a se
stessi. La storia di Patrizia e di suo marito Stefano diviene un preciso valore
simbolico, delegato alla costruzione dell’autostima,
dell’indispensabile amor proprio. L’autrice Rosaria Minosa, abituata a vivere nella quotidianità situazioni di
disagio familiare e sociale, c’insegna ad ascoltare e ascoltarsi, a mettersi continuamente
in discussione al fine di porre i principi al di sopra della personalità e di
praticare una sincera umiltà.
Se
non provassimo emozioni saremmo tutti separati dalla vita, Rosaria Minosa con il suo libro
insiste su tale tematica e ci esorta a viverle sempre e comunque,
lasciandole fluire per conseguire la crescita
e la guarigione interiore.
Infine,
ogni storia e ogni amore, se debitamente e volutamente sentito e vissuto può
ricondurci a ritrovare la propria dimensione “[…] dopo il BUIO, un po’ di LUCE, che porterà loro L’AMORE.”
Poche
persone hanno l'immaginazione per la realtà (J.W.Goethe)
Iuri
dei miracoli di Iuri
Lombardi edito da Photocity nell’ottobre
del 2012 non è certamente l’unica opera letteraria dello scrittore, poeta e
giornalista fiorentino, sicuramente è un testo geniale ed evocatore. È impresa
ardua recensire l’opera, principalmente perché nella sua prefazione, il noto critico
letterario Lorenzo Spurio ne ha già
rilevato ed esaltato gli aspetti essenziali in maniera esaustiva.
Attraverso
un genere onirico, un presente e un passato ricreati fantasticamente, l’autore Iuri Lombardi scruta e coglie la
vastità e lo spessore del reale per scendere nei meandri del proprio intimo “[…] attore protagonista del guardare, del
farsi avanti sul proscenio della strada, tra i marciapiedi e le corsie
preferenziali e ancora più oltre.” In una sorta di gioco di prestigio, Iuri
s’identifica con un “jolly” e si ritroverà a interrogarsi sul significato
della vita e sul grande tema di fondo che è il mistero di ogni natura umana;
nella sua fantasia il travestimento da jolly fornisce certamente qualche
vantaggio speciale a qualunque giocatore.
Iuri
Lombardi è un attento osservatore
della vita autentica e in questa sua opera interpreta da protagonista curioso,
personaggi, fatti e situazioni del quotidiano, con intuito originale, con una
forza creativa di un’intensità eccezionale. Iuri Lombardi non è un semplice scrittore
bensì un vero e proprio artista e come tale è dotato di grande fantasia visiva,
percorre immagini reali di strada, ne descrive gli scorci, i colori e i rumori,
si ferma con gli emarginati per assaporarne il vissuto, quale taumaturgo e
miracolato egli stesso. Nelle sue
fantasie oniriche non ci sono cose inesistenti bensì l’intero palcoscenico della vita, con le sue tristezze, incertezze,
paure, successi e cadute. Ecco infatti che Iuri Lombardi immagina ancora
d’indossare la maschera da clown, poiché l’unica figura capace di leggere la
propria vita senza il filtro delle ipocrisie. Ogni sua manifestazione interiore
assorbe dal sapore del vissuto degli altri, viene rielaborato in maniera
immaginifica unicamente perché l’unica via per comprendere e comprendersi “E se la vita si potesse riscontrare solo
nell’immaginario e non nel tangibile?” L’autore si racconta, egli stesso
protagonista sul grande palcoscenico terreno, dove serpeggia una dolceamara
ironia nei confronti dei nostri usi e costumi, delle nostre manie, delle
abitudini di cui siamo più o meno consapevolmente schiavi. Dietro ogni sua
parola si nasconde il desiderio finale di cambiamento e miglioramento della
vita stessa che si evince anche dalla collocazione della narrazione con un
preciso criterio di rapporto paritetico, che soppesa e valuta ogni aspetto
sociale, in cui egli stesso fantasticamente si cala per condividerlo. Un po’
monello, un po’ anticonformista e un po’ saggio, Iuri Lombardi affronta le fasi
della nascita, della la morte e persino della resurrezione, intesa come
principio di una nuova azione, un’impresa in cui lanciarsi a capofitto, un’opportunità
da non lasciarsi sfuggire; resurrezione che viene nominata anche nell’atto
sessuale ultimo.
Lo
stile del testo letterario è diretto, vivace, arricchito da dettagli di
bellezza suggestiva della città di Firenze e di ogni altro luogo menzionato. L’esposizione
si dipana in una trama affascinante, quasi seducente, di parole, frasi e
periodi che sembrano collegati dal senso profondo della "necessità"
letteraria di uno stile personale e originale.
L’interminabile
susseguirsi di termini finemente strutturati nasce da un personale gusto della
dismisura, con oscillazione tra fantasia a briglie sciolte e simbolismo
intellettuale, in cui troviamo un’incredibile ricchezza lessicale. L’ironia del
testo si fonda su un’acutissima, fulminea e assolutamente spregiudicata
osservazione della realtà, per cui un tratto dei suoi personaggi,
un'inflessione della voce, la descrizione di un paesaggio, una festa, una
ricorrenza o un abito sono rivelatori d'un carattere o di un tipo e di tutto un
mondo da esso rappresentato.
Leggendo
Iuri
dei miracoli mi sono trovata, forse per associazione d’immagini o per
pura connessione logica, a ricordare il mazzo di carte dei Tarocchi, in cui la
prima carta degli Arcani Maggiori è rappresentata dal Bagatto, che sta a
indicare l’inizio del grande gioco della creazione; esattamente come Iuri si
presenta nel suo libro, un giocoliere, un prestigiatore, che lascia intendere di
poter giungere alla verità attraverso l’illusione. Il Bagatto nei Tarocchi è anche la piena
realizzazione, la conquista dell’unità sostanziale, la possibilità del soggetto
di agire in maniera compiuta nel proprio ambito contestuale. In Iuri
dei miracoli, lo scrittore-protagonista è dunque una persona
intraprendente, un essere potenziale che tuttavia, con l’incanto della sola
parola, riesce ad occultare con destrezza, la sua stessa personalità. Iuri
Lombardi, un uomo dalla grande sensibilità ed emotività nonché dotato di
sorprendente e brillante intelletto; doti che gli permettono di affrontare una
scrittura da autentico talento.
SUSANNA
POLIMANTI
Cupra Marittima, 13.04.2014
Il
sorriso rubato è il romanzo d’esordio di Rosaria Minosa, pubblicato nel 2011 con Il Gruppo Albatros Il Filo ed è un
libro delizioso e sconvolgente a un tempo.
L’autrice
ha scelto per la narrazione il vissuto di Luciana, una bambina del sud che
nasce e cresce in una famiglia e in un ambiente paesano dalle tradizioni grette
e ottuse, tra maschi-padroni. Il suo percorso di crescita è difficile e
traumatico “Diventa adulta, con grande
dolore, sofferenza, odio, rabbia, pianti,
perché non le è permesso ESSERE BAMBINA [,] […]” a cominciare dal suo
rapporto con la madre con la quale si crea, fin dalla sua infanzia, una controversa
dinamica di specchio e si sviluppa un peso di perenne deprivazione affettiva. La
tematica essenziale dell’intera storia si svolge, purtroppo, sugli episodi di
abuso sessuale che la protagonista subisce da parte del suo stesso padre.
Luciana non percepisce immediatamente ciò che sta vivendo anzi si porterà
dietro un soffocante mutismo che la trasformerà in un essere fragile e
insicuro. Solo più avanti lei riuscirà ad aprirsi e avviarsi verso la soluzione
del suo dramma. La protagonista supererà anche il pessimo rapporto con la madre
e il suo inesistente ruolo di
madre-protettrice, comprendendo che solitamente una madre proietta sulla
figlia speranze e frustrazioni, mentre ogni figlia cerca la propria identità
femminile.
Il
sorriso rubato è un romanzo al femminile e, tuttavia,
indaga l’animo di ogni individuo, smuove emozioni intense, avvicina il lettore a un mondo interiore dove popolano pensieri di
tradimento, di mancanza d’amore, di tragicità. In ogni pagina spicca la
coraggiosa sensibilità dell’autrice, la quale ha deciso di trattare un simile
argomento poiché, per carattere e professione, avvicina quotidianamente la realtà sociale del disagio di ogni
genere.
Lo
stile del romanzo utilizza un linguaggio spontaneo, fluido e corretto; persino
l’abuso sessuale seppur atto tremendo e da condannare, viene trattato con delicato riserbo, con rispettoso pudore, con una straordinaria semplicità, quasi
disarmante. Rosaria Minosa è
riuscita a circostanziare la storia con assoluta dignità e a inserirla in un
contesto attuale senza ledere l’altrui intelligenza, evidenziando che alla base
di ogni abuso esistono cause molteplici e spesso radicate nel tempo.
Il
sorriso rubato è una
precisa testimonianza di una problematica non ancora risolta nella nostra
società; è anche un potente stimolo per l’intero universo femminile, a
essere determinate nel perseguire i propri obiettivi, a denunciare le violenze
subite senza farsi troppi scrupoli, a ricercare la sicurezza di sé a dispetto
delle esperienze peggiori, acquisendo flessibilità mentale e disinvoltura nelle
decisioni.
Il
lettore ritroverà nella storia di Rosaria
Minosa uno dei fin troppi casi di abuso sessuale e le tante situazioni di
mutismo che possono andare avanti per anni, finché si sciolgono, spesso in
lacrime troppo a lungo trattenute; il più delle volte, infatti, sappiamo bene
che la violenza sessuale tende a essere rimossa, dimenticata e solo con il
tempo, metabolizzata; in alcuni casi viene risolta completamente. Esistono
persone con seri problemi psicologici, ciò non le giustifica comunque e l’unica
certezza è che le vittime trovino il coraggio di chiedere aiuto. L’amore di un
padre verso la propria figlia troppo spesso diviene una visione malata e
perversa dell’amore di genitore.
Rosaria Minosa
con il suo romanzo Il sorriso rubato
ha dimostrato coraggio e analitica intelligenza emotiva, il suo libro è un
valido contributo alla lotta contro gli abusi sessuali. Il risultato è un testo
attuale che rompe il velo del silenzio.
SUSANNA POLIMANTI
Cupra
Marittima 11.04.2014
La
poetessa e scrittrice Sandra Carresi ritorna
ai lettori con la nuova silloge I cristalli dell’alba, del marzo
2014 per la Collana Indaco-Poesia di TraccePerLaMeta
Edizioni. Il titolo della silloge poetica è già di per sé un inno alla luce
e alla purezza. Il cristallo è un minerale naturale e trasparente, simbolo di
purificazione, da esso s’irradiano fasci di energia luminosa; l’alba è il
simbolo del nuovo giorno e del risveglio interiore, le ombre della notte si
diradano e riappare quel momento affascinante e magico in cui avanza il
chiarore che illumina il nostro animo e la nostra volontà.
La
poetica di Sandra Carresi tocca nel
vivo temi importanti quale la vita, l’amore e il dolore. I suoi versi
percorrono stati d’animo reali che appartengono a tutti. Immagini semplici ma
di forte impatto emotivo esprimono il progressivo indebolirsi di certezze del
mondo potente e debole a un tempo; con grande equilibrio la poetessa affronta
dolorose note attuali, prima fra tutte lo
sgretolamento di valori del mondo
contemporaneo “[…] in un secolo
gonfio di valori/sbattuti in terra come falsi pudori[.]” e misura una
distanza tra un passato e un presente mentre nel suo cuore il tempo non
muta “Provocante
e raffinato/questo rincorrere/del tempo/che alla fine poi [,] /rimane
intrecciato nelle/pieghe del mio sorriso [,] /mutando il corpo [,] / ma
[,]restando fermo/ in quel gioco sottile/dell’antico temperamento [.]”
Ogni
poesia riconduce a un preciso codice etico che permette alla poetessa di
approdare su aspetti di disagio, episodi di violenza, condizioni di povertà e
necessità di maggiore giustizia; la poetessa delinea il nostro presente con significato connotativo “Feroci questi tempi/di sangue e di sale/di
gelosie e vendette” che infettano e
contagiano la nostra società, viziando l’aria e la luce del nostro paese. Immagini inattese rappresentano il mondo
interiore, in alcune strofe ritroviamo delicatezza di toni, in altre una
pungente nostalgia. Sandra Carresi
con la sua poesia supera il
soggettivismo e si pone in comunione con la natura che le si apre allo
sguardo come un “ventaglio”, unisce
il suo cuore al cuore di ognuno. Con particolare espressività di termini
sottolinea l’onestà, la dignità e
l’umiltà, poiché senza di esse non può esserci la gioia che incanala le
nostre energie naturali.
Il
suo stile è semplice, ritmico, predilige strofe brevi che creano una trama
d’infinite suggestioni ed emozioni, ne risulta un verso che diviene quasi un
salmo, una preghiera, un inno alla vita.
Sandra Carresi
utilizza una costruzione del verso con una particolare attenzione alla
musicalità e al ritmo, una poesia dunque, che chiede di essere ascoltata e non
solo letta. Anafore ricorrenti nelle diverse strofe e parole ripetute con
lettera maiuscola quali Mondo, Vita e Terra, concedono ritmo incalzante e
martellante, quasi a ribadire tra i versi elementi e concetti di richiamo.
In
una sinestesia visiva, la poetessa geme con coloro che piangono e allo stesso
tempo canta la gioia e la grida. Le sue parole incitano a ritrovare l’amore
condiviso, a “[…] conservarne
memoria/nella grotta della vita.” per riscoprire “[…] il sapore antico/del passato […]”.
Sandra Carresi
con la sua silloge I cristalli dell’alba protende lo sguardo lontano, squarcia il
silenzio, oltrepassa il filtro di ogni barriera debilitante, esce dall’ombra e
si affida alla luce della rinascita, della speranza certa di ogni nuova alba. I
suoi cristalli calmano i sensi, scaldano i nostri cuori e ci stimolano a non
sentirci più atomi isolati bensì parte di un grande universo d’amore “La speranza unisce l’anima/ e la fame di
cuore/fa di ogni burrasca/cristalli, da disegnare nel tempo”.
I
cristalli dell’alba di Sandra Carresi è un testo letterario polisemico che può essere
interpretato in più modi, tuttavia, le poesie ivi contenute richiamano
moltissimo la poetica dannunziana, laddove una realtà difficile e dolorosa vela
la luminosa bellezza di ogni anima.
SUSANNA POLIMANTI

Il
problema di Ivana è il primo romanzo di Ciro Pinto pubblicato nel 2012 con Edizioni Drawup. Un libro d’esordio e un
romanzo d’élite, degno di essere annoverato nell’omonima collana della casa
editrice. Tra le sue pagine, in una trama tutt’altro che banale, palpitano e
vibrano turbamenti, passioni e intimi stati d’animo del protagonista Andrea
Torreggiani. Andrea è un giovane dirigente di un’azienda milanese nonché
scrittore, vive l’inquietudine dettata dalle difficoltà dell’azienda in cui
lavora, costretta a dover rivedere l’assetto per fronteggiare l’attuale crisi
finanziaria. Pressato dalla delicata situazione, egli decide di allontanarsi
per un breve periodo per rifugiarsi a Cetona, un borgo della campagna senese;
al borgo, ospite di un amico tra gente e sapori di un paesaggio tra i più
suggestivi della Toscana, insegue il desiderio e la necessità interiore di terminare
il suo nuovo romanzo e risolvere il problema di Ivana. La fuga dalla metropoli lo
porterà a varie riflessioni, a conoscere e innamorarsi di Laura, dai “capelli nerissimi e occhi viola”. L’incontro magico eppur complicato con Laura
gli permetterà di ripercorrere ogni sua relazione d’amore, passata e recente.
In
quest’opera è possibile ritrovare tutto l’istinto poetico dell’autore. Ciro Pinto trasporta il lettore nella
piacevolissima immersione di una creazione letteraria imprevedibile, dove emotività e suspense richiamano un genere
sia di thriller che di realismo romantico.
L’intreccio
narrativo si svolge con stile accogliente e cortese, a rivelare lo stesso
carattere introspettivo, intuitivo e profondamente passionale dell’autore.
Ciro Pinto
è un narratore onnisciente, utilizza analessi e prolessi con destrezza sapiente
e raffinata. Le numerose sfaccettature dei personaggi e la sua grande abilità di
evocare immagini donano in ogni pagina la gioia di visioni emotive che si
nascondono tra le pieghe dimenticate di un tempo ermetico e dilatato dove tutto è possibile e niente è lasciato al
caso. Il ricorso a queste tecniche stilistiche consente a Pinto di creare
uno stato di ansiosa incertezza o dare al testo maggiore interesse, vivacità,
suscitando la piena partecipazione del lettore. A collaudare l’efficacia di
tali ingredienti narrativi troviamo affascinanti
descrizioni di luoghi e sentimenti come l’amore, descritto e celebrato
dall’autore come emozione senza tempo in storie retrospettive.
Ma
chi è Ivana? Tale personaggio così misterioso e intrigante è la stessa caratterizzazione
di Andrea Torreggiani. Seguendo la mia personale chiave di lettura, ritengo che
Pinto con questa sua opera abbia dato vita a un’autentica sceneggiatura medianica, regalandoci pregevolezza e
valore letterario. La mia interpretazione nasce da un elemento più volte descritto
nel romanzo; infatti, nella mente del protagonista Andrea si ripete l’immagine
di una scena, un evento forse accaduto nel medioevo e in qualche modo legato al
personaggio di Ivana, donna dalla “voce
salda, i modi sicuri come quelli di
un maschio, e lo sguardo diritto e sfrontato”. […] “Ivana dominava la scena con il suo problema”; una vocazione iniziale
che nel tempo della narrazione diventa maestra di una traduzione di pensieri
latenti ed emozioni dello stesso Andrea. La donna è intimamente legata al
protagonista, il quale sembra ritornare in un ambiente conosciuto in
precedenza, in una sorta di atmosfera onirica. Lo scrittore Pinto crea una
trama ad incastri che viene poi raccontata da numerosi e diversi punti di vista
che si fondono con l’interiorità di ogni personaggio. È come se l’autore abbia
optato per una pseudoreincarnazione in
un corpo maschile o femminile; ne sceglie l’ambito e le condizioni che permetteranno ad Andrea Torreggiani di riscattarsi,
perfezionarsi e compiere ciò che spera di realizzare. Alcuni scorci vengono
ripetuti dando un senso di déjà vu al lettore che vivrà questi
momenti però sotto una nuova ottica.
Lo
stesso dicasi del perché di certi avvenimenti accadano, non perché determinati
da una reale coscienza bensì da una concatenazione di eventi il cui filo può
essere individuato grazie a una più estesa e ampia consapevolezza del rapporto
tra lo scrittore Pinto e lo scrittore Andrea, tra ogni personaggio e gli eventi
stessi.
La
scena legata al ricordo di Ivana fa da collettore e specchio di una
molteplicità di codici in transito nella mente e nel cuore di Andrea. È qui che
scatta il genio di Ciro Pinto, capace di intersecare l’ossessione d’amore del
suo personaggio, il quale tende a modificare l’oggetto del suo folle sentimento
nel ricordo soggettivo e l’immagine ormai indelebile nella memoria, con una
forza contraria di direzione opposta, nel tentativo di farsi amare così come è
da qualunque altra donna.
La
storia di Andrea Torreggiani-Ivana e di ogni altro personaggio è infine una
metafora della nostra stessa vita e di ogni nostra inquietudine che Ciro Pinto
ha narrato senza mai perdere di vista il vero messaggio, vivere, reagire,
ricostruirsi e ritrovarsi, soprattutto ritrovare “l’ordine intrinseco delle cose”
anche quando si crede di aver perso tutto. La mente artificiale è l'insieme
delle certezze quali schemi già scontati con cui conviviamo tutta la vita.
Molti eventi possono seguire lo stesso destino dei ricordi di vite precedenti
qualora volessimo dare loro dignità di realtà e di attendibilità nel cercare
conferme negli eventuali “testimoni” degli eventi stessi.
Il
risultato è un romanzo avvincente, stilisticamente elaborato ma scritto con un
linguaggio semplice e scorrevole. I personaggi e i luoghi sono descritti in
maniera ineccepibile, ti sembra quasi di conoscerli e di camminare veramente
per le strade di quel borgo toscano, di sentirne tutti gli odori e rumori. Occorre
resistere, dunque, ai tentativi esterni di influenzare la nostra vita,
ricercando fasi di silenzio, meditazione e coerenza dentro noi stessi. Leggendo
Il
problema di Ivana ho avuto il desiderio che non finisse mai, non è un
romanzo da leggere tutto d’un fiato bensì d’assaporare pagina dopo pagina, eppure
l’ultima pagina è arrivata. Sono certa che tale romanzo di Ciro Pinto possa
entrare nelle liste meritevoli dei libri più venduti.
SUSANNA POLIMANTI
Cupra
Marittima 24.03.2014
Memorie
intrusive è la nuova silloge poetica di Ilaria Celestini, pubblicata lo scorso
gennaio con TraccePerLaMeta Edizioni.
Da una prima lettura della Nota dell’Autrice nonché della Prefazione, curata
dallo scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio, ho immediatamente intuito
e apprezzato il valore di questa silloge. Sin dai primi versi il nostro animo è
scosso dal tema dell’abuso, del dolore e della sofferenza che ne conseguono, la
stessa poetessa in apertura irrompe con i versi: “Ti parlerò del mio/dolore antico/di mani avide e spietate/ che mi
fecero/ terra di conquista…” In ogni verso si evince un sentimento
d’impotenza e vulnerabilità di fronte all’essenza di “memorie” ivi intese come ritenute, trattenute, “intrusive” al
punto di solidificarsi nell’anima mentre riproducono un vissuto primitivo.
In
Memorie
intrusive leggiamo e percepiamo una poesia rappresentativa di un ricordo incancellabile, incoercibile
che l’autrice rivendica con immagini molto significative e toccanti
di un intimo che si libera ed esprime il proprio substrato di malinconico
tormento, attraverso una ricerca di stile e di spessore dignitoso, delicato,
seppure icastico e solidale. È decisivo l’intento di smuovere una forza
interiore e ritrovare un tempo propizio per ricominciare a vivere con maggiore
serenità. La continuità dei versi in un’eccellente modalità stilistica, denota
l’incisività del penoso ma quanto mai attuale tema della violenza sulle donne e
quanto di più feroce e distruttivo possa diventare quando le emozioni traumatizzanti
colpiscono e turbano l’innocenza e la purezza dell’infanzia: “I miei ricordi sono animali feriti/e notti
tremanti prive di senso/derubate di
un sogno”. Ogni visione evocata dalla poetessa è un messaggio comunicativo diretto e intenso; tramite la sua
preparazione culturale e poetica, Ilaria
Celestini fa un uso equilibrato del tessuto espressivo, veicolando principi e valori etici toccanti e
veritieri. Memorie intrusive è una silloge che
rende l’efficacia e la forza espressiva della
poesia sociale e allo stesso tempo personale, un riverbero di anime che
soffrono e si rialzano, lo stesso cuore del poeta che “è una terra che nessuno/vuole visitare” si rivela uno strumento reale
per fissare la testimonianza del dolore di un abuso. Le poesie di Ilaria Celestini sono un’epigrafe destinata a durare nel
tempo, una lezione per il mondo odierno che, negando ogni evento di abuso quale
una piaga straziante, in cui la donna è solo preda e non appare più come essere
umano, oltremodo nega il valore stesso del ruolo della donna. Le ricorrenze
delle espressioni metaforiche mostrano un raffronto tra elementi negativi e
positivi, sul piano inferiore si blocca di fronte all’esperienza abusiva
vissuta mentre s’innalza ad un piano superiore verso il ruolo sostanziale della
poesia che permette di ritrovare coraggio, pretende un approfondimento della
vita interiore e la scoperta di una dimensione maggiormente libera dal dolore
del ricordo. La poetessa si lascia infine cullare dai suoi versi che le
permettono di uscire dai penosi ricordi e l’aiutano a librarsi attraverso le sue
stesse immagini, nella speranza che possa esistere ancora la leggerezza del
cuore e il riconoscimento del valore di un amore pulito, libero e totalizzante
“al di là/dell’orizzonte di un amore perduto/un giorno magari anche per
me/tornerà a schiudersi il cielo”.
Non
ho dubbi che la silloge Memorie intrusive di Ilaria Celestini possa esprimere e
interpretare un collegamento prezioso con chiunque viva per diretta esperienza
o indirettamente eventi devastanti, tematica che ci riguarda tutti poiché spunto
per una meditazione di stretta attualità.
La poesia è un
appuntamento con la profondità del mondo interiore, un dialogo con sé stessi. Memorie
intrusive è una raccolta di poesie che fa breccia nel cuore delle donne
e non solo, sensibilizzando tutti quei cuori che sono in contrasto con la
crudeltà dell’amore perverso e il narcisismo, per rivolgersi sempre e solo
verso ogni forma di amore “buono”.
Susanna Polimanti
Cupra Marittima
13.02.2104

Flyte
& Tallis di Lorenzo
Spurio, pubblicato nell’agosto del 2012 con Photocity Edizioni, ha un sottotitolo: Ritorno a Brideshead ed Espiazione: una analisi ravvicinata di due
grandi romanzi della letteratura inglese e già di per sé ci mostra un executive summary del suo contenuto. L’opera
Flyte
& Tallis è corredata di un’esaustiva lista di note e profili
bio-bibliografici dei due scrittori Evelyn Waugh e Ian McEwan, si apre con i
versi del poeta palermitano Emanuele
Marcuccio e un’accurata prefazione di Marzia
Carocci, nota critico-recensionista. Il testo in questione è un’altra perla
della saggistica dello scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio, il quale ogni volta riesce a sorprendere il suo
pubblico lettore con la sua particolare “lente
d’ingrandimento” che valorizza la sua chiave di lettura e lo trasfigura
nello “Sherlock Holmes” deduttivo dei
testi letterari, laddove ama indagare l’anima del singolo e individuare in ogni personaggio la dimensione interiore e la proiezione dei
sentimenti che agitano il suo animo.
In
questo saggio Lorenzo Spurio studia,
analizza e mette in risalto le corrispondenze o discordanze dei temi trattati
nei due romanzi della letteratura inglese: Ritorno
a Brideshead di Evelyn Waugh ed Espiazione
di Ian McEwan e sviluppa un progetto di comparazione che vede come
protagoniste le famiglie tradizionali di una società aristocratica e le loro
floride tenute, dove spesso non mancano le stonature dettate da un “giusto e
corretto” tenore di vita. L’autore punta lo sguardo su temi rilevanti nello
spazio psicoaffettivo di crescita quali educazione e differenti condizioni
sociali: religione, amore contrastato, omosessualità, immaginazione, realtà
falsificate, sensi di colpa e infine la guerra, che arriva a spazzare via il
vecchio mondo con le sue rassicuranti ipocrisie, lasciando ricordi e rimpianti.
Gli stati d’animo trattati nei due romanzi sono differenti eppure molti simili,
perché i tempi cambiano ma le caratteristiche e i sentimenti umani si ripetono
nei secoli. L'individuo si presenta alla realtà come tabula rasa, quello che
diventa è tutto determinato dall'interazione nella sfera sociale. Lorenzo Spurio tratteggia e vaglia
diligentemente i vari passi dei libri con uno stile di scrittura chiaro,
preciso ed efficace, indice di un pensiero perfettamente organizzato nei
collegamenti tra i due testi. Spurio ci fa notare e sottolinea anche la chiara
influenza del pensiero di altri scrittori quali Virginia Woolf, le sorelle
Brontë e Jane Austen, in particolare riguardo le ambientazioni e i luoghi dei
due romanzi a confronto.
Evelyn
Waugh appartiene al periodo tra le due guerre, caratterizzato da un tono
minore, scanzonato, di elegante fatuità non senza un fondo amaro e dalla satira
mordente mentre Ian McEwan molto più approfondisce la psicologia di ogni
personaggio, rilevando meccanismi inconsci che superano il mero concetto
razionale, trovando terreno fertile nella nostra intelligenza emotiva.
Infine,
tutto lo studio è stato affrontato tenendo conto sia della necessaria divisione
tra indagine “quantitativa” e “qualitativa” in un’esplorazione psicologica dei
singoli individui, sia della necessità di formulare quesiti attendibili, di
escludere elementi di pregiudizio o altre influenze al fine di una corretta
valutazione. Lorenzo Spurio con Flyte & Tallis esplora ed
esamina i due romanzi della letteratura inglese con rispetto per il valore
culturale e i meriti dei suoi autori; si limita solo a entrare nel meglio dei
loro personaggi e restituirceli più liberi, a dispetto della storia che li opprime.
In
Flyte
& Tallis, con capacità critico-riflessiva, l’autore raccoglie ed
interpreta tematiche letterarie che dimostrano infine le dinamiche di cambiamento
sociale, emozionale ed educativo che plasmano la personalità di ogni individuo e
dalle quali possiamo dedurre che la natura umana è caratterizzata da un bisogno
insopprimibile di verità, libertà di espressione e un oggetto da amare
proporzionato.
Susanna Polimanti
Cupra Marittima
13/01/2014

Jane
Eyre- Una
rilettura contemporanea - di Lorenzo
Spurio, pubblicato nel 2011 con Edizioni
Lulu è un’opera molto interessante, il suo contenuto rivela l’accuratezza di un’analisi saggistica
di Lorenzo Spurio, sempre molto approfondita e degna di essere annoverata nella
critica letteraria contemporanea. In questa suo testo l’autore, con
sottigliezza e vivacità, coglie aspetti e tratti salienti che caratterizzano il
periodo vittoriano, partendo proprio dal personaggio silenzioso ma
assolutamente fondamentale della vicenda narrata da Charlotte Brontë: Bertha
Mason, la moglie "pazza" di Rochester; il lato passionale e animale di
Bertha mostra una quasi doppia identità della stessa Jane, da tenere nascosta e
repressa secondo la concezione di quel tempo. Nel romanzo della Brontë, Jane non
risulta mai schiava della passione anzi è pronta a sacrificare all’onore e al
dovere lo stesso amore, eppure il coraggio e la determinazione di questa eroina
rendono l’opera un vero capolavoro, sebbene a suo tempo destò un certo
scalpore, urtando le idee vittoriane di delicatezza. Interessante l’indagine, la lettura incrociata
e minuziosa di Lorenzo Spurio dei quattro romanzi : Il gran mare dei Sargassi di Jean Rhys, Charlotte, l’ultimo viaggio di Jane Eyre di D.M. Thomas, Jane Slayre di Sherri Browning Erwin
e La bambinaia francese di
Bianca Pitzorno, grazie ai quali l’autore ripercorre ogni spin off riguardo personaggi e contesti, esaminando e ponendo a
confronto le diverse problematiche connesse a temi di razzismo coloniale,
emarginazione, ribellione degli schiavi e prime reazioni verso un’emancipazione
femminile, affidandosi a brani e precisi riferimenti di ogni romanzo saggiato.
La sua interpretazione del romanzo Jane
Eyre è sicuramente un felice risultato della sua spiccata qualità d’osservazione realistica e ironica, alle quali è
solito unire intensità di temi sociali ed emozionali espressi in modo diretto e
particolarmente chiaro. Il suo stile si condensa in scene, in pagine che
approfondiscono o meglio, svelano altri aspetti della storia e soprattutto dei
singoli caratteri, viste anche le differenti chiavi di
lettura tra più romanzi. Il libro contiene anche una personale intervista dell’autore
alla scrittrice Sherri Browning Erwin, la quale, con un imprevedibile sviluppo
paranormale, dipinge il personaggio di Jane come una donna vampiro. Il viaggio
tra le righe della comparazione tra i quattro romanzi viene infine arricchito
dalla menzione delle varie realizzazioni cinematografiche e televisive
dell’intramontabile protagonista del romanzo della Brontë.
Lucidità metodologica
e onestà intellettuale hanno
permesso allo scrittore e critico Lorenzo Spurio di realizzare al meglio un
saggio breve, privo di caratteri di semplificazione bensì strutturalmente più
impegnativo.
Jane
Eyre
è un romanzo che non conosce i segni del tempo, lei è una donna
anticonvenzionale, anticonformista e progressista nell'intelletto, specie per
le sue convinzioni nei confronti delle donne e nel loro ruolo nella società. Lorenzo Spurio, critico letterario che io definisco propriamente sociologico,
con questo primo saggio nonché prima pubblicazione in assoluto, ci ha regalato
un testo per rivivere la magia dello stile e delle ambientazioni di uno dei
classici più popolari di tutti i tempi. Jane Eyre di Lorenzo Spurio con la
propria “rilettura contemporanea” è
un piccolo gioiello capace di fare
appello al cuore con una forza senza tempo, in grado di farci dimenticare che
il romanzo sia stato scritto quasi due secoli fa.
Susanna Polimanti
Cupra Marittima 02.01.2014
“La nostra psiche è costituita in armonia con la
struttura dell'universo, e ciò che accade nel macrocosmo accade egualmente
negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell'anima”.
(Carl Gustav Jung)
L’avventura
di Santiago di Giovanna
Albi, Robin Edizioni(2011) è il primo libro nella cronologia delle
pubblicazioni della scrittrice, la sua brevità lo porta a essere un piccolo
capolavoro d’esordio. Non a caso ho scelto le parole di un grande maestro della
psicologia quale Carl Gustav Jung per la premessa a questa mia recensione;
infatti questa piccola opera di Giovanna
Albi non si limita alla narrazione di un’esperienza, a uno spontaneo
vademecum così come accade lungo la strada andando a piedi tra pellegrini,
bensì è un acceso dibattito tra la fervida
mente della scrittrice e la sua psiche. La scrittrice affronta un cammino
di pellegrinaggio verso Santiago con “gambe
in spalla”, spinta dal desiderio di trovare nella fede un rifugio per una
rinnovata serenità e una risoluzione alle tante insistenti nostalgie,
pacificando così le stesse memorie del passato. In realtà presta corpo e forza
vitale per reintegrare un’entità incompleta, un’unità dove sono presenti buchi
di energia dovuti a distacchi da un tempo infantile, una fase di vissuto che
non si ripristina per via dello scorrere veloce degli anni: “Mi allontanai dal gruppo e scrissi sulla
nera terra del sentiero la mia data di nascita e quella del día corrente… chi può tornare al principio?” Andando
avanti nella lettura del racconto, la pellegrina Giovanna non si dà mai per
vinta, la stanchezza per i chilometri percorsi non sfiora le sue membra anzi,
sembra accentuare la sua infaticabile ricerca della sua “umana natura”. La scrittrice si sofferma spesso a descrivere i
compagni di viaggio ma nessuno di loro riesce ad avere un ruolo di spicco,
neppure suo marito, definito il “suo faro”
con il suo “cappello arancio”, poiché
unici protagonisti di quest’avventura sono lei e le sue indagini nella
grammatica dei pensieri, quasi inseguendo delle precise tecniche d’intervento
per placare dubbi esistenziali. Sebbene non sia sola nel percorrere tantissimi
chilometri, Giovanna cerca sempre il suo spazio intimo, in solitudine. La
natura ascetica e le tante descrizioni dei territori incontrati durante il
cammino di pellegrinaggio divengono ostacolo o salvezza nei momenti di
transizione, tutti quei riti di passaggio nella mente della protagonista sono
un mondo speculare che le permette di giocare con le immagini e rovesciarle pur
di arrivare all’acquisizione della reale consapevolezza di un’anima mediatrice
tra corpo e spirito, che racchiude le sue tre forze del pensare, sentire e volere. Bellissimo il capitolo V, in cui ritengo
sia riassunto il significato e il vero messaggio della narrazione, il punto clou dove Giovanna Albi si scopre, getta
via tutto ciò che è egoismo, apparenza, disinteresse politico e sociale,
disprezzi e invidie del nostro vivere quotidiano, in cui lei si sente una “voce fuori dal coro”. Eccola dunque esprimere con intenso coinvolgimento emotivo la sincerità della
ricerca di se stessa, della vera
libertà che trova la soluzione dentro la sua stessa anima, muove verso l'Essere, unica soluzione che può darle consistenza e
stabilità.
Lo
stile della narrazione è più che fluido, vanta riferimenti alla filosofia greca
e citazioni evangeliche perfettamente in armonia con il viaggio nella propria
interiorità; lessico straordinariamente
ricco, una dote naturale di questa scrittrice, erudita voce narrante.
Giovanna Albi da semplice viandante entra
nella più profonda riflessione con incredibile scioltezza di linguaggio.
L’avventura
di Santiago offre alla sua autrice e a quanti
desiderano leggerlo, l’opportunità di comprendere che non è sufficiente cercare
l’ispirazione della fede per risolvere i nostri problemi d’identità, occorre
bensì addentrarsi nella propria autocoscienza e lasciarsi permeare, semmai,
dall’amore divino.
Non
so se Giovanna Albi, dopo il Cammino verso Santiago, sia riuscita o no a trovare
la sua fede in Dio giacché, al momento della partenza era più che consapevole
di essere più vicina alla filosofia buddhista piuttosto che alla sua religione
di nascita; credo al contrario che questa sua esperienza di pellegrinaggio
abbia sicuramente sigillato e rafforzato quelle parti della sua anima
inizialmente asimmetriche e scomposte, varcando
un confine verso un’accettazione più equilibrata e amorevole di se stessa.
Il distacco di un pezzo della sua anima, che la scrittrice ha sperimentato in
passato e derivato da un’errata scelta di un percorso psicoanalitico, l’ha
ricondotta alla sua profonda integrità di donna, madre, moglie e amica.
L’avventura
di Santiago è un libro molto bello, una sorta d’insegnamento nascosto
all’interno dei nostri flussi mentali, pronto a rivelare e migliorare la nostra
comprensione della spinta evolutiva che un percorso di silenzio e solitudine
può accrescere.
Susanna
Polimanti
Cupra
Marittima 02.12.2013

La
silloge poetica Navigando Silenzi di Mario
De Rosa, edita da Montedit per la Collana Le schegge d’oro si articola in tre capitoli, in cui spiccano i differenti
colori dell’anima del poeta: “Cadendo/foglie
d’autunno/affusolate dita/sui tasti solo sfiorati/del mio sentire/dischiudono
le porte/d’una magia di colori”. I versi iniziano con un percorso di sentimenti invisibili chiusi nel cuore
di un padre che nell’amore verso un figlio trova lo stimolo per una rinata
forza e via via divengono dei chiaroscuri
come “rotte invisibili/di gabbiani saputi”
per poi fermarsi come vere e proprie orme
sulla sabbia, dove si ha l’impressione che lentamente o improvvisamente la
psicologia del poeta si stia trasformando in una poetica unica, dedicata alla
sua famiglia, a un mondo prezioso che vive e palpita nella stupenda cornice
della natura. Tra gli elementi naturali forti sono le immagini del vento che “scompiglia i pensieri” e li “porta con sé/fuggiaschi e di un “increspato mare” alle cui onde il poeta affida
la sua ispirazione. È dunque la poesia
la sua fonte d’ispirazione, a essa si affida, rendendosi libero di uscire
come “ladro dall’ombra” e di esprimere
sensazioni quanto mai inesorabili nel suo cammino di vita. Seguendo gli
sviluppi ravvicinati dei suoi versi si scoprono anche le connotazioni più personali, legate alla memoria, all'autobiografia,
alla riflessione intima.
Il
poeta Mario De Rosa è una voce imponente nella nostra poetica contemporanea, non
a caso ha conseguito vari riconoscimenti in campo letterario oltre che essere
presidente di giuria in vari concorsi; egli si presenta al suo pubblico con uno stile sofisticato e un linguaggio
finemente elaborato, la poetica di De Rosa è un’esperienza fluida dove le parole sono scelte accuratamente,
messe l’una accanto all’altra a formare vedute di luoghi in cui il
lettore-ascoltatore si ritrova a muoversi in scenari non più frutto letterario
ma reali; i suoi versi riescono a sferzare la coscienza di tutti, toccando pensieri
e sentimenti molto profondi, non tralasciando i ricordi rivolti all’infanzia e all’adolescenza,
fili conduttori del nostro sentire quotidiano e attuale. Mario De Rosa dona a
noi lettori l’immagine reale del valore
di essere poeta che egli stesso definisce con queste parole: “Il vero poeta, sai, /è così facile da
ferire/ma quasi impossibile/da abbattere”.
La
grazia, la gentilezza del suo animo spicca in ogni suo verso quale coscienza e
accettazione della sua storia di uomo, di marito ma soprattutto di un padre che
conosce il sacrificio e il dolore. Una consapevolezza che lo affranca
dall’esistenza e gli offre un’occasione, attraverso la sua naturale capacità di
formulare versi, per ricondurre le sue esperienze dolenti in una visione più
larga. Il suo verso percorre il cuore di chi s’immerge nella lettura delle sue
poesie, senza lasciarlo soffocare tra le pagine di un libro. Una poesia che è fonte di liberazione e stimolo per un difficile
cammino di vita dove Mario de Rosa crea un nuovo stato, una diversa
dimensione per comunicare al mondo l’essenza della relazione con il proprio
figlio, al quale dedica versi struggenti, carichi di un “Diversamente amore” che
commuove rendendoci partecipi di quel labirinto e itinerario di vita solcato da
profonda malinconia. Nel leggere le poesie di De Rosa ho provato un’intensa
emozione, certa di avere accanto l’amico poeta che, prendendomi per mano, mi ha
condotta nel suo viaggio nostalgico/esistenziale, alla ricerca di quel
misticismo che rimane nascosto e "chiuso" alla comprensione, che Mario
De Rosa sottilmente accarezza con la bellissima metafora dell’anima: “M’aiuta a vivere/la dolce prigioniera/compagna, amica, /in un mondo
irto di spine”.
Susanna
Polimanti
Cupra
Marittima 27.11.2013
Michela
Zanarella, la
poetessa delle immagini e dei sentimenti per eccellenza, così amo definirla
dopo aver letto e apprezzato la sua nuova silloge: L’Estetica dell’Oltre,
edita da David and Matthaus S.r.l.
divisione ArteMuse per la collana Castalide, un progetto editoriale
caratterizzato da una particolare cura per la qualità grafica e l’accuratezza
delle prefazioni. La nuova silloge incrementa il suo già significativo
curriculum poetico, ricco di pubblicazioni e numerosi riconoscimenti letterari
che presentano la poetessa quale artista affermata e pluripremiata.
Estetica, dal greco αισδεσισ
(aisthesis) nel linguaggio semantico è la “percezione sensoriale”, una mediazione del
senso che, abbinata alla preposizione-avverbio “oltre”, lascia già intuire il
profondo messaggio contenuto in questa raccolta di poesie. Nella silloge L’Estetica dell’Oltre, Michela
Zanarella conferma un’evidente evoluzione: Attorno
al sisma del destino/cerco le mie ali… inizia la raccolta con versi sulle origini
della vita: nell’utero elastiche
origini…/ ho appreso come suonano/sembianze
di luce… evidenzia lo sguardo sul fluire del tempo, fissa il divenire: essere nel tempo/che ti sfoglia/corpo e
distanza, si concentra su una via esplorativa del sofferto passaggio
terreno e, nella contemplazione del silenzio: camminano i silenzi/nel guscio della vita… osserva la grazia e il
fascino della natura, ritrova l’equilibrio dell’anima, in cui si riflette la
bellezza divina che svetta oltre la misera condizione umana. Parole intense e
allo stesso tempo delicate, si susseguono irradiando vibranti emozioni, formano
un tessuto compatto dove persino tecnica e forza poetica rimangono costanti. La
maturità stilistica della poetessa si realizza nella successione ritmica di
suoni e armonia che donano melodia e squisita eleganza ai suoi versi, le tante
sfumature metaforiche contribuiscono alla musicalità della lettura.
Michela Zanarella, ispirata dall’eterna musa della
poesia, evoca ed esalta con i suoi versi i sublimi valori dello spirito, gli
stessi elementi naturali quali il cielo, il mare, la luna e le stelle si
manifestano quali entità spirituali e proiettano le nostre emozioni nelle
regioni inesplorate della nostra anima, la sola capace di stimolare noi tutti a
incarnare sulla terra una forza, una qualità, una virtù o un'idea che abita il
mondo divino. Michela è consapevole che la nostra presenza sulla terra rappresenta
un “guscio” di vita, si rivolge al padre perché si renda tramite presso Dio per
una richiesta di comprensione, d’illuminazione e di protezione: chiedi alla sorte/che forma ha la vita/se
esiste un cielo che ci spetta/una pioggia che lava le insidie. Una tale
ricchezza d'immagini è giustificata dall’immediatezza piena in ogni esperienza
estetica, visioni che le permettono di respirarne l’atmosfera, con il tatto del
cuore accoglie il significato velato della realtà inattingibile. Sono certa che
la sua poesia sia un viaggio attraverso le esperienze vissute, dove i sensi
nella loro materialità e corporeità hanno un’attitudine intrinsecamente
spirituale. Credo fermamente che una simile creatività poetica non abbia guide o
maestri specifici, bensì nasca da una propria identità, maturata ed evoluta in
un tragitto di vissuto che la poetessa ha approfondito con coraggio, metodo,
serenità e volontà. In questa silloge, Michela Zanarella tocca temi molto
importanti quali il destino, la solitudine, l’amore; si rivolge all’universo,
si affida all’innata sensibilità, non dimentica mai i luoghi natii e tutto il
genere femminile, sempre pronto a non
temere/ il peso del mondo. I versi lasciano intravedere la luce e il
superamento del nostro nulla di fronte alla vastità dell’Oltre. Non ci è
concesso di procedere al di là di certi confini, laddove “vive l’infinito” eppure la poetessa ci stimola a farlo, perché
l’anima informa il corpo e trova la sua perfezione al di là della realtà
materiale, soggetta a corruzione: dentro
l’insistente avidità di un mondo/che impedisce gli sguardi/di Dio. Non
posso certamente tralasciare la religiosa umanità di Michela che la rende
sempre partecipe nella condivisione della perdita di una persona cara, a tal
punto da plasmare versi che rappresentano autentiche dediche nel ricordo di
grandi personalità della letteratura poetica quali Alda Merini: la cui poesia ripete il mondo/ e le sue origini, Pier
Paolo Pasolini: quel tuo non temere/ la notte/nel lampo che ti
donò/all’inganno… o cari amici: e tu
che hai lasciato/il bordo della vita/nel timore del cielo/dal cerchio dell’eterno/fissi il colore degli Arara… ti sappiamo
sereno/nel silenzio che sporge dalle nuvole…
Ogni
cosa scorre, è: un gocciolare di
memorie/agli angoli del tempo. È nella forza del suo messaggio che la poesia
di Michela Zanarella si presenta quale espressione viva di estro creativo, la
vita può ancora sgorgare anche quando il destino, inteso come valore principale
di fissità, sembra sommergere tutto e diviene un far risuonare in sé, nella
vibrazione della compassione, la voce della sofferenza altrui. La certezza
della verità è legata alla purezza di chi la indaga poiché se ne è dotato, sarà
la stessa capacità intuitiva a rendere visibile quanto ancora rimane
irraggiungibile. Nelle poesie di Michela Zanarella la sensazione visiva è
diversa da quella normale degli occhi, i colori sono come ravvivati da una luce
che non abbaglia ma ancora una volta esprime vita.
La
lettura attenta di ogni suo verso non può che emozionare, e trasmettere
solarità, ogni parola sprigiona carisma, una virtù speciale e personalissima di
questa “nostra” poetessa alla quale rivolgo un sentito plauso e un augurio sincero
per un ampio successo presente e futuro.
Susanna
Polimanti
Cupra
Marittima 21.10.2013
Recensione di Maschera, la nuova silloge poetica di Vincenzo Monfregola
Maschera
l’ultima silloge del poeta Vincenzo
Monfregola edita egoEdizioni è
una raccolta di poesie strutturata in diverse sezioni, ognuna rivelatrice della
disarmante semplicità dell’uomo-poeta Vincenzo Monfregola, il quale cresce e si
affina con versi che cantano la bellezza essenziale della vita, in tutte le sue più piccole sfumature, con lo
sguardo puro e limpido del suo cuore, parte integrante e preziosa in tutte le
sue liriche. Nella sua personale prefazione il poeta si descrive così: “ Non sono speciale, non lo sono per niente,
sono solo una persona che scrive su carta quello che sente”, in realtà, la
sua specialità è proprio quella di “essere”, essere se stesso senza mai
indossare la maschera della finzione e della convenzione, del nulla: Non ho mai nascosto/ il mio amore per la semplicità/ a nessuno. Lontano
dal rumore del quotidiano, egli ricerca
la libertà nei sogni, nello sguardo innocente di un bimbo, nel volo dei
gabbiani sopra l’azzurro del mare, quasi a toccare il cielo e i suoi angeli e,
mentre canta l’amore come fusione di anime, si ritira nel suo tempo silenzioso
che gli permette di assaporare ogni emozione del suo sentire, donandola al
lettore perché la custodisca gelosamente nell’anima:
È quando i riflettori sono
spenti/ che l’anima ritrova se stessa/ ritrova se stessa in silenzio.
La
sua poesia si avvicina con passo felpato, ha la grazia di stampe orientali,
sintetiche nello stile, vaste nelle prospettive; si affaccia alla natura e a
tutti gli esseri viventi con empatia nei suoi ritmi metrici e tecniche di
assonanza; predilige la forma libera, elastica, più atta a raccogliere i
complessi sentimenti della gioventù attuale, tuttavia la musicalità del verso
richiama il ritmo tradizionale, ricco di una bellezza quasi religiosa. L’intuizione poetica che scava sotto la
realtà apparente di ogni elemento viene espressa con linguaggio analogico, in perfetta
sintesi di pensiero e immagini, scopre e svela l’autentica essenza dell’essere,
nella operosità e nella vivacità, nella capacità di interessarsi e di godere di
una vita altrimenti insulsa nell’attesa della “nera” quale metafora del dolore e della fine di tutto.
La
bellezza di una poesia è determinata dal modo in cui il poeta sceglie le
parole, dalla sua abilità di combinarle e di giocare con i loro suoni e i loro
significati, Monfregola utilizza un
proprio significato connotativo, un insieme di emozioni, immagini ed effetti
che la sua parola è capace di evocare; le immagini sono inattese e permettono
di rappresentare il mondo interiore del poeta in modo originale e inedito.
Il
cuore è il luogo nel quale si cela la vera identità dell'uomo, la poesia di Vincenzo Monfregola riesce a scuotere
la sostanza e non l’apparenza.
Susanna
Polimanti
Cupra
Marittima 15/10/2013

Nella
sua silloge poetica “Per una strada”, pubblicata nel 2009, Emanuele Marcuccio descrive con “Il vascello nel mare in tempesta”(
Pag 25) la nostra realtà condivisa dove “la nostra vita
s’inabissa” vana, senza la guida della fede; un passaggio
terreno che scorre esattamente come un “orologio che ha lancette
sconnesse, ritorte” (Pag.70). In ogni sua opera, il poeta evoca la
figura divina che è in ogni memoria ed anima. Sono certa che dalla
stessa scintilla divina abbiano origine i suoi Pensieri Minimi e
Massime, Edizioni PhotoCity del 2012, una raccolta di 88 pensieri
che vanno ben oltre il cosiddetto aforisma, in cui con stile sobrio e
conciso Emanuele Marcuccio indica l’importanza non del traguardo
finale bensì della preziosità di ogni nostro percorso. Considerando
l’etimologia della parola greca aphorismós: definizione, è
riduttivo chiamare aforismi i pensieri contenuti in questa raccolta,
in realtà essi nascono dalla meditazione e dalla spontaneità del
poeta e si traducono in saggezza e lungimiranza, ricchi d’intensità
concettuale, di natura etica e sociale. Marcuccio si affida alla sua
personale sensibilità ed esperienza di vissuto per suggerire al
lettore una profonda riflessione su sentimenti e quella particolare
realtà che è oltre il visibile: “Chi si ferma alle apparenze, ha
gli occhi foderati dalle nebbie del pregiudizio” (N.87). Intensa e
precisa l’interpretazione del dolore e del silenzio che
s’identifica nell’arte stessa della poesia. Ancora una volta
ritroviamo lo scorrere del tempo, che è istante e il valore fugace
degli attimi di felicità che “ si perdono nella nebbia dei giorni,
si perdono nel vento degli anni” (N. 77).
Un’emozione,
un ricordo, un semplice particolare osservato con lo sguardo del
cuore, fanno scattare nel poeta la molla dell’ispirazione che si
concretizza nel desiderio di creare, comunicare le proprie idee ma
soprattutto esprimono il suo grande amore per la poesia; un’arte
che diviene forza liberatrice di emozioni che altrimenti rimarrebbero
intrappolate nella nostra anima. Con delicato e velato vigore la
poesia rischiara l’oscurità degli animi, dà voce ai silenzi
interiori, si trasforma in sondaggio all’interno della propria
esperienza di vita, ogni intensa emozione trasfigura, si connette con
la matrice profonda di ogni verso del poeta. Emanuele Marcuccio nei
suoi Pensieri Minimi e Massime non sermoneggia semmai permette al suo
cuore di esprimersi in assoluta libertà, con un distillato del
meglio di sé, con garbo e rispetto ci sprona a godere delle bellezze
nascoste della vita, richiamando la nostra attenzione a non perdere
nulla di ogni nostra esperienza. I suoi pensieri s’imprimono nella
nostra anima e suscitano emozioni e riflessioni profonde
sull’autentica accezione del nostro essere e la rilevante efficacia
dell’amore che rimane sempre “l’unica arma contro il dolore”
(N. 8). La breve ed illuminata opera di Marcuccio si mostra incisiva
ed efficace, evidente ricerca di evasione da una realtà
insoddisfacente verso il sogno, quale superamento figurativo dei
limiti della realtà e delle sue contraddizioni. L’ascolto
interiore con la complicità della fantasia esorta ad elevarsi.
Susanna
Polimanti

“ Tutto
è passato per una strada, luogo fisico, luogo dell’anima, che è
stato trasfigurato dalla mia sensibilità, dalla mia immaginazione,
che ho cercato di esprimere con la mia poesia”:
parole stupende ed essenziali, scritte da Emanuele
Marcuccio,
poeta palermitano, nella prefazione alla sua silloge “ Per
una strada”
- SBC Edizioni. La nostra vita è cammino lungo sentieri tortuosi e
lineari, un passaggio attraverso il tempo terreno. La poesia di
Marcuccio percorre età e stati d’animo differenti, una mescolanza
di presente e passato, ogni aspetto della sua realtà poetica è
profondamente legato a forti tradizioni artistiche e culturali della
sua terra di origine, nonché alla sua storia personale.
Definirei
Emanuele
Marcuccio
un poeta dallo stile arcaico, un’anima antica che predilige
l’essere all’avere, un attento ermeneuta alla continua ricerca
filologica; in ogni suo verso è estremamente tangibile l’amore per
la parola, la sua lirica palesa un’intensa spiritualità, ricorda
le antiche odi greche e latine. Memore delle prestigiose liriche
classiche, ai cui autori Marcuccio
dedica svariati canti, si fa mentore egli stesso, con parole ardenti
e passionali penetra tutto ciò che nel mondo è essenziale,
suggerisce coraggio ed infonde speranza. Una vena poetica di altri
tempi dunque, espressione
di affetti e sentimenti su temi come la patria, l’amore, la natura
e la libertà dell’individuo; egli manifesta nei suoi versi
emozioni che riflettono la contraddizione del proprio tempo in una
società moderna di massa, parole che respirano atmosfere di degrado
ed ingiustizie di un progresso pervaso dall’indifferenza verso ogni
creatura dell’universo, che siano animali, eventi o luoghi. La
dolce e malinconica consapevolezza della capacità distruttiva
dell’uomo si alterna e s’intreccia con voci comuni e tradizionali
in versi vivaci e coloriti. La sua lirica è echeggiante e pregiata,
pregnante di significati connotativi in un insieme di emozioni,
immagini ed effetti che la parola è capace di evocare. Imperante il
desiderio di un rifugio interiore che sfocia nella dolce catarsi
della poesia. Non a caso nella silloge “Per
una strada”
ritroviamo spesso il verbo “inabissarsi”, il poeta vive ogni suo
verso esattamente come specchio interiore, visione del mondo e mondo
essa stessa, secondo quel ritmo purificatorio che le ha impresso. La
sua opera è immagine pura della sua stessa integrità e fedeltà al
momento creativo originale.
Profonda
e costante la presenza divina la cui ispirazione è tracciato potente
e luminoso dell’evoluzione artistica di Emanuele
Marcuccio;
un poeta-musico, la cui poesia ritengo possa egregiamente essere
accompagnata dal suono di uno strumento musicale e magari cantata in
un suggestivo teatro, come affascinante può considerarsi la lettura
dei suoi versi.
Susanna
Polimanti

La cucina arancione: la novità
libraria di Lorenzo Spurio,
edito da TraccePerLaMeta Edizioni, è
una raccolta di venticinque racconti che reputo in tutta onestà, altamente creativa e singolare, nonché priva
di tratti comuni e contenuti banali. Lorenzo
Spurio delinea i protagonisti di ogni suo racconto quali consapevoli di una
realtà parallela, costruita con appassionante dialettica in una dimensione
paradossale dove ognuno narra la sua storia con struttura paralogica, un vissuto tra esasperazione del
pensiero e delle proprie fobie, tra psiconevrosi, idee deliranti, ossessioni,
paranoie ed anancasmi. La silloge
di Spurio
enfatizza contenuti emozionali ed istintivi che si annidano nei rapporti
sentimentali, nelle relazioni familiari, sociali e persino erotiche, risaltandone il senso di
profonda inquietudine e tensione che conduce ad una vera e propria distorsione
della realtà con atteggiamenti impudenti che passano dalla spensieratezza allo
sprezzo, pur tuttavia fortemente agganciati all’attualità di una società
“disagiata” dove cercano di sopravvivere figure dai caratteri emblematici con
fantasiose manipolazioni dell’identità.
Lo stile è fluido, linguisticamente
perfetto, si attiene ad un’accentuata ricchezza di termini ed il susseguirsi di
metafore pittoriche … “ Luisella intanto
era estasiata dalla veduta al di là del finestrino, dove si stagliavano nuvole
spumose e soffici che invitavano a spaccare il vetro per stendercisi sopra”, denota un notevole possesso della
lingua che, a differenza della maggior parte degli autori contemporanei, segue
l’onda del riflusso con restaurazione e ritorno alle vecchie grammatiche
normative. Con la sua narrazione Lorenzo Spurio tiene il lettore
incollato allo scorrere delle pagine fino alla fine, creando suspense con sensazioni
forti ed estreme, a volte dai tratti grotteschi ed ironici. Ogni racconto è pervaso
dalla decisa ed inconfondibile impronta del genio di questo giovane scrittore, dalle
spiccate doti inventive, lui stesso il narratore-personaggio che si diverte
con il suo stile particolarmente creativo e fantasioso ad interagire tra il suo
immaginario e la realtà nascosta ed oscura di ogni individuo. È sempre lui
infatti che seleziona dettagli che meritano l’attenzione del lettore nei
ritratti e nel seguito di ogni sua storia. Con immagini eccentriche e molto
colorite Lorenzo Spurio riesce ad
irrompere in quell’involucro invisibile che è la mente, indagando tra le
ossessioni del cervello per comprendere caratteri ed azioni di ogni singolo
personaggio. Se è vero che la mente non
si avvale sempre e solo di processi logici, occorre infatti studiarne la sua
soggettività ed intenzionalità. Certamente, al di là di ogni vissuto presente
nei racconti, chiara ed evidente appare l’insoddisfazione di un tempo attuale,
dove difficoltà e disagi si mascherano dietro a sentimenti di solitudine,
chiusura mentale ed ignoranza.
La cucina arancione , il cui titolo nasce
giusto da un racconto alla pagina 113,
ci ricorda Jorge Luis Borges per
i suoi temi sul filo delle realtà parallele del sogno ed il grande Edgar Allan
Poe con le sue narrazioni gotiche impregnate di ossessioni ed incubi
personali. L’equilibrio del paradosso
viene trattato e raccontato da Spurio
in un sovvertimento di regole, con intensa fantasia ed estrosità.
La cucina arancione è sicuramente
un testo da leggere con estrema attenzione, perché sfogliando le sue pagine ci
troveremo sempre di fronte l’effetto totale dell’inatteso. All’autore ed amico Lorenzo Spurio porgo i miei più vivi complimenti per questo suo nuovo libro,
incitandolo a proseguire il cammino nella sua produzione letteraria mantenendo
sempre forte la sua vena artistica così spontanea ed efficace.
Susanna Polimanti

Donna Ferula di Maria Cinus - CF Edizioni, non è semplicemente un libro
autobiografico bensì un’autentica narrazione di sé, è un ritorno
dell’autrice a se stessa, alla conoscenza e nostalgia di sé, dei
luoghi dell’infanzia a lei cari, della sua terra di origine: la Sardegna,
dove ritorna, proprietaria della vecchia casa ristrutturata,
ereditata da sua nonna. Il racconto inizia e coincide con un momento
ben preciso, legato al ritrovamento di un “piccolo quaderno con la
copertina consunta”, tra le sue pagine “un fiore secco” di
ferula e di “una foto in bianco e nero un po’ ingiallita e coi
bordi sfrangiati”; ritratte nella foto, due giovani donne: la zia
Caterina e sua cugina Francesca Ferula. Scorrendo la lettura si
scopre una storia straordinaria nella memoria storica della zia
Caterina, che concede a sua nipote di ascoltare e ripercorrere il
passato; le sue parole fanno rivivere consuetudini ed emozioni
infantili della scrittrice che, costeggiando ed esplorando sentieri
ricchi di sapori, odori ed intime sensazioni, rivive la sua terra con
il suo particolarissimo dialetto ed i suoi antichi costumi. Maria
Cinus parla dell’isola come un’eroina romantica, con estremo
coraggio affronta il tema della nostalgia per quella ricchezza
affettiva, nonostante le difficoltà quotidiane dettate dalla
povertà della sua gente. Lo stile è fresco, pulito, molto
scorrevole, con estrema semplicità l’autrice attrae il lettore
nella descrizione narrativa, nell'attenzione alla resa delle
espressioni e dei dettagli in un insieme di elementi minuziosi e
raffinati che realizzano un preziosismo quasi pittorico.
Il
tema dominante della narrazione è l’amore nostalgico, che ritorna
con incalzanti sequenze di flashbacks e
non riesce a spezzare il legame che si è creato con quel mondo così
lontano e diverso ma allo stesso tempo così vero e profondo. La
scrittrice non fa economia di sentimenti; nel suo libro si percepisce
forte la presenza delle sue emozioni legate alla sua terra, la
tormentata volontà di avere di nuovo quello che si è perso e che
non è possibile rivivere nell'ambiente attuale. La nostalgia
percepita tra le righe del suo racconto è condivisibile per chiunque
viva lontano dal suo paese di origine e diviene a tratti malinconia,
tristezza, assenza di qualcuno ma, nello stesso tempo coraggio, a non
lasciarsi sopraffare da tale struggimento e piacere nel mantenere in
vita ciò o chi non esiste più, è lontano o non può tornare se non
con la potente arma dell’amore.
Conosco
personalmente la scrittrice Maria Cinus da poco tempo, pur avendo già
percepito la purezza e la profondità del suo cuore, leggere il suo Donna Ferula è
stato per me come sfogliare le pagine più profonde di un’anima,
capace di tradurre ogni parola in immagini vivide e affascinanti. Il
racconto che la Cinus ci presenta travalica il suo tempo presente e
stabilisce una continuità tra passato, presente e futuro,
affidandone la custodia alle donne, principali protagoniste di questo
libro. Altro elemento incredibile è la coincidenza della parola
ferula, oltre ad essere il titolo stesso del libro quale cognome
della maggiore protagonista, di fatto è anche il nome che distingue
la pianta erbacea tipica della Sardegna con il suo “fiore giallo a
forma di ombrello”; non a caso una pianta che “cresce nei prati e
nei terreni aridi, dove ci sono le pietre”. La nostalgia della
scrittrice nel dolore del ritorno diviene amore intenso e
assolutamente spontaneo nella sua memoria; lo stesso amore che la
ricondurrà ancora sulla sua adorata isola e basterà allora “girarsi
verso il cancello” e ritrovare “le due grandi querce che sono lì
da anni, immote sentinelle, mentre la sua vita si svolge altrove”.
Susanna
Polimanti

Quello
che resta di Francesco Casali- Koi Press (2013)
è il secondo libro dell’autore. Dopo Niente da nascondere,
ancora una volta Casali riesce a stimolare sensibilità
ed attenzione nel saper cogliere il particolare soggettivo, che
svolge con la sua unitarietà di genere letterario sulla trattazione
del dolore psichico, nel senso più vasto della parola, raggiungendo
gradualmente gli aspetti più salienti del disagio nella vita
interiore dell’individuo e di quel particolarissimo dolore
emozionale derivante da stati affettivi complessi, sottolineati dalla
sua brillante e profonda formazione esperienziale. In questa sua
opera Francesco Casali tocca i precordi, esaminando nel vivo temi
quali la disperazione, la rabbia e la depressione che derivano dalla
separazione e dall’abbandono per la perdita di un figlio, la
sofferenza fisica che si nasconde dietro un disagio mentale ed una
vulnerabilità cognitiva; la scelta di una decorazione
corporale quale il tatuaggio come formazione, rinforzo o cambiamento
di un’identità che spesso diviene espressione di un conflitto di
processi intrapsichici; il suicidio quale ultima spiaggia,
nell’incapacità di accettare e donare amore; la possessione e
vessazione diabolica quali eventi osservati e vissuti dal punto di
vista teologico, con autentici riferimenti a sacerdoti esorcisti, o
inspiegabili e dunque, studiati scientificamente a livello
medico-psichiatrico. Quello che resta è
un’opera di mediazione e psicologia transpersonale dove
risalta l’ingegno analitico dell’autore che esamina,
sviscera, commuove e coinvolge, tra equilibri fortemente controversi,
dove le parole convivono con riferimenti in lingua, citazioni ed
esperienze dirette di noti psicologi, psichiatri, assolutamente
indispensabili per la narrazione di temi assai delicati.
Lo
stile è nitido, estremamente scorrevole, peculiare. Francesco
Casali adotta un metodo efficace che supera la semplice scrittura
di contenuti, rendendo l’esposizione fine e garbata, propria dello
psichismo dell’autore, un’innata sensibilità a livello mentale
ed individuale che con molta diplomazia e profondità di contenuti si
riversa nella conclusione del suo libro, rivelando la vera
ineluttabile consapevolezza del dolore che la vita stessa comporta e
nel valore di contrapposizione che il sentimento dell’amore
universale può risolvere se non totalmente almeno in buona parte.
Tra le righe si respirano le motivazioni più subdole che anche il
noto dolore del ritorno, la nostalgia, fa degenerare con sintomi
nascosti in un incipiente disagio che ci allontana dalle emozioni più
vere ed autentiche del nostro io, tanto da trasferire qualunque
nostro vissuto nel mondo virtuale dei Social Network, evitando
così di affrontare direttamente l’effettivo contatto di relazione
interpersonale.
Trovo
molto interessante anche il fatto che Casali abbia una
capacità innata nel narrare episodi di dolore reale e non fittizio,
anche laddove l’individuo rischia di divenire per se stesso il
primo inimicus homo, lasciandosi sopraffare dal suo stesso
dolore, rifiutando l’accettazione che questa impietosa sofferenza
fa comunque parte del nostro essere uomini, nessuno potrebbe mai
cancellarne i conseguenti effetti di afflizione e disperazione,
semmai dovrebbe cercare di raggiungere tramite il dolore una qualche
soglia di verità, che avvicina ogni individuo ad uno stato mentale
di equilibrio e saggezza.
Concludo
la mia recensione al bellissimo libro Quello che resta con
queste poche parole di Siddharta,, dove Hermann Hesse così ha
scritto:« E tutto insieme, tutte le voci, tutte le mete, tutti i
desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male,
tutto insieme era il mondo. Tutto insieme era il fiume del divenire,
era la musica della vita.»
Susanna
Polimanti

Niente
da nascondere
di
Francesco Casali
è realmente un libro fuori dal coro. Grazie alla sua attività di
educatore professionale che, quotidianamente svolge con pazienti
affetti da disturbi psichiatrici e della personalità, con disagi
psicosociali più o meno gravi, l’autore in questo suo romanzo
saggistico dialoga con il lettore, scrive e descrive, argomentando
una realtà che “esiste” concretamente. Senza alcun artificio,
trucco o finzione, egli sconfina oltre le sue esperienze positive o
negative che lo hanno in qualche modo segnato, sottolineando e
diseppellendo con elementi di minuziosa psicologia dinamica, il
potenziamento delle capacità espressive e creative dei soggetti
descritti, al di là del loro disagio psichico, alla ricerca di una
maturazione interiore verso la continuità di forza e coraggio in
ogni situazione drammatica. Niente
da nascondere
inizia con un primo abstract
che
riassume l’importanza dell’argomento trattato: il dolore, in ogni
sua sfaccettatura, attraverso caratteri e personalità distinte,
oltre ai protagonisti con storie complesse di un vissuto intenso,
l’autore si occupa anche di pulsioni, desideri e debolezze tipiche
di ogni individuo della nostra società. Egli ci parla del dolore
silenzioso, che rimane impigliato negli oscuri tunnel dell’anima,
un’interpretazione del dolore legato alla dinamica del ricordo per
la perdita fisica di un affetto, di uno stress, dei tanti problemi di
adattamento in una società che muta troppo velocemente, attribuendo
al dolore conseguenze che, se ignorate possono realmente trasformarsi
in una profonda voragine, in un prolungato abisso in cui sprofondano
sentimenti ed emozioni. Le parole che Casali utilizza sono importanti
perché analizzano il senso del dolore che non deve essere
dimenticato né accantonato ma vissuto fino in fondo, a volte
necessario perché addirittura liberatorio. Il dolore inteso quale
solitudine, perdita di un ruolo sociale, senso di colpa e
consapevolezza di essere incappati in un qualche errore, che conduce
alla fuga, generando persino una percezione di ostilità occulta
negli altri. L’autore affronta l’argomento avvicinandosi ad una
particolare ”sociometria”, quale interpretazione della capacità
empatica, rivelando così coraggiosamente le verità più intime dei
personaggi, le loro insicurezze, le loro paure più vere. Francesco
Casali si serve della sua ironia analitica come una lente per meglio
scrutinare il male dell’esistenza ed indagare nella psiche umana.
Evita di dispensare consigli, bensì privilegia evidenziare il suo
personale approccio di educatore professionale e la sua esperienza
diretta sul tema.
Lo
stile del libro è brillante, graffiante, pungente, molto immediato e
diretto ma, ad un tempo, tenero e sottilmente impregnato di
sentimenti forti e contrastanti; elaborato con profondo pathos
ma soprattutto con precisa cognizione di causa. Attraverso la sua
esposizione si percepisce il carattere versatile, eclettico ed
estremamente sensibile dell’autore stesso, che si palesa parlando
di quanto, talvolta, sia difforme l’immagine che ognuno ci propina
di sé e della propria realtà riflessa e diffusa soprattutto nella
società attuale; “l’immagine, l’apparenza, la menzogna” che
ci rendono “splendidi personaggi di se stessi” quando viviamo
“splendidi siparietti” nella “casa delle menzogne”, e così
facendo, viene occultato un proprio disagio che non è fisico, bensì
mentale e spirituale. Francesco Casali racconta e si racconta per
combattere tutti i pregiudizi che ruotano intorno al nostro mondo e
con il suo libro analizza con precisione quali, in fondo, possano
essere le alternative e possibilità che ognuno ha per ritrovare la
pace interiore che non sia solo fittizia e non ci renda normalmente
così “biecamente felici”. Leggendo questo romanzo, sorge
spontanea la domanda: perché dunque considerare pazienti e malati di
mente unicamente coloro ai quali viene diagnosticata una malattia
mentale, perché fermarsi nel ritenere che solo in un ospedale il
dolore è di casa e dunque non fuori luogo? Troppo spesso siamo
portati a pensare che il ricordo di una sofferenza fisica svanisca
più facilmente di quella psicologica. Questo libro mette in risalto
un tema complesso e scomodo, al di fuori dalla normale fisicità, in
realtà il dolore è maggiormente assordante, perché silenzioso.
Niente da nascondere è
un bellissimo libro, di notevole interesse etico; il suo messaggio è
importante, diretto ad una differente solidarietà e comprensione,
per una ricerca personale verso una permeabilità al vissuto degli
altri ottenendo di essere più ricettivi nei loro confronti e verso
noi stessi.
Sono
solita credere che una semplice recensione non basti ad illustrare
l’argomento trattato in un’opera letteraria ed in questo caso,
più che mai, sento il dovere di informare il lettore che Niente
da nascondere
va semplicemente letto con estrema attenzione. Ogni passaggio da un
capitolo all’altro affascina e trasporta verso la netta
consapevolezza che, anche nei peggiori casi di dolore, dovuti a
sofferenza mentale, ad un lutto o un abbandono, esista sempre una
sola via d’uscita, dettata dall’amore e da un’autentica ed
individuale presenza emotiva. La lettura di questo romanzo stimola la
riflessione circa il valore della condivisione empatica in ogni
nostra relazione umana.
Susanna
Polimanti

Ritorno ad Ancona e altre storie di Lorenzo
Spurio e Sandra Carresi, edito da Lettere
Animate raccoglie tre racconti molto belli e di ottima qualità. I racconti
sono distinti tra loro da un proprio titolo, eppure leggendoli uno dopo
l’altro, sembra quasi che tra essi ci sia una continuità, senza dubbio merito degli
autori, che li hanno scritti con
trascinante intensità di sentimenti. I temi trattati sono comportamenti e stati
d’animo di ordinaria esistenza, quali l’amore, il dolore, le speranze, le
debolezze ed ogni loro conseguenza nei confronti degli altri. Ogni racconto
stimola la riflessione e il coinvolgimento del lettore, la loro narrazione si
fonde perfettamente con esperienze di un vissuto comune a molti. Lo stile del
libro è molto scorrevole, colmo di grazia, dolcezza e in particolare, rispetto.
Si passa da momenti morbidi con precise emozioni dei personaggi, i cui caratteri sono
descritti con dovizia di particolari, a docce fredde di cruda realtà che
stimolano a proseguire la lettura con vivo interesse. Sono rimasta molto
colpita dallo stile dei due autori che sono stati in grado di scrivere un libro
a quattro mani senza la benché minima imperfezione. Ritengo che solo due
persone molto affini e profondamente amici possano riuscire in questo intento.
Il mondo delle emozioni descritto in
questo libro in maniera così spontanea ed appropriata può risultare per il lettore, lo sprone giusto per stimolarlo ad
andare avanti nelle più complicate fasi di vita, rendendolo più forte e vitale.
Porgo agli autori Lorenzo Spurio e Sandra Carresi i miei più vivi
complimenti per il loro Ritorno ad Ancona e altre storie,
auspicando altrettante opere di certo success
Susanna Polimanti
Vincenzo Monfregola: Un amico, un poeta-pittore, un'anima sensibile!
Vincenzo
Monfregola,
un giovane poeta d’indubbia qualità. Si avvicina all’espressione
poetica in seguito ad una profonda riflessione che ha origine da
tappe personali di un percorso adolescenziale non del tutto facile,
dovuto ad una crescita in un “aspro” quartiere di Napoli.
Vincenzo non si perde d’animo e con determinazione si fa strada tra
le tante difficoltà, riesce quindi ad avviare le prime esperienze
lavorative, maturando a poco a poco la sua naturale predisposizione
verso le materie umanistiche, sollecitato dal desiderio di aprire il
cuore e dialogare con il mondo a suon di versi. Pertanto, già
giovanissimo inizia il suo cammino di poeta, guidato in particolare
da una sana educazione familiare, ricca di aspetti affettivi genuini
e disciplinati, in breve tempo sviluppa sentimenti empatici verso i
valori più importanti della vita, quali la solidarietà e l’umanità
verso i più deboli, l’amicizia, l’amore ed infine Dio, che sente
presente in ogni suo sguardo verso le bellezze naturali che lo
circondano e dentro di sé.
Pubblica
nel 2001 la sua prima silloge:Nel
tempo dei girasoli
(Edizioni
LER), nel 2012 Follia
(Edizioni
R.E.I.) ed ancora, una raccolta di poesie con vari autori: Ruvido
d’inchiostro(
Rupe Mutevole). Riceve premi e riconoscimenti letterari in vari
concorsi.
Tanti
i temi trattati da Monfregola
e su tutti domina il desiderio di liberarli e di lanciarli
letteralmente nell’universo attirando l’attenzione verso
sentimenti forti e contrastanti propri di un’anima sensibile. Nei
suoi versi ritroviamo delicati e profondi aspetti sociali che
disturbano e condizionano la libera espressione di ogni età; affetti
familiari legati al passato e a presenze indelebili nella sua
memoria; amori vissuti e sentimenti non corrisposti; pura essenza di
un’anima che plasma le immagini. Nel susseguirsi dei versi, la sua
penna, dapprima sfiora la terra con i suoi fiori: ortensie dalle
“sfumature
e fragranze delicate” e
girasoli dai colori forti ed imponenti, alberi con foglie su cui lo
sguardo del poeta si posa come su “tele
pregiate”. Le
emozioni via via maturano e la sua poesia s’innalza e spicca il
volo per arrivare ad afferrare il cielo ed ogni suo tratto di vita
che, come “inquilini” visibili ed invisibili trascendono le
possibilità umane perché elevati e al di sopra della realtà
oggettiva. Ed ecco, è qui che incontriamo la vera essenza di
Monfregola,
un’anima in grado di assaporare immagini di gabbiani che volano
“oltre
la vita”,
stelle e luna che brillano come “stoffe
di seta”
perché impreziosite dagli angeli. Leggendo le poesie di Vincenzo ho
notato in particolare un tema ricorrente: il tempo. Un tempo che
scorre inesorabile e non si ferma, fugge via lasciando “pagine
ingiallite” che
come “sinfonie”
rievocano le memorie del passato, che non ritorna ma che tuttora è
presente nel suo cuore, un passato che non si riesce a controllare e
che solo la fede in Dio riaccende, colorando di dolce melanconia e
velata nostalgia anche i più terribili dolori.
La
poesia di Vincenzo
Monfregola
è dolce, carezzevole, delicata come i petali di un fiore, volano via
al primo soffio di vento ma lasciano ovunque nell’aria il loro
profumo. Versi che entrano nel cuore in punta di piedi, senza far
rumore, emozionano e stimolano i sogni. Ogni sua poesia si fonde nel
suo abbraccio, che è universale e spalanca le porte del cuore per
suggerirci il significato di un volere divino, che traccia il cammino
di un vissuto e “…
inizio e fine, indipendentemente dai percorsi scelti… scorrono
nella clessidra del tempo”.
Un Dio che dispone dunque, con il suo amore come unico strumento
valido, chiedendoci di affidarci e confidare in Lui.
Amo
definire Vincenzo quale un pittore-poeta, che riesce a cogliere
l’attenzione del suo lettore comunicando un’arte di vivere basata
sull’amore universale, che governa e regola ogni nostra emozione ed
ogni nostro diverso sentire. Trovo che ogni suo verso è preghiera,
breve, leggero, evanescente e romantico, nella sua lirica noi tutti
ci siamo. Ogni scatto ci appartiene, le parole catturano il cuore ed
il nostro essere, perché ispirato dalla tenerezza e dalla semplicità
di un giovane poeta che già ritengo essere un vero talento della
poesia moderna.
Susanna
Polimanti

Odore
di bimbo- La storia di Chiara
di Giovanna Albi (Robin Edizioni) è un libro eccellente, come pochi
altri nella nostra letteratura contemporanea. Ci accompagna nella
lettura Chiara, protagonista e custode di sensazioni, pensieri ed
anime; con immagini chimeriche, argutamente ironiche, ci guida lungo
i sentieri della memoria fin “nei sotterranei dell’io”, in
quello che lei chiama un “castello”, in realtà la vita,
osservata con sguardo maturo e volutamente distaccato dove si
affacciano anche tutti gli altri personaggi del suo vissuto. Ad
esprimere determinati meccanismi psichici e fantastici, Chiara
rievoca figure della letteratura, della filosofia e della mitologia
classica, che si prestano nella sua brillante fantasia per un’analisi
accurata di uomini e donne, in particolare dell’uomo che non ha mai
smesso di amare, al quale attribuisce un “ odore di bimbo”, che
sa di borotalco ed ha il piacevole gusto di un biscotto Plasmon.
L’odore risveglia in lei associazioni, emozioni e ricordi di un
tempo ormai perduto che influisce sul suo modo di agire
indipendentemente dalla sua stessa ragione. Ripercorrendo a ritroso
le fasi della sua infanzia ed arrivando alla maturità, c’imbattiamo
nei personaggi a lei vicini, familiari, amici e colleghi e di ognuno
ci fa assaporare una descrizione minuziosa e raffinata, a volte
persino simpatica e divertente.
Un
tema ricorrente nel libro è l’inadeguatezza e l’inibizione di
un’errata psicoanalisi, Chiara l’ha testata su se stessa e la
sconsiglia come terapia totalizzante, spiegando i rischi di
un’analisi condotta a senso unico che può far perdere la persona
reale, esistente e vivente, annientando la stessa anima che
necessita, al contrario, di esprimersi in ogni suo più recondito
aspetto.
Lo
stile della scrittrice è erudito, elegante, dolce e crudele in
alcuni passi, dal sapore gradevole e piccante in altri. Il ritmo
analitico della sua scrittura è veloce e lento ad un tempo. La Albi
rettamente utilizza le sue facoltà intellettuali e morali,
servendosi con accurato discernimento ed onestà delle proprie
conoscenze. È sicuramente uno stile non semplice per chi a digiuno
di un vasto patrimonio culturale ma la lettura ne rappresenta
comunque uno stimolo per una precisa e fruttuosa riflessione. Odore
di bimbo – La storia di Chiara è
un piccolo capolavoro d’ introspezione psicologica ed intimistica.
Senza
alcun equivoco lo definirei un saggio di psicologia umanistica in
formato ridotto, chiunque nelle pagine della Albi può letteralmente
leggere se stesso, condividendo con la scrittrice la sottile critica
nei confronti del troppo razionalismo e della perdita di quei
sentimenti di amore, lealtà e correttezza che tendono ad impoverire
l’essenza dell’uomo. A tale riguardo la Albi scrive: “Una
persona d’eccezione in questo tempo di deserto emotivo e di
anaffettività generalizzata dove ciascuno guarda il suo hortus
conclusus
e quello dell’altro solo per invidia malefica”. Un libro che ci
tocca tutti nel profondo, perché ogni individuo può preferire di
rimanere nel proprio “castello” e spingere la propria emotività
in uno “sgabuzzino” se recepita dal mondo esterno unicamente come
elemento di disturbo e di fragilità caratteriale. In realtà Chiara
dimostra coraggio e spiccata intelligenza emotiva.
La
storia della Albi fa dialogare mondi diversi ma contigui, tra le
righe scopriamo pensieri, emozioni e giudizi che appartengono a tutti
ed un valido messaggio: trionfa sempre l’amore, in ogni sua
sfumatura, l’amore indissolubile verso un figlio, l’amore per il
proprio uomo.
A
Giovanna Albi rivolgo tutta la mia più profonda ammirazione, anche
per l’effetto di curiosità che lascia nel lettore, voluto
espressamente dalla sua abile penna. Ritengo quanto mai appropriate
le parole di Joseph Conrad, il quale scrisse: «… si scrive
soltanto una metà del libro, dell'altra metà si deve occupare il
lettore.»
Susanna Polimanti

Solarium
perlato
di Stefano Festi, pubblicato nel 2007 con edizioni Il
Filo,
è un’opera che raccoglie molto più che semplici poesie, si tratta
di un vero e proprio componimento lirico, non a caso definito
“canto”, con espressioni impegnative e limpide ad un tempo.
Attraverso i suoi versi l’autore esprime i moti dell’anima
dispersi in una natura armoniosa, melodica, natura che circonda una
realtà che commuove il cuore e l’immaginazione. Un poesia della
natura, della vita e dell’amore dunque, in cui l’autore si lascia
andare alle emozioni ricercandone una particolare intimità in una
natura che diviene un tempio , quale origine: “… di un Dio che
creò il Tutto e il niente” e quale destino di un’anima: “…
In un Luogo diverso, che non è la Terra”. Ecco allora che ci si
affida ai sensi e alla contemplazione di una spiritualità in quanto
segno della vita che continua e che, per essere amata e vissuta,
trova in se stessa ragioni sufficienti. In ogni verso corrono e
s’intrecciano suggestioni foniche, l’oltre-cielo e l’oltre-tempo
ci propongono molto più di una straordinaria capacità espressiva
del poeta, bensì una sua manifesta predisposizione nel captare
sensazioni sottili e misteriose. Un
altro elemento essenziale della poesia di Festi sono i colori, dove
dominano il Blu ed il Celeste, i colori dell’anima, della pace e
dell’armonia. Mi ha colpito l’immagine dell’Albatross che ha
enormi ali rispetto al suo corpo e vola sopra l’oceano ma, quando è
tra gli uomini la sua sensibilità è un impaccio e lo rende
incompreso. Leggendo la poesia di Stefano Festi ho ripercorso nella
memoria i versi di Charles Baudelaire nelle sue Corrispondenze,
dove la poesia può rivelare l’essenza dell’universo ed il suo
linguaggio segreto, così come ho ricordato il grande Montale, per il
suo messaggio del soffrire e reagire quale misura della sincerità di
un poeta.
In
Solarium
perlato è
come affondare lo sguardo in un quadro, non c’è momento, non c’è
sfumatura che il critico non sappia cogliere con l’intensità e la
lucidità che una poesia impegnativa richiede.
Il sogno dei sogni di Raffaella Brignetti
Il libro Il sogno
dei sogni è una rivisitazione della
parte più intima dell’ essere umano: il sogno
che l’autrice interpreta sia visibilmente che interiormente, affidando
la sua immagine ai protagonisti della narrazione: una bambina, Benedetta, che
più degli altri vive il sogno con gli occhi dell’innocenza, non conoscendo
ancora la complicata realtà del mondo in cui vive; una donna ed il suo amante
che s’incontrano su una scogliera con lo sguardo rivolto all’immensità del
mare, che non ha limiti; un vecchio marinaio che per vivere è costretto a
trasportare i turisti, per lui insopportabili perché non hanno alcun rispetto
per la natura e il mare stesso, pur di divertirsi.
Il vero protagonista in assoluto
è senza dubbio il mare e il suo vissuto, lo sfondo essenziale ed elemento chiave
nella storia, intorno cui i personaggi vivono i loro sogni che s’intrecciano
persino con la fauna marina: Tuffolo Bianco, un uccello acquatico e la Lepre di
Mare, un mollusco.
In ogni pagina risalta sempre “il
sogno” inteso come esperienza soggettiva ed irripetibile che scruta i segreti
dell’inconscio, quasi un volere e non riuscire a “pescare” in noi l’isolamento dall’ambiente
in cui si vive, la cruda realtà, nascosta sotto la coltre del quotidiano. Nel
suo libro, l’autrice Raffaella Brignetti sottolinea l’importanza dei sogni che
equivalgono ad un viaggio nella parte più oscura del nostro essere che
difficilmente riesce a manifestarsi nella realtà del quotidiano di ogni
individuo.
Lo stile del libro è una prosa
essenziale, molto poetica. In alcuni punti la scrittura diviene dura, corrosiva
e molto complessa ma ricca di pathos. Tra le righe signoreggia l’amore
dell’autrice non soltanto per il mare, bensì per tutta la natura che lei riesce
a rendere viva e parte integrante del racconto. Una lettura consigliata a
quanti hanno la capacità di vivere il respiro di ogni cosa intorno a noi
attraverso lo sguardo attento di Raffaella Brignetti che trasferisce ogni sua
piccola emozione verso il senso stesso della vita, passando per la “pura”
sopravvivenza di ogni specie nell’intero Universo, ricordando a tutti noi che
il vero sogno è quello che abbiamo dinanzi agli occhi tutti giorni ma
solitamente sfugge alla nostra osservazione.
Il sogno dei sogni, una lettura che esplora l’inconscio e lo rende
libero con la spontanea ed autentica espressione del sogno.
Susanna Polimanti
INTERA
INTERA: un libro ricco di emozioni e intensità poetica che risaltano doti di innata capacità creativa e di analisi dell'autrice. Una descrizione rispettosa ed accurata di donne differenti l'una dall'altra, che si raccontano con profondità di sentimenti e con dettagli intimi e passionali. Ogni singola personalità e vicenda sono espressione pura di realtà vissuta. Tra le righe traspare la parte più tenera e dolce che appartiene ad ogni donna, al di là della propria vita, dei molteplici aspetti e delle proprie intime fragilità; donne che vivono esperienze e fasi di vita diverse, in momenti storici e sociali ben distinti ma con un percorso condiviso, carico di aspettative e sogni.
Le protagoniste di questo libro non rimangono intrappolate nella fredda esteriorità delle cose ma giungono tutte alla loro più intima espressione femminile per riunirsi in un'unica donna che nella sua più totale “interiorità-interezza” diviene donna autentica.
Susanna Polimanti
Perché scomodare l'universo?: un romanzo da leggere con intensità emotiva, apertura mentale e particolare attenzione, esattamente come la sua stessa autrice Barbara Giorgini ha espresso in ogni sua riga.
Nel leggerlo ho trovato un'esposizione ben articolata e delineata in ogni immagine dei suoi protagonisti, che divengono “custodi” delle proprie percezioni e degli attimi vissuti nel profondo dell'anima. Una penna elegante e scorrevole quella della scrittrice,che instilla nell'animo del lettore il desiderio di migrare verso gli spazi cosmici. Ogni personaggio descritto affronta un suo viaggio interiore, per mezzo di energie mentali o ricorrendo alle forze del desiderio, che poi ognuno è in grado di realizzare attraverso la manifestazione di pensieri positivi che si disperdono nell'universo, regolando l'equilibrio personale tra l'essere e il divenire.
Sara, una delle protagoniste del romanzo, sarebbe sicuramente d'accordo con me che, giunta al termine della lettura ho assaporato il piacere e la certezza di aver scoperto nelle sue particolari “note” un'identità fortemente spirituale e sottilmente percettiva.
Susanna Polimanti
Ho letto il libro “ Le parole assassine” di Maria Antonietta Pirrigheddu nel 2009. Recentemente l'ho letto di nuovo e ogni volta ho scoperto qualcosa in più. Attraverso i racconti contenuti in questa sua opera, la scrittrice ci apre, con estrema delicatezza, alcune porte solitamente chiuse per la maggior parte di noi. Avvalendosi di metafore e similitudini di chiaro effetto stilistico, la narrazione di ogni racconto rende reale persino l'irreale, nella rievocazione di personaggi realmente esistiti, mitologici o semplicemente frutto della fantasia della scrittrice, si ha l'impressione di essere fisicamente trascinati in un “altrove” sconosciuto, intorno cui girano le parole pensate, dette o taciute.
Una raccolta di incredibili storie che rapiscono l'attenzione del lettore e lo costringono a riflettere sul vero significato di ogni nostra parola.
Mistero e fantasia dunque, ma anche l'effettiva visibilità di una personalità poliedrica della stessa scrittrice, che ho avuto la fortuna di conoscere in profondità grazie e soprattutto tramite le sua opera.
Maria Antonietta Pirrigheddu non è soltanto una valida scrittrice, è soprattutto un 'Artista! La sua espressione artistica infatti, non riguarda unicamente la scrittura ma spazia nella pittura e realizzazione di oggetti in vetro e ancor più si eleva nelle sue straordinarie interpretazioni come attrice teatrale.
Ritengo che questa scrittrice sia una donna dal molteplice ingegno e dalla personalità fortemente sensibile e carismatica. Il suo libro “Le parole assassine” ne è la piena conferma.
Susanna Polimanti
Da leggere tutto d'un fiato!
Dalla cavità del suo cuore la scrittrice Maria Lampa ci racconta delle sue esperienze di vita; le emozioni s'intrecciano come tessuti muscolari e le sue parole rotolano come perle in ogni sua pagina, al ritmo di vere e proprie pulsazioni, pompando sangue nell'albero della vita di ognuno di noi. Con il suo libro l'autrice ci svela il vero ed autentico segreto dell'anima. Tutti noi abbiamo delle chiavi personali per aprire e varcare le porte del nostro mondo interiore, Maria ha trovato la sua chiave d'oro facendone dono a tutti i suoi lettori, nutrendo il tessuto cardiaco dell'amore universale: filo conduttore di questo libro . Il cuore: organo essenziale per la vita di tutti.
Il valore nelle orme del cuore, un libro profondamente ispirato da un'anima spiritualmente elevata. Leggerlo sarà come respirare una boccata di aria fresca e profumata.
Susanna Polimanti
La colpa di scrivere di Anna Laura Cittadino
PER ACQUISTARE IL LIBRO SCRIVERE A annalauracit@libero.it
Arthur Schopenhauer ha scritto: “Lo stile è la fisionomia dello spirito”.
Il romanzo La colpa di scrivere è un’autentica testimonianza della passione per la scrittura, propria della scrittrice Anna Laura Cittadino. Il suo stile è impeccabile, preciso, senza retorica. Il romanzo ha una notevole capacità di coinvolgimento, esercitando sul lettore un potere quasi ipnotico. La protagonista Nina ci prende per mano e ci guida attraverso il suo difficile cammino, spingendoci ad immergerci nel suo grande amore: un sentimento vero e totalizzante, ma difficile in quanto clandestino.
Un amore inteso come specchio spirituale e come via verso la conoscenza e l’arte della scrittura. Le descrizioni incantano, come dipinti divengono veri e propri personaggi e si fondono con la trama del romanzo. La natura effettiva ed espressiva è lo sfondo tratteggiato sul quale si disegna l’anima della protagonista che diviene in alcuni punti, genuina poesia.
«Lui aveva abitato il mio cuore ed era il luogo più bello che la mia memoria conservasse»… « Ma l’amore non si sceglie , non è un abito con cui vestire il cuore»… In queste frasi ho ritrovato la mano della vera essenza spirituale dell’amore, vissuto e consumato fino in fondo, ma che sottolinea i suoi valori più profondi anche quando il tradimento finale ci palesa il risentimento dell’anima di Nina e di quella sua parte creativa e disincantata sul mondo.
Il romanzo di Anna Laura Cittadino è un valore aggiunto per il nostro patrimonio culturale, un dono per la collettività, un esempio di scrittura sentita, preziosa che avvicina ogni lettore al mondo interiore dei sentimenti, dei desideri e dei sogni.
Con questo romanzo la scrittrice è riuscita a trasmettere con coraggio anche la realtà più nascosta di una società, a mio avviso, di ogni tempo: l’ignoranza, da intendersi anche come superficialità e malignità, oltre dunque il suo significato etimologico di “non conoscenza”.
La storia descritta nel romanzo rappresenta dunque una completezza di sentimenti che appartiene ad ogni individuo e che può essere superata ritrovando in noi la capacità di superare i limiti imposti dal mondo esteriore per raggiungere la vera libertà di espressione spirituale.
Considero questo romanzo come un vero e proprio dono, una trascrizione valida per ogni personale lettura di vita.
Susanna Polimanti
Pane per l'anima di Anna Laura Cittadino: Un libro molto commovente, delicato, dallo stile caldo e avvolgente, particolarmente toccante in ogni suo tratto. Un racconto intenso ed evocativo, nasce dalla profondità dell'anima e fa scivolare gli occhi di riga in riga nel percorso psicologico di uno straordinario e prezioso rapporto tra padre e figlia che risalta in particolare il rispetto di un'educazione di altri tempi, mai scontato né banale. Immergendosi nella lettura di queste pagine, inevitabilmente siamo portati a fare i conti con i più reconditi sentimenti nascosti nel nostro cuore; il tono estremamente dolce di Anna Laura che ripercorre attraverso i ricordi l'immagine dell'amato padre, rende chiara e percepibile ogni nostra emozione che diviene appunto pane per l'anima in un profondo dialogo tra passato e presente, scritto in terra ma destinato a volare in cielo. Rimane l' attesa di una risposta di luce che si scontra con la disperazione dell'incontro, dietro l'angolo, di una realtà fisica che non placa il dolore, perché causata dalla fredda e gelida imperizia degli umani.
Frutto di questo periodo travagliato, in cui una figlia apprende ad accettare la realtà della perdita, è lo sviluppo di una nuova relazione con il papà scomparso. Anna Laura trova conforto nel conservare dentro di sé l'immagine dell'amato padre, i suoi valori, le esperienze condivise, sperimentando la capacità di mantenerne vivo il ricordo e la memoria e di continuare ad amarla, anche se non è più presente fisicamente.
Il dolore per la perdita subita continua sempre ad accompagnare le persone ma con il tempo cambia il rapporto con il proprio dolore, aumenta la consapevolezza e la capacità di affrontare le esperienze dolorose.
Susanna Polimanti
DELITTI ESOTERICI di Stefano Vignaroli
DELITTI ESOTERICI di Stefano Vignaroli
La lettura di questo romanzo è, oserei dire, un'esperienza unica. Quale accanita lettrice, considero il libro di Stefano Vignaroli quanto di meglio esista oggi sul mercato editoriale del noir. Lo scrittore con il suo Delitti Esoterici ha dimostrato ampiamente abilità nella scrittura ed uno spiccato talento nella narrazione di un'importante ed intrigante inchiesta di Caterina Ruggeri, giovane Commissario di Polizia la quale, grazie soprattutto alla sua intelligenza e al suo innato intuito femminile, è in grado di destreggiarsi tra delitto ed esoterismo, non abbandonando mai doti di umana comprensione riguardo a fatti e personalità coinvolte.
Lo stile suggestivo e affascinante della narrazione si snoda in una perfetta successione di eventi e colpi di scena per un così difficile e delicato argomento, quale può essere l'esoterismo, inteso sia nel suo significato primario di “interno” e quindi segreto, sia nella moderna interpretazione di “magia”. Il tutto si fonde perfettamente con le pericolose indagini di Caterina Ruggeri e per oltre trecento pagine trascina il lettore fin dentro il più nascosto tra tutti i recinti del sapere esoterico, seguendo un perfetto sincronismo. Ogni personaggio descritto nel romanzo viene descritto ed interpretato dalla straordinaria fantasia dell'autore come un essere comune e allo stesso tempo fuori dal tempo, con riferimenti precisi dettati dal personale studio dell'autore stesso.
Non mancano elementi meno nobili quale la brama di potere e di superiorità ma che infine esplodono in forza, bellezza, illuminazione spirituale e aspirazione verso il bene dell'umanità. Un romanzo completo dunque, che racchiude nelle sue pagine molte verità riferite alla più comune delle realtà, la ricerca di noi stessi e di quella parte dell'inconscio che normalmente non si ascolta ma vive nascosta in ogni individuo.
Porgo i miei complimenti più sinceri a Stefano Vignaroli per questo suo romanzo che ritengo essere un piccolo capolavoro di psicologia esoterica oltre che la prima e significativa inchiesta della sua “amata” protagonista Caterina Ruggeri.
Susanna Polimanti
I Misteri di Villa Brandi di Stefano Vignaroli
Il romanzo di Stefano Vignaroli non è semplicemente un noir che tratta dei soliti crimini e della loro risoluzione e quanto più può definirsi fantasia o immaginazione, è molto altro!
Nelle sue pagine ho incontrato la personalità del Questore Aggiunto Caterina Ruggeri, destinata a divenire protagonista “memorabile” tra i migliori romanzi noir della nostra letteratura emergente e con lei mi sono appassionata in un'intrigante passeggiata tra i tanti personaggi che le fanno da cornice in una realtà che supera la stessa fantasia e tocca sottilmente un mondo tutto interiore.
Riconosco all'autore Stefano Vignaroli un proprio stile convincente ed incisivo, un particolare acume, una sorprendente maestria e approfondite conoscenze in una scrittura limpida, molto scorrevole e ben strutturata.
La trama si svolge con assoluta accuratezza di suggestive descrizioni che rendono questo romanzo avvincente e brillante, tra mistero, storia e scienza, con ambientazioni di tutto rispetto sullo sfondo della storica città di Iesi e delle sue autentiche bellezze artistiche.
In ogni pagina le frasi sono state costruite con la stessa precisione di un orologio svizzero e denotano una predisposizione dell'autore stesso all'ordine, alla giustizia, allo studio.
Non mancano immagini di vita quotidiana con relazioni d'amore,amicizia e lavoro, cariche di sentimenti ed emozioni che lasciano percepire, in alcuni punti, anche passione, erotismo ed un'innata introspezione.
Un romanzo completo ed eclettico dunque, di cui consiglio vivamente un'attenta lettura rinnovando all'autore i miei vivissimi complimenti e auspicando di poter leggere altre avvincenti vicende del Questore Aggiunto Caterina Ruggeri!
Susanna Polimanti
Il dono più bello di Ivan Caldarese
Miei cari amici tutti! Oggi inserisco su questa prima pagina un suggerimento di lettura. Negli ultimi giorni ho letto due o tre libri, ma uno in particolare mi ha colpito. Si tratta di: Il dono più bello di Ivan Caldarese.
Ho conosciuto Ivan su Facebook, grazie ad un gruppo di scrittori. Ho subito simpatizzato con il suo modo di pensare, vivere e sopravvivere in questo nostro mondo stranamente complicato e sempre più alla deriva per ideologie, comportamenti e valori essenziali di vita.
Ivan Caldarese è un autore cosiddetto emergente ma il suo sguardo sta già viaggiando oltre le apparenze e le "false verità" di una società penalizzante sotto tutti i punti di vista, soprattutto per i nostri giovani.
Eccolo!
Il dono più bello di Ivan Caldarese: un libro delizioso, dai toni delicati e forti allo stesso tempo, scritto con autentica spontaneità e particolare coraggio.
Personalmente ritengo che la sua lettura sia un po’ come proiettarsi dentro noi stessi. Ivan Caldarese affronta con precisa analisi e immediatezza fasi di un vissuto attraverso reali esperienze personali. Leggendolo passo dopo passo, ho percorso i sentieri dell’anima, scoprendo l’importante messaggio lanciato da Ivan, diretto verso un amore universale, il vero rapporto con se stessi e con la vita.
L’autore si apre ai lettori con sincerità e con riflessioni profonde che regalano perle di saggezza, con l’intento di smuovere gli animi verso un “diverso sentire” ed una differente visione di realtà comuni, per meglio decifrare tutti i perché della nostra vita.
Una narrazione pulita di un valido autore emergente che si affida con purezza e semplicità anche a versi di famosi poeti e riconosce ad ogni evento, persona o cosa, un’identità vera e propria, vista con gli occhi del cuore.
Ringrazio l’autore Ivan Caldarese per aver pubblicato questa sua opera, il cui titolo corrisponde esattamente all’argomento trattato: rivelazioni espresse da un uomo sensibile ed intuitivo, che rappresentano un vero e proprio dono tra tutti i grandi ed infiniti doni che il nostro immenso Universo ci concede ogni giorno!
Susanna Polimanti
Una valigia tutta sbagliata di Matteo Grimaldi
Matteo Grimaldi è un giovane scrittore, nativo della città L'Aquila, dove pochissimi anni fa si è abbattuto un sisma tremendo che ha messo letteralmente in ginocchio questa bella città degli Abruzzi, nonché i suoi abitanti. Abbiamo sentito parlare tanto di loro e della loro fierezza. Ho avuto il piacere di partecipare alla presentazione del libro di Matteo, organizzata dal gruppo culturale Abruzzo in lettere, domenica 2 dicembre a Giulianova. Ho conosciuto di persona Matteo e sono rimasta affascinata dalla sua luminosa sensibilità. " Bravo Matteo, questa è la tua terza pubblicazione, sono certa che nel prossimo futuro ci regalerai ancora qualcosa di tuo. Complimenti!"
Susanna
Una valigia tutta sbagliata di Matteo Grimaldi
Una raccolta di racconti esposti con immediatezza e semplicità, intrisi di emozioni che scaturiscono dal cuore pulsante e dall'intelletto creativo del giovane scrittore aquilano Matteo Grimaldi. I suoi racconti rappresentano lo sguardo dello stesso autore, volto a descrivere stati d’animo non soltanto personali ma destinati a fondersi con la realtà dei tanti giovani di oggi, condizionati dai cambiamenti della società e in particolare dalle difficoltà di esprimere i propri sentimenti nel continuo confronto tra cammino personale di vita e autentica realizzazione di sogni.
Nel leggere i racconti di questo libro ho percepito una profonda volontà di ricerca interiore, di superamento di conflitti emotivi, incomprensioni e pregiudizi, dettati da un profondo riferimento positivo, al di là delle reali costrizioni del mondo, di eventi tragici e naturali, ansie, paure, passioni e ricordi. Lo scrittore è riuscito a comunicare il reale desiderio di attirare l'ascolto del lettore su particolari fasi di vita che spesso vengono dimenticate, scavando nell'anima degli stessi pensieri che possano balenare nella mente di ognuno, in particolari stati psicologici derivanti da stress fisici, distacchi, abbandoni in ogni sfera emotiva, toccando i temi della solitudine, dell'amore, della morte e persino dello stress post-sismico vissuto, tra l'altro, in prima persona.
Matteo Grimaldi, un giovane scrittore, già ben avviato sul cammino della nostra letteratura contemporanea , ci invita con il suo libro a “ vedere i suoi stessi colori”.
Susanna Polimanti
SOGNO AMARANTO di Cinzia Luigia Cavallaro
Cari amici, inserisco un romanzo letto qualche giorno fa, è un libro bellissimo!! Non è molto che conosco la scrittrice Cinzia Cavallaro, ho scoperto e apprezzato le sue opere grazie a un particolare incontro on line e spero di approfondire la nostra amicizia. Segnalo questo romanzo con immenso piacere. Lo amo molto e sono certa che chiunque vorrà leggerlo, sarà d'accordo con me.
Un romanzo di un'intensità disarmante! Nel leggerlo si è rapiti totalmente da sensazioni ed emozioni straordinarie. Un romanzo scritto con il cuore che rivela una profonda analisi psicologica del sentimento dell'amore. Delicate contrapposizioni dei differenti approcci a questo sentimento, descritto nella sua più totale dedizione. Non dunque una semplice passione, bensì l'incontro di due anime che si cercano e si trovano. Spaccati descrittivi di chiaro impatto emotivo offrono immagini dettagliate e affascinanti di un rapporto d'amore che supera il quotidiano e la normalità. Le sue pagine stimolano profonde riflessioni e spontaneamente conducono alla piena consapevolezza che l'amore vero ed autentico è sicuramente oltre lo spazio e il tempo.
La scrittrice Cinzia Luigia Cavallaro, con questo romanzo ha dimostrato coraggio e capacità fortemente introspettiva pur trattando un argomento molto delicato: l'amore tra un uomo e una donna. Fisicità e spiritualità si sovrappongono, si fondono in perfetta armonia e spingono il lettore a chiudere gli occhi e aprire il cuore per ritrovare percorsi obbligati della propria anima.
Susanna Polimanti
La coltre e la città( Fermo e la nevicata del 2005 di Marco Rotunno e Manilio Grandoni
Il 14 marzo scorso, con immenso piacere ho partecipato alla presentazione del libro bilingue:
LA COLTRE E LA CITTÀ (Fermo e la nevicata del 2005 ) dello scrittore Marco Rotunno con foto di Manilio Grandoni: un libro, a mio avviso, già entrato a far parte del patrimonio culturale della città di Fermo.
Interessante e toccante la presentazione di Marina Venieri, sebbene la penna di Marco Rotunno e le straordinarie foto di Manilio Grandoni non hanno certo bisogno di grandi presentazioni, perché già sufficientemente eloquenti di per sé.
Ciò che più mi ha colpito di questo libro è come lo scrittore Marco Rotunno e il fotogiornalista Manilio Grandoni siano riusciti ad esprimere un'unica voce spinti semplicemente dalla silenziosa magia delle neve,vera ed indiscutibile protagonista del libro.
I contenuti visivi ed emotivi delle foto di un artista quale Manilio Grandoni hanno incorniciato lo stile intenso del racconto di Marco Rotunno, nel ricordo nostalgico del tempo andato, che riaffiora nelle emozioni suscitate dalla forza occulta di una abbondante nevicata, nella quale Marco e Manilio ritrovano tutta la bellezza della loro Fermo, la fantasia della loro infanzia, i giochi e il tempo del Natale.
In un mondo attuale, dove tutto è “touch”, “digital”, perdendo il vero significato delle piccole cose, l'arte di Manilio nell'immortalare la sua città nel luminoso e candido istante “particolare ed unico” e le palpabili descrizioni di Marco di una sorprendente e affascinante fase atmosferica, hanno riportato anche me al mio tempo d'infanzia e, per un lungo interminabile attimo,fissando le foto nel libro e scorrendo il testo... mi sono immersa nello straordinario e soffice candore di quella neve, che tutti amiamo.
La coltre e la città è un libro prezioso: sapientemente raccontato e raffigurato.
Susanna Polimanti
La strada di casa di Lara Zavatteri
La strada di casa: un libro, a mio parere, molto bello! Mi ha appassionato il racconto di un diario ritrovato che ripercorre i tempi della seconda guerra mondiale, i sentimenti, le emozioni dei protagonisti che superano le bruttezze di una verità storica e nonostante le difficoltà del loro tempo, trovano nel cuore, valori importanti quali l'amore, l'amicizia, gli affetti familiari, non sempre perfetti. Realtà romanzesca che svela capacità introspettiva e forza interiore dei protagonisti che riconduce ad ogni età e momento storico.
Lara Zavatteri: una giovane scrittrice che ritengo sia già una promessa della letteratura contemporanea con le sue spiccate attitudini di narratrice profonda e soprattutto spontanea.
Susanna Polimanti
Le piccole cose di Lara Zavatteri
Tratti di storia vissuta che ti entrano dentro e solleticano emozioni e reazioni coinvolgenti. Dalle pagine di questo libro traspare un infinito amore per gli animali, per la natura e gli oggetti, che Lara riesce a umanizzare con descrizioni dai toni delicati e piene di vibrazioni. Affetti, rimpianti, memorie, distacchi dolorosi e realtà storiche si susseguono vive e presenti attraverso paesaggi e scorci panoramici vissuti in prima persona in una lettura piacevole ed appassionante.
Con stile semplice, limpido e scorrevole, la scrittrice con il suo libro ci comunica un valore prezioso: il valore delle “ piccole cose” che diventano grandi e importanti nello scorrere della vita di ogni individuo perché le uniche vere ed autentiche.
Susanna Polimanti
Grazie mille Susanna!
Lara
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